La vita è sogno, anche se questo “sognare” è innato (quindi la nostra unica “realtà”), obbedisce a regole precise, valide per tutti e insite nei nostri schemi conoscitivi. Questo è il pensiero filosofico di Schopenhauer (Gigi Marzullo non c’entra niente), e questo è il concetto su cui si basa l’induismo per cui nel continuo ciclo delle reincarnazoni (samsara) vi è un velo che non ci permettere di andare oltre e vedere l’infinito, o meglio noi stessi, ed arrivare alla liberazione spirituale. Non sto qui a cominciare lunghi discorsi che si fondono in illimitati rimandi a vampiri psicologici, antiche leggende e tronisti di uomini e donne, ma (in questo momento sto avendo un pauroso deja-vu) posto questo racconto di Roberto Olivo, eclettico artista a 360 gradi, intitolato “Il Velo di Maya” (a proposito, viva Marjane Satrapi…)
“Un manipolatore di cervelli di un futuro prossimo venturo usa le più avanzate tecnologie per risvegliare la mente di una ragazza, cercando di sciogliere il nodo psichico che l’ha resa autistica. Ma provoca accidentalmente la sua reincarnazione in una vita precedente, una danzatrice tantrica chiamata Maya.
Fra Maya e il cyber/psichiatra nasce una folle passione, ma fra loro c’è un antico debito karmico che si perde nella notte dei tempi… ” http://www.larchivio.org/xoom/robertoolivoromanzo01.htm
PROLOGO
(Morire è un po’ dormire)
Il tempo stringe. Alla gola per l’esattezza.
“Amore… Amore… Amore…” sussurra Maya, continuando a strangolarmi, nel beffardo chiarore dell’alba che l’avvolge in un involucro ovattato. Come in sogno (e forse è davvero un sogno) osservo le sue labbra amare e avvelenate che sporgono come sussurranti boccioli di rosa, ripetendo ossessivamente il loro mantra di morte. Amore… Amore… Amore… Parola insensata e paradossale, detta da chi mi sta risucchiando a poco a poco la vita dall’anima.
In procinto di esibirmi nel mio definitivo salto mortale nell’inconcepibile, un ipnotico stato crepuscolare della coscienza sembra già sintonizzare la mia anima con la cosmica musica delle sfere, così i frammenti vaganti di paura, arroventati dal furore, si raffreddano nell’umido sguardo dolente di Maya, in cui c’è la mestizia d’un addio che già profuma di requiem.
Sembra assurdo, ma mi sento euforico, felice, fiero del mio prossimo trapasso, come se lo attendessi con ansia e il mio balzo entropico nel Nulla me lo fossi guadagnato sul campo, vivendo.
La mia estasi mistica, lo so bene, è solo un astuto espediente biologico per ammorbidire il brutale approccio con la morte, un ingegnoso inganno della ragione elaborato da quella gelatinosa macchina mnemonica rinchiusa nel mio guscio cranico, una macchina progettata appositamente per produrre illusioni.
Sto per pagare un conto piuttosto salato alla mia memoria. Anche se, come il quantistico gatto di Schrödinger, non sono più vivo ma non sono ancora morto, almeno finchè la scatola ossea in cui è rinchiuso il mio spazio/tempo si spalancherà del tutto.
Il tempo è il tessuto connettivo della mente e ora il tempo stringe, la forza vitale a poco a poco m’abbandona, mentre riaffiorano pensieri, ricordi, fantasie, deliranti brandelli fluttuanti del Velo di Maya che trasmutano i numeri quantici di stranezza della materia alchemica dell’intelletto. Il cervello comincia a deteriorarsi solo dopo cinque minuti che il cuore s’è fermato, continuando a funzionare automaticamente, senza ordine ne’ coordinazione, una disintegrazione della coscienza che produce una secrezione di endorfine che inonda la corteccia cerebrale. Un cimitero monumentale di ricordi che comprime il tempo soggettivo, affinché la mente possa avere il tempo necessario a elucubrare su sé stessa.
Si pensa a tante cose assurde, morendo. Forse perché la morte fa uscire di colpo il futuro dai binari, facendoci deragliare nel Nulla.
Cap. I MORITURI TE SALUTANT
E pensare che solo poche ore fa ero vivo e vegeto, anche se scarsamente ebbro di futuro, e tentavo perfino di venire a patti col mio karma, che avevo scoperto aggirarsi dalle parti del Carne Bollente, uno squallido sexy-bar nel sottosuolo della kasbah, un puttanaio scuro e puzzolente come l’interno d’un calzino sporco. Mi rivedo scendere le scale sudicie della fetida catacomba, incrociando donne con carrozzeria e chilometraggio palesemente truccati e trucco congelato sulla faccia e checche africane a corrente alternata, che esibiscono deretani neri e tostati come chicchi di caffè.
Niente maschi abbienti o mammiferi di lusso, da ‘ste parti, solo un lercio e variegato bestiario metropolitano. Sodomizzate da sgabelli di chiara conformazione fallica, le bagasce da asporto o da quick/service chiacchierano e ridacchiano fra loro con voce stropicciata, leccando lascivamente lecca lecca allucinogeni, sbadigliando a cosce aperte per far ammiccare il fiore vermiglio del loro frutto di mare e adescare assatanati clienti sovraccarichi di testosterone addizionale in pasticche.
“Undicesimo Comandamento, dar da bere agli affogati!” barrisce allegramente Bozo, il padrone del vapore, più un barilotto di birra che un essere umano, soverchiando il frastuono con la paonazza trivialità della sua poderosa voce baritonale. Si vede lontano un miglio che ha fatto carte false per assomigliare a una versione ulteriormente ingrassata di Orson Welles.
Negli ultimi vent’anni, Sodomorra si è riciclato in quartiere/revival, copiando le scenografie di antiche archeologie cinematografiche. Il Carne Bollente, nella fattispecie, si sforza pateticamente d’imitare il Rick’s Bar di Casablanca, in versione porno. Arredato come una scenografia in technicolor e cinemascope, il suo pezzo forte è un pianista negro, palesemente sintetico, che suona all’infinito la stessa nauseante canzone: As Times Goes By in versione techno/sexy.
Ma nonostante voglia apparire depravato e malsano, con luci piazzate in basso per rendere i volti cavernosi, proiettare ombre minacciose e diffondere soffuse lattescenze vagamente erotiche, il locale riesce ad assomigliare al massimo alla sala d’aspetto d’un eliporto extraurbano.
In attesa degli eventi, mi piazzo al bancone, vicino alla scala, da cui ho un’ottica perimetrica del locale e posso osservare chi scende e chi sale. Mentre scorrono sotto il mio sguardo entomologico lepidotteri umani dalla notevole trasversalità etnica e antropologica, sorseggio un Mururoa che secondo la pubblicità dovrebbe far allentare i freni inibitori anche solo leggendo l’etichetta. La cosa seccante è che sono vicino a un woofer che mi martella incessantemente i timpani a tutto decibel con l’emetica versione di As Time Goes By.
Bozo pattina qua e là per la sala coi suoi piedoni dalle punte divaricate, ridendo a tutto corpo e facendo sobbalzare i rotoli di ciccia, come un enorme Buddha dalla faccia rubizza e la maestosa agilità d’un ippopotamo, distribuendo ecumenicamente a quei maiali al trògolo i suoi beveraggi luciferini corretti con batteri aromatici che, secondo lui, dovrebbero stimolare i campi magnetici erogeni.
Qua e là coppie occasionali s’interfacciano in tempo reale dove capita, facendo squittire inquietanti piante transgeniche che ficcano nei loro orecchi pulsanti pistilli vermigli, guizzanti da osceno orifizi sfinterici.
Mentre sorseggio pensoso il mio Mururoa, ignorando le ammiccanti lusinghe ornitologiche di stagionate matrone, sfrigolanti di desiderio sessuale, come una diva del Varietà d’altri tempi scende le scale sudicie una sventola di donna dal look del tutto inadeguato alla sciatteria del luogo, caracollando su vertiginosi tacchi a spillo dorati, innestati su scarpine in vetroresina trasparente, a fare da pendant a orecchini e capigliatura in oro zecchino.
Non ci posso credere: è Layla!
Da strati sottocutanei di una lontana esistenza, riemerge a fatica una Layla asettica, tutt’ossa e spigoli dallo stile seccamente deontologico. Ora indossa un vestito nero, avvolto a spirale, che la fa assomigliare a una lucida statua di basalto. I seni, un tempo piuttosto scarsi, ora sono gonfi come pompelmi e ha imparato a muovere fluidamente il corpo, in modo da renderlo sensazionale, contundente, irresistibile. Un coup de jeunesse che ha tutti i segni distintivi d’un pasciuto conto in banca.
Riconoscendomi a sua volta, mi lancia uno sguardo all’arsenico, in cui scorgo tracce di eventi non ancora metabolizzati del tutto.
“Guarda guarda…” ghigna, con le sopracciglia ad accento circonflesso e l’urticante sorrisetto viperino ancora sintonizzato su antichi sarcasmi “Nientemeno che Lazlo Slimak!… Lo sapevo che prima o poi ti avrei incontrato in questa chiavica!”
Si bacia l’indice e me lo posa sulle labbra, come se un bacio vero la potesse contaminare.
“Il mondo è piccolo, eh?”
“Microcosmico!”
“Ne ho sentite di cotte e di crude su di te, dopo che hai buttato a mare i mattacchioni del Centro per darti alla latitanza!…”
“Già… Ne è passata di acqua, sotto i ponti… E nemmeno troppo potabile! E tu, invece? Ti trovo in splendida forma!
“Trovi?” trilla gongolante, con tutto il caseificio in bella mostra.
“Il tuo vestito è un vero schianto!”
“Ti piace? E’ l’ultimo grido, in fatto di abiti transgenici viventi… E’ un rettiloide extrapiatto che scivola in continuazione sulla pelle, massaggiandola eroticamente ed offrendo eccitanti visioni di porzioni sempre nuove di pelle nuda… Sexy, no?
“Se l’abito fa il monaco, si direbbe che te la passi alla grande!…”
“Beh… Ammetto che strizzare i cervelli abbienti fa trasudare parecchio denaro dalla loro scarsa materia grigia!…”
“Ho notato che ti sei data anche una bella ripassatina estetica!…”
“Già… Sembra che consolidare la fede nel proprio corpo agevoli molto il controtransfert!…”
La sua risata sguaiata non è più all’altezza della classe del nuovo corpo.
“E tu? Hai smesso del tutto di riavvitare gli svitati?”
“Non del tutto… Sto lavorando a un microchip quantico per riparare i deficit psichici… “
Ci sediamo a un tavolo che ha prenotato accanto alla pedana circolare, al centro della sala, che lei prenota ogni volta che Maya si esibisce. Inginocchiata sotto il tavolo accanto a noi, una bocchinare di bocca buona sta assaggiando svogliatamente un tizio inespressivo, grinzoso come una focaccia di sterco di vacca, che le manipola un capezzolo con l’espressione assorta di un ladro che stia studiando la combinazione d’una cassaforte.
Dopo aver esaurito le rimembranze reciproche, Layla si fa improvvisamente seria.
“Sei qui per la cochonnerie del locale o per rivedere Maya?…” dice, esaminando pensosamente le unghie dorate.
“Indovina un po’…”
“Ti avverto, Lazlo, non è più la Maya che conoscevi…”
“L’ho sentito dire…”
“Guardati attorno. Stanno tutti aspettando lei… Non sono poche le persone, qui dentro, a cui Maya ha fatto saltare i fusibili nel cervello!”
“Li ha fatti saltare anche a te?”
“Forse… Per vederla sono diventata un’assidua frequentatrice di fogne…” il suo sorriso si fa licenzioso “Un paio di volte, in ricordo dei vecchi tempi, sono riuscita a portarmela a letto… O per meglio dire, sono riuscita a farmi portare a letto da lei!”
“Sai dove vive?”
“Ha una specie di casa subacquea, al largo del Circeo…”
“Si guadagna bene, a fare la puttana sacra!”
“Puoi dirlo forte!… La casa gliel’ha regalata un ammiratore… E’ una specie di tempio azteco dedicato al culto del sesso, pieno di specchi, dipinti erotici, piante carnivore e un enorme letto a forma di fallo, con lenzuola rosse come sangue mestruale…”
“Ho sentito che gli uomini si farebbero ammazzare per lei!…”
“Anche le donne, se è per questo!… C’è anche chi si accontenterebbe anche solo di sniffare la sua ombra!”
Improvvisamente sembra cambiare di colpo la marcia emotiva dell’intero locale. Ammutolisce lo Zio Sam al piano e si zittisce anche il chiassoso Bozo, adiposa e ilare Montagna dalle Sette Balze, intento a ridersela di gusto, con tutto il corpaccione scosso da bradisismi tellurici. Un silenzio fragoroso a cui s’attengono vertebrati e invertebrati e perfino certi loschi figuri con l’aria di chi è abituato a chiudere a cazzotti il becco al prossimo. Nel silenzio muscolare delle belve in attesa c’è una tale elettricità che i nervi sembrano sprizzare ozono, come cavi scoperti.
Dall’impianto psicoacustico, sgorga a poco a poco il suono umido, scarlatto di una musica techno/tribale dalle impervie sonorità orientaleggianti che sembrano suscitare inquietanti risonanze emotive. La musica arroventa il climax fino allo spasimo, finché Maya, bellissima, seducente, emozionante, si materializza sulla pedana, fra i fumi d’incenso. Perfino le luci sembrano cambiare colore, odore e sapore, mentre mi sento arrossire a sangue fino alla radice dell’anima e il desiderio di lei rifluisce caldo nella carne, come un amico ritrovato.
Il suo corpo, completamente nudo, è coperto solo da arcani tatuaggi, alla deriva sulla sua pelle di luna. Tatuaggi viventi, mi sussurra Layla all’orecchio, che si nutrono delle secrezioni della sua pelle. Dominati dal suo carismatico erotismo, tutti la divorano con gli occhi, paralizzati da un’eccitazione quasi catatonica.
Beandosi del clamore ferormonico della concupiscenza collettiva, come se il desiderio d’essere desiderata, la rendesse ancor più desiderabile, la Sacra Sgualdrina sembra regolare a piacere i flussi ormonali e adrenalinici e perfino la percezione collettiva del tempo, così l’attimo sembra dilatarsi a dismisura, nell’incantesimo d’un fermo/immagine, come se vi si fosse incuneata un’intera eternità.
Finalmente un liberatorio applauso rompe l’incantesimo e Maya comincia a danzare, rettile e sinuosa. Sprigionando la pura energia primordiale e cosmica del sesso, scivola come un sogno erotico fra i tavolini, accessibile e inaccessibile allo stesso tempo, nutrendosi empaticamente delle emozioni degli spettatori, per restituirle amplificate. È una danza casta e orgiastica allo stesso tempo, ogni gesto, postura e movimento emana un soave effluvio lascivo e carnale che ubriaca come una poesia erotica, una danza demoniaca e sacrale che snodandosi denuda.
I suoi capelli sono fiamme, vermiglie d’henné, che frustano i volti, le sue unghie metalliche artigliano l’aria, come una tigre selvaggia che tenga a distanza un branco di lupi affamati.
L’energia orgonica sembra crescere in modo esponenziale, alimentata dalla consapevolezza stessa del desiderio collettivo, tramutando la sala in una centrale termoelettrica che brucia erotismo puro.
Come se Maya possedesse l’arcano potere di manipolare il tempo, contraendolo e dilatandolo a piacere, la danza sembra durare un tempo infinito e infinitesimale, allo stesso tempo. E solo quando la musica si spegne all’improvviso, come un incendio domato, e con essa la danza, tutti noi ci risvegliamo di colpo dall’incantesimo d’una mistica trance spazio/temporale.
Dopo la sbornia collettiva di applausi, urli, fischi e batter di piedi sul pavimento, segue un irreale silenzio di tomba, in cui ciascuno sembra ascoltare sé stesso deglutire la propria saliva. C’è nell’aria una bramosia rettile, la tensione d’un pubblico in attesa che il leone infili la testa nelle fauci della domatrice, un senso di disagio che rende molli le ossa e le anime.
Idee vive e viscide sembrano percorrere in lungo e in largo quegli intelletti da molluschi, mentre Maya, come una dispotica regina, amministra il respiro d’ogni essere senziente, muovendosi regalmente nella luce crepuscolare della sala, fra fiotti di sguardi assatanati, illuminando i volti con una suggestiva lampada indiana, come Diogene alla ricerca dell’Uomo.
L’agnizione dei suoi arcani occhi a cristalli liquidi, velati da ciglia lunghe come ali di farfalla, sembra svuotarmi di colpo l’anima e la sua risata d’argento purissimo, nel riconoscere in me l’eletto, mi ipnotizza come un topolino alle prese con un cobra.
“Lo sapevo!…” sibila Layla, con odio.
Mentre mi fa alzare e sancisce la sua scelta baciandomi sulla bocca e constatando allo stesso tempo la mia erezione, con la mano artigliata e affusolata, le luminarie del mio intelletto sembrano subire un’eclissi totale. Come in sogno mi sento prendere per mano e condurre verso la pedana, fendendo la folla impietrita dalla delusione.
“Ti aspettavo, Lazlo…” sussurra Maya, con quella sua voce fresca come acqua di fonte che non udivo da tanto tempo.
Inebrianti profumi d’incenso ci avvolgono, mentre la pedana comincia a scendere e un cilindro a fibre ottiche sale dal pavimento, materializzandosi attorno a noi, facendoci scomparire agli occhi degli spettatori come per magia. Mentre scendiamo nelle viscere di Sodomorra, nel corso d’un lungo bacio paradisiaco, un urlo di rabbia esplode lassù, fra gli esclusi, facendo sfociare la libido incontinente in una bagarre d’innominabili intemperanze sessuali.
“Stanotte starai con me in Paradiso!…” sussurra Maya, con voce di seta.
Cap. II ANNO ZERO
Nell’attimo fuggente della mia dipartita da questa valle di lacrime di coccodrillo, come presa da una folle fobìa della dimenticanza, la mente in decomposizione fluttua nel liquido amniotico della memoria, gratta il fondo del barile dei ricordi e ogni ricordo è una scatola cinese che ne contiene infiniti altri che implodono, si rovesciano come calzini, deflagrano. E rivolgendosi al passato, l’intelletto sembra andare all’indietro nel futuro, risucchiato da una risacca spazio/temporale che lambisce a ritroso il Tempo fino all’inizio stesso dell’Eternità.
Nel suo fluire, la vita è incapace di descrivere sé stessa, di vedere l’intero schema, così dobbiamo arrivare in fondo e poi diventare archeologi di noi stessi, per ricostruire mattone su mattone memorie di cui sono rimaste solo le rovine, alla ricerca del primo anello della catena di circostanze che ci ha portato ad essere qui, ora, col tempo che stringe sempre più la gola. Ogni molecola mnemonica s’avvita alla coscienza come un seme d’acero, cercando di rivivere per un istante, fuochi fatui che disegnano effimeri ricami virtuali sulla complicata trama della vita, talmente friabili da sbriciolarsi in un soffio, epifanie d’attimi che talvolta riescono a reincarnarsi, a farsi carne e sangue, dimenticando di essere solo contrazioni sinaptiche della mente che muore.
La distanza temporale provoca uno stato virale della memoria che fa sì che le cose e le persone a poco a poco perdano sempre più consistenza, producendo al contempo una sostanza inebriante, chiamata nostalgia. Una sostanza in cui i ricordi si liquefanno a poco a poco, tramutandosi in puro gioco dell’immaginazione, a meno che la loro prensilità estetica ed emotiva li renda unici e irripetibili.
Forse è per questo che ricordo ancora così bene la decadente sontuosità del tramonto in cui vidi per la prima volta Maya. Un tramonto spavaldo, che si sforzava di saziare ogni possibile desiderio cromatico e assorta in una nube di malinconica assenza in mezzo alla festa dorata di quella luce catartica, vagava nel cortile del CCS, ignara degli sguardi spiritati e ammiccanti, delle risatine da iena, dei marameo e delle bizzarre pantomime da folli Pierrot, disarticolati come pupazzi di stoffa, di quelle folli e malinconiche bestie umane, stravaccate in grotteschi e contorti taubleau vivant, una pallida ragazzina orientale che sembrava lei stessa un raggio di luce vagante. Era ancora una bambina o poco più, di una magrezza quasi metafisica e labbra carnose che spiccavano come bacche invernali sul pallore del viso e sulla lunga capigliatura nera, liquida come petrolio filato.
Solo ora mi rendo conto che il mio fato era una bomba a tempo, il cui timer era stato regolato fin dall’inizio dell’eternità e che l’anno zero, cioè il momento in cui avevo cominciato ad esistere, non coincideva con la mia nascita, ma era il momento in cui avevo visto Maya. Da quell’istante, il futuro aveva cominciato a penetrare in me, risucchiandomi nelle labirintiche spire della consequenzialità, fino a esplodermi in mano.
Quando era scattato l’anno zero ero ancora all’apice della mia stima di me stesso: si potrebbe quasi dire che fossi la persona che più ammiravo al mondo. Mi consideravo un uomo di successo, una specie di maieuta della psiche in grado di far tornare alla luce gli intelletti più obnubilati e di scovare particelle di sanità mentale negli anfratti più nascosti dell’inconscio. Una presunzione piena di punti esclamativi che servivano a evitare che troppi punti di domanda s’incuneassero fra gli interstizi delle idee.
Solo cinque anni prima, quando ero stato convocato dal professor Flobert, mio ex docente all’università, ero solo un pivello, un giovane neuro/programmatore di belle speranze. Il professore era rimasto molto colpito dalle mie architetture mentali, anche se si sforzava di farle a pezzi, a scopo didattico. Diverbi pieni di verbi, avverbi e proverbi che Flobert strillava con la sua irritante vocetta di testa, stringendo a sfintere la boccuccia arrossata dalle fellatio ai più promettenti allievi, dispiegando tutte le sue armate di parole per schiacciarmi con la sua superiorità dialettica. Forse era solo innamorato di me, ma ero ancora troppo ingenuo per rendermi conto delle sue allusioni sessuali.
Nonostante il corpo perennemente rinnovato con i pezzi presi da una sua copia clonata ventenne, tenuta in sospensione crionica, Flobert non riusciva a sembrare il giovanotto che avrebbe voluto essere. Anche perchè il suo modo di parlare e di ragionare erano tipici dell’età avanzata, vale a dire che si apriva all’avvenire al solo scopo di smontarlo pezzo per pezzo. Con la scusa di approfondire qualche argomento, passeggiavamo lungo i viali della cittadella universitaria.
“Lei è fiducioso in modo commovente nell’onnipotenza delle neuro/tecnologie, caro Slimak…”
“Certo!… Sono sicuro che grazie alla fisica quantistica e alla statistica dei Sistemi Disordinati sarei in grado di monitorare non solo l’attività cognitiva, ma l’inconscio stesso!”
“L’inconscio!… Qui casca l’asino, caro Slimak!” era la sua frase preferita. Quando la enunciava, faceva sempre un gesto con le braccia, per visualizzare l’asino che precipitava e il punto esatto in cui si era sfracellato.
“Si ricordi sempre, mio caro allievo, che la mente non è una semplice secrezione del cervello e che proprio nell’inconscio ogni problema psicologico si trasforma in problema filosofico, per questo la psicanalisi è sempre stata anche un laboratorio clinico di filosofia!…” sembrava scrutare lontani orizzonti “Lei crede in un modello informatico della mente, ma quando si parla di cervello, i confini fra psicologia e filosofia diventano piuttosto labili!… Capisce, ragazzo mio? Il filosofo crede di aver compreso il mondo, ma in realtà ha soltanto compreso se’ stesso e proietta ingenuamente nel mondo questa sua comprensione!…”
“E’ vero!… Ma la filosofia serve solo a rendere simbolico ciò che è stato percepito e filtrato attraverso i sensi, così basterà risolvere i problemi neurologici e si risolveranno anche i problemi filosofici collaterali!… Capisce? Le malattie della mente vanno combattute dalla mente stessa e la perfetta comprensione del cervello permetterà alla mente di capire sé stessa e i segreti stessi dell’universo!…”
La cinica risata da luccio del professor Flobert cercava di smontare il mio entusiasmo. Ma ormai ero completamente ubriaco delle mie stesse parole, illudendomi servissero a calcolare l’esatta traiettoria balistica delle mie speranze.
“Il suo è l’insopprimibile ottimismo della ragione, mio ingenuo allievo!… In fondo il cervello è solo una macchina chimica dotata di illusioni, come quella di pensare al proprio pensiero…”
“Eppure sono convinto che ormai, sia per l’ingegneria biomedica che per l’informatica quantica, la macchina pensante dell’essere umano è diventato l’ultimo territorio di conquista!… Ma non capisce, professore, che grazie alla neuropsichiatria possiamo modificare la struttura stessa della ragione, cambiare lo stato di coscienza, liberare l’energia dello spirito imprigionato nella materia?…”
Quando non riusciva ad avere l’ultima parola, il professor Flobert spiazzava l’interlocutore con incomprensibili monologhi elicoidali, a cavatappi, pieni di parentesi tonde, quadre e graffa, ragionamenti curvilinei che s’inclinavano fino a farsi anulari. Alla fine, come un funambolo in equilibrio sulle proprie corde vocali, chiudeva il discorso con un triplo salto mortale, vale a dire un aforisma privo di senso, dal sapore vagamente surreale, che sembrava riassumere tutte le complesse equazioni precedenti, la cui somma faceva sempre zero.
“Caro Slimak… Perché non lascia riposare un po’ la terra dell’intelletto coltivandola a domande, anzichè seminare a risposte tutti i possibili appezzamenti dello spirito?…”
Alla fine rimanevo frastornato e deluso, come un tordo ucciso per sbaglio da un flash a una caccia fotografica.
Ma nonostante la laurea a pieni voti, la mia specializzazione era ancora troppo avanzata per trovare un lavoro adeguato alle mie possibilità. Così avevo dovuto rassegnarmi a lavoricchiare qua e là, per piccoli imprenditori e Compagnie d’Assicurazioni. In genere erano lavori di monitoraggio e interpretazione di mappature cerebrali, da cui dovevo trarre notizie e pronostici sull’attività neurale del personale o degli assicurati.
Per fortuna, dopo un paio d’anni di questa tediosa gavetta, il professor Flobert mi aveva convocato al suo studio. A giudicare dall’espressione sempre più fasulla e stereotipata, quasi mummificata, nel frattempo doveva aver subito ulteriori trapianti, dando fondo al freezer dei pezzi di ricambio. Stringeva la radice del naso, con un gesto di stanchezza.
“Come lei ben sa, mio caro Slimak, gli unici fondi concessi dallo Stato agli Istituti di ricerca Psichiatrica sono quelli di bottiglia…”
Opportunisticamente, avevo finto di ridacchiare alla sua battuta.
“Probabilmente preferiscono investire nella ricerca genetica…”
Flobert ne aveva approfittato per sfoderare la sua frase preferita.
“Qui casca l’asino!” questa volta l’equino era precipitato nel bel mezzo della scrivania “A chi vuole che importi, al giorno d’oggi, di restaurare qualche testa di legno divorata dai tarli?…”
A questo punto aveva iniziato un lungo sproloquio sugli apologeti del Capitalismo Selvaggio che prendevano sottogamba la psichiatria, considerandola un inutile residuato del passato, nonostante l’incremento esponenziale delle malattie mentali, dovuto a fattori sociali, genetici o ecologici (la teoria che alcune malattie mentali fossero dovute a raggi cosmici o al buco nell’ozono continuava ad essere molto accreditata). Ormai caos e collasso sociale erano considerati un semplice status quo di cui era ormai impossibile e quindi inutile tentare di porre rimedio, così la globalizzata società post/cibernetica si era rassegnata a convivere con pazzi, serial/killer, cyborg schizoidi e mistici folli.
Forse non esistevano autentiche soluzioni, per la malattia mentale, anche se si sperava che la definitiva chiusura dei manicomi sarebbe servita almeno a tenere i problemi sotto controllo. Ma in breve tempo, più che monitorare gli squilibrati e somministrare farmaci, gli sporadici Centri di Salute Mentale avevano cominciato a dedicarsi soprattutto allo spaccio legalizzato di psicofarmaci.
Erano rimaste solo le costose cliniche neuropsichiatriche, che curavano le redditizie disfunzioni cerebrali delle classi abbienti, approfittando del fatto che i trattamenti farmacologici incrementavano la cronicità dei pazienti psichiatrici, anziché ridurla, producendo una tossicodipendenza da farmaci che impediva che le galline dalle uova d’oro guarissero del tutto. Anche perché, quando la cura psichiatrica funzionava troppo, i pazienti venivano tolti frettolosamente dalla terapia perché il loro miglioramento minacciava di turbare l’equilibrio familiare, portando alla luce inconfessabili segreti di famiglia.
“Eppure, mio caro allievo, il Giuramento d’Ippocrate impone a ogni terapeuta psicofisico di mettersi al servizio del bene altrui, rendendo utile e produttivo alla Società chi ha smesso di esserlo!”
“Parole sacrosante, professore!” avevo esclamato con entusiasmo, sperando venisse finalmente al dunque.
“Purtroppo, è triste doverlo ammettere, ma che lo si voglia o no, Tecnica e Mercato sono diventate le divinità tutelari della nostra società!… Per questo vengono finanziate solo le ricerche che possano garantire proficue ricadute economiche…”
“Allora non c’è speranza!…”
“Qui si sbaglia, caro Slimak!… Non ci crederà, ma alcuni imprenditori vorrebbero sponsorizzare una nuova avventura psichiatrica, convinti che ci possano essere redditizie applicazioni commerciali delle disfunzioni psichiche…”
“In che modo?”
“Ha mai sentito parlare dell’Istituto Parapsichiatrico di Calcutta?”
“Credo di aver sentito qualcosa in proposito… Mi pare che si occupi di manipolazione cerebrale di soggetti psicotici, allo scopo sviluppare artificialmente il terzo occhio…”
“Esatto!… Sono riusciti a sviluppare con successo delle lucrosissime facoltà paranormali in soggetti che erano dei veri rifiuti della società!…”
“Un nuovo metodo di riciclaggio dei rifiuti, praticamente… Rifiuti solidi umani!”
La mia battuta fa sfoderare a Flobert una scarica di di risatine da luccio frocio, che sembrano morsi.
“Lei è molto spiritoso, caro Slimak!… Uhm… Rifiuti solidi umani!… Un’idea niente male!”
“Ne deduco che l’istituto di Calcutta ha spalancato il terzo occhio, quello del business, anche agli imprenditori occidentali!…”
“Proprio così!… Effettivamente non solo in America ma anche nella vecchia Europa si sta facendo strada l’idea che valga la pena di tornare ad occuparsi dei misteri della psiche umana!”
“A scopo filantropico, immagino!”
Flobert non aveva colto l’ironia. La sua vocazione canina al servilismo nei confronti dell’autorità, delle istituzioni, del potere del denaro, non ammetteva tentennamenti. Eppure quasi sbavava d’avidità, lanciando la sua proposta.
“Perché no?… La cosa peggiore, non è sfruttare o essere sfruttati dal Mercato, ma rimanerne fuori!… Sono certo che con uno staff adeguato sia possibile aprire anche qui a Roma un centro di neuropsichiatria sperimentale… Nessuno sborsa denaro per la ricerca pura, tutti sono interessati solo ai risultati, ma la storia della scienza insegna che si trovano un sacco di cose, cercandone altre… Ad esempio, correggendo i deficit intellettivi di uno psicopatico potrebbe, magari, produrre il brevetto di protesi neuronali in grado di amplificare l’intelletto… Che ne pensa?”
“Penso che ciò agevolerebbe soprattutto i fusi di testa della classe abbiente!… E ciò contribuirebbe a rendere le classi dominanti ancora più irraggiungibili dalle classi subalterne, che si potrebbero permettere solo un normale quoziente intellettivo!”
“Non faccia il demagogo disfattista, Slimak!… Lei è il miglior neuro/programmatore sulla piazza e sono certo che sarebbe la persona più adeguata a dirigere il laboratorio cyber/psichiatrico del Centro…”
Ero rimasto ammutolito. Flobert mi stava offrendo su un piatto d’argento l’opportunità di mostrare finalmente al mondo la mia genialità!
“Lei pensi a progettare nuove strade e noi le trasformeremo in autostrade!… Ci siamo capiti?
All’inizio il denaro non sarà molto, ma se i risultati saranno soddisfacenti, l’interesse degli sponsor crescerà come una colonnina di mercurio con la febbre!…”
“Beh… Spero di essere all’altezza della fiducia che lei ripone in me e…” quasi sbavavo d’orgoglio e amor proprio, pur sforzandomi di esprimere con umiltà il mio compiacimento.
“Scientia est Potentia!” aveva esclamato il professore infervorato, battendo un pugno sulla scrivania.
“Et pecunia!…” avevo aggiunto, euforico.
Il CCS era ancora in fase di ristrutturazione. Per ragioni storiche, si era deciso di recuperare la maggior parte degli edifici, ormai in rovina, dell’antico Ospedale Psichiatrico di S.Maria della Pietà, sorto in occasione d’un antico Giubileo secentesco e poi diventato ospedale psichiatrico. Alla chiusura dei manicomi era stato riconvertito in Ostello per il Giubileo di fine millennio, per venire poi devastato da un Rave Party di baby gangs, essere abbandonato e diventare territorio di conquista per tossici, vagabondi, mutanti e tutti i più nauseanti resti di magazzino delle svendite annuali del mercato degli schiavi, scagliati via dalla forza centrifuga dell’inferno metropolitano.
Quando finalmente erano terminati i lavori di ristrutturazione e bonifica, il nuovo Centro di Cyber/Psichiatria Sperimentale era stato protetto da una recinzione da zona militarizzata, in assedio perenne di un’orda di parassiti e accattoni a cui le guardie gettavano gli avanzi, divertendosi a vederli scannare fra loro.
La sigla RSU (Rifiuti Solidi Umani), da me usata come semplice battuta, era piaciuta molto a Flobert, direttore del CCS. Così aveva reclutato alcuni esperti operatori ecologici, specializzati nella ricerca di corpi freschi da rottamare, per formare delle squadre speciali. Dotati di sofisticati sensori parapsichici, i tipici furgoni rossi dell’RSU a forma di coleottero, avevano cominciato a setacciare le strade e gli infiniti interstizi sociali della Megalopoli Eterna, col compito di raccattare i diseredati, gli sbroccati senza fissa dimora o i soggetti psicolabili più promettenti, monitorati in base a specifici parametri di utilità.
Una rivoluzione psichiatrica, nella seconda metà del XX secolo, aveva liberato dalle catene i malati di mente, per consegnarli alle istituzioni e una successiva rivoluzione li aveva liberati dalle istituzioni per metterli per le strade. Forse era il momento per innestare una nuova rivoluzione: rendere i malati di mente utili alla società.
Paradossalmente, da quando la Lega Antivivisezionista è riuscita a far abolire gli esperimenti sulle cavie animali, l’essere umano è una specie assai meno protetta del più repellente animale transgenico. Tanto più che il recente Codice Bioetico Internazionale stabilisce che può essere dichiarato umano solo un essere senziente in grado di creare e utilizzare simboli.
Niente di nuovo sotto il sole. Da ché mondo è mondo il cammino della scienza ha sempre avuto bisogno si sacrifici umani.
Cervelli vivi in corpi morti o cervelli morti in corpi vivi, poco importava, dato che quegli individui con l’anima appallottolata e tritata nella centrifuga dell’esistenza non erano omologati e codificati geneticamente e quindi potevano essere considerati materiale psico/biologico riciclabile, da bruciare in nome del Progresso. Anche se, specialmente i primi tempi, non erano solo i Rifiuti Solidi Umani ad affollare il Centro, dato che molti criminali sceglievano volontariamente di diventare cavie umane, piuttosto che finire a fare i bersagli viventi al Luna Park, uno dei tanti modi con cui era stata ripristinata trasversalmente la pena di morte.
Nel frattempo, avrei voluto far attrezzare il mio laboratorio con le più sofisticate attrezzature tecnologiche, ma il budget era ancora piuttosto misero, così all’inizio mi ero dovuto accontentare di attrezzature abbastanza rudimentali e d’un antiquato computer al silicio, del tutto inadeguato al mio tipo di lavoro. Era un anziano B52 dai circuiti etici non molto elastici, che aveva fatto parte di un sistema domotico adibito alla manutenzione di un ministero. In pratica era una sorta di idiot savant dai circuiti logori e irritabili, con un software che escludeva totalmente il senso dell’umorismo e lo rendeva un vero maniaco dell’igiene. La sua ossessione programmatica lo faceva detestare nevroticamente le barzellette sporche e gli psicopatici che non si lavavano.
Chi ha avuto a che fare con la cyber/psichiatria sa bene che è del tutto impossibile interagire con l’universo folle e affascinante della mente umana senza entrare in perfetta simbiosi mutualistica con il proprio computer, che deve diventare una specie di prolungamento protesico della mente dell’operatore. Invece quel deficiente del B52 sembrava fatto apposta per mettermi i bastoni fra le ruote.
“Se metti spazzatura nel tuo computer, otterrai solo spazzatura!” cantilenava saccentemente, con quella sua voce sacerdotale, rifiutando categoricamente di lasciarsi riprogrammare per svolgere al meglio la sua nuova funzione.
Ma dato che questo era quello che passava il convento, avevo dovuto far buon viso a cattivo gioco e cercare di adattarmi.
Uno dei miei primi esperimenti era stato un tentativo di ricodifica e reintroiezione psichica di Toto Capoccia, borderline schizoide, in bilico fra nevrosi e psicosi, con un passato da maniaco sessuale. Rapiva le donne, affettava le loro chiappe e poi le lasciava libere. Era stato beccato mentre si faceva un bel barbecue di bistecche di femmina. In seguito aveva provato la mescalina e s’era convinto di essere un Arcangelo. Diceva di percepire l’odore dei pensieri della gente, ma si era rotto parecchie ossa tentando di volare dalle finestre.
Il mio piano operativo era di normalizzare gradualmente le sue percezioni per mezzo di elettrodi e sensori collegati a un mondo artificiale, più concreto di quello da lui percepito come reale, creato per mezzo delle realtà virtuali.
Ma sul più bello dell’esperimento, quel deficiente del B52 era partito per la tangente. Dato che il mio paziente, secondo lui, non era igienicamente adeguato, aveva programmato di sua iniziativa una delle sue snervanti e reiterate disinfestazioni preventive dell’intero Centro, facendo degenerare la complessa e tentacolare sintomatologia dello schizofrenico, fino a far sfociare la sua psicosi in una vera e propria ossessione autofagica.
Così, quando in un accesso di rabbia angelica si era morso una mano, il gusto narcisistico della propria carne gli era talmente piaciuto da cominciare a tagliuzzarla a pezzetti con delle forbici, per nutrirsene. In seguito era passato a metodi più drastici e nessuno era più riuscito a fermarlo, prima che si facesse completamente a brandelli, autodivorandosi.
L’unico vantaggio di questa autoimmolazione sull’altare della scienza era stato che l’interfaccia col computer aveva innestato un feedback di comportamenti sempre più ossessivi nello stesso B52, fino a rinchiuderlo in un vero e proprio campo d’iper/impossibilità che alla fine aveva bloccato l’intero hardware.
Visto il fallimento dell’accrocco cibernetico, l’esimio Direttore aveva finalmente ritenuto opportuno acquistarmi un partner più adeguato, cogliendo l’occasione per propinarmi un’overdose d’aforismi, allo scopo di rinnovare le sue manifestazioni di fiducia nei miei confronti.
“Non scoraggiarti, ragazzo!… La storia della scienza è anche la storia degli errori della scienza!… Per correre in avanti, non bisogna guardare troppo indietro, l’importante è di non sprecare i propri errori, onorandoli come esempi d’intenzioni nascoste o non ancora realizzate!…”
Un bel giorno era stato disattivato e smontato il computer cretino che detestava le barzellette sporche e nei sotterranei del Padiglione K, dove si trovava il mio laboratorio, era stato installato l’hardware di un bio/computer protoplasmatico, con neuroprocessori modulari in biometallo molle. Il tecnico che l’aveva installato mi aveva spiegato che l’estrema compressione della sua memoria gli permetteva di immagazzinare una quantità immensa di dati. Quel modello era stato studiato appositamente per interagire con eventi caotici, improbabilità controfattuali, koan, matematiche non-euclidee, logica flessibile e tetrapiloctomica, vale a dire che all’occorrenza era in grado di spaccare il capello in quattro. Tutto merito delle sue sinapsi caotico/stocastiche, in grado di fornirgli un elevatissimo coefficiente di Elasticità Etica e Patafisica, rendendolo particolarmente adatto a interagire con menti disturbate. Una vera bomba!
In realtà Carl Gustav non era particolarmente bello a vedersi. In pratica era una specie di enorme e repellente ameba intelligente immersa in una vasca alimentata da un gelatinoso brodo neuronale di proteine e acidi nucleici. Il protoplasma cerebrale veniva stimolato con oscillazioni elettriche casuali, basate sulla teoria delle probabilità, la meccanica quantistica e la teoria del caos, in modo che i suoi bioelementi neuronali potessero apprendere ed espandersi. Come se non bastasse, una serie di microprocessori quantistici di stima e autostima lo rendevano in grado di vergognarsi e autopunirsi, in caso d’errore, in modo che le autofustigazioni cancellassero a poco a poco i difetti congeniti.
Dopo un paio di mesi io e Carl Gustav avevamo raggiunto un perfetto feeling, ottenendo il primo successo significativo su Chichibio, un ritardato mentale raccattato per strada da quelli dell’RSU, un individuo stolido e apatico, privo di quel briciolo di cervello necessario a fargliene desiderare uno. In pratica era un grasso suinoide, irsuto e cinghialesco, con occhietti porcini e dentatura in fase di rottamazione, che manifestava una grande aggressività urinaria, marcando il territorio come i cani. La sua unica abilità, prima del mio intervento, era quella di muovere a piacere le grandi orecchie, mollicce e carnose come piante grasse.
Dopo aver innestato una serie di microchip nel suo ipotalamo, avevo interfacciato Chichibio con Carl Gustav, allo scopo di stimolare e amplificare a dismisura un livello percettivo rimasto a uno stadio rudimentale. Nel giro di un paio di settimane la sua sfera cognitiva si era ampliata a tal punto da rubarmi la carta di credito dal camice e farsi una grappa a sbafo allo spaccio del Centro.
La cosa più interessante e proficua dell’esperimento su Chichibio era stato un effetto collaterale non previsto. Stimolando accidentalmente alcune aree inerti del suo cervello, avevo provocato il risveglio di alcune facoltà paranormali latenti, trasformandolo in un prolifico scultore psicocinetico. Bastava versare del metallo fuso in una vasca piena d’acqua e non appena il vapore si diradava, si ripescavano fantastiche sculture perfettamente formate, spesso oscene, prodotte dalla contorta immaginazione di quel maiale di Chichibio.
Neanche a dirlo, le oscene sculture erano andate via come il pane, arricchendo i galleristi, rimpinguando le casse del Centro e ritagliando un posticino di tutto rilievo all’ex suino nell’ambito dell’arte neo/postmoderna.
Con grande giubilo del professor Flobert, che ora preferiva essere chiamato semplicemente Direttore, il CCS stava cominciando ad attirare sempre più l’attenzione dell’opinione pubblica e, di conseguenza, gli sponsor fioccavano. Oltre che cyberpsichiatri, studiosi e studenti, i viali del CCS ospitavano orde di turisti psichiatrici a caccia d’emozioni, che sgomitavano con famelici giornalisti a caccia di scoop, nonostante la prosaica puzza di merda stagionata che ristagnava perennemente nell’aria, per incontinenza o scarsa dimestichezza dei pazzi col sapone.
Ormai la trivù era una specie di protesi e complemento dell’immaginazione e i media erano a corto di storie e personaggi bizzarri da far fagocitare alla famelica Audience, ansiosa di metabolizzare quotidianamente tonnellate e tonnellate di realtà pre/digerita. Così i mattacchioni del Centro, eccessivamente accessibili e invadenti sulle strade dove erano stati raccattati, diventavano infinitamente più interessanti, divertenti e rassicuranti sotto le spoglie di personaggi virtualizzati, piuttosto che incontrati quotidianamente dietro l’angolo o al supermercato.
Numerose comitive di visitatori a pagamento affluivano quotidianamente su pulmini blindati, per venire a vedere i pazzi visti alla trivù e manifestare lo stupore raccapricciato con cui un tempo si andavano a vedere bagonghi, freaks, nani e mostriciattoli vari, esposti nei circhi.
Il viavai dei non addetti ai lavori sembrava divertire pazzamente i mattacchioni DOC che, sentendosi al centro dell’attenzione, giocavano a fare ancor più i pazzerelloni, moltiplicando le loro performance. Come Pascal, un coprofago che s’era giocato il cervello sniffando colla da calzolaio e attraeva un folto pubblico schifato nutrendosi delle proprie feci, ancora vive e fumanti e poi razzolando allegramente nella pozzanghera fangosa e puzzolente dei suoi stessi escrementi.
Il masochismo coprofilo dei turisti divertiva molto Bilbo, un ripugnante e mascelluto nanerottolo, dall’aspetto d’uno hobbit animalesco, che si diceva devoto a un immaginario San Mandrillo, che giurava d’aver visto sul calendario di Playboy. Quando aveva riunito un sufficiente pubblico, estraeva il suo mostruoso aspersorio e irrorava sarcasticamente i turisti con un’interminabile pisciata dorata, facendo vibrare i labbroni equini in una risata che sembrava lo sbuffo d’un cavallo.
Pur godendone i benefici, i miei successi ingelosivano un po’ l’esimio Direttore, di cui rimanevo pur sempre un brillante allievo in grado di padroneggiare le più aggiornate stregonerie cibernetiche. Un rozzo programmatore neurotronico non sempre all’altezza della situazione, per le sue carenti conoscenze specifiche sulla malattia mentale. Così ogni tanto mi prendeva da parte e cercava di ristabilire la scala gerarchica ricacciandomi al mio posto.
“Per quanto possa evolversi la tecnologia, mio caro Slimak, la mente resisterà caparbiamente ad ogni indagine metafisica!…” mi alitava in faccia, naso a naso, col viso mummificato in primissimo piano “Eh, sì!… La mente, si potrebbe dire, è una variabile incognita in continua mutazione, che partecipa all’indeterminismo quantistico!…”
“Sono d’accordo…” ribadivo distrattamente, pensando ad altro. Cercavo di svignarmela, per non lasciarmi risucchiare dai suoi deliranti discorsi elicoidali che s’avvitavano su sé stessi, trapanandomi la psiche alla ricerca di un varco, ma Flobert mi afferrava per un braccio, frustando l’aria con l’altra mano .
“Qui casca l’asino!…” l’asino mi precipitava direttamente in testa “Lei si sta sclerotizzando troppo nelle sue idee, caro allievo!… Così finisce per essere sempre, tautologicamente, d’accordo con sé stesso!”
Ero sbalordito. Mi stava forse rimproverando di non avere un temperamento schizoide e di non litigare con me stesso, magari con due voci diverse? Tuttavia ero curioso di capire dove diavolo andava a parare, quel preambolo.
“Ricorda?… Nell’800 si riteneva che il cervello secernesse pensiero, come il fegato secerneva la bile!… Poi era arrivato Freud e nel XX secolo il confessore laico, lo psicanalista, è stato sul punto di soppiantare il sacerdote… La psichiatria era diventata l’arte medica di curare le alterazioni dell’anima… Ma l’atrofia degli ideali e il palese fallimento della psicologia del profondo ha permesso al pensiero debole di trionfare, sostituendo i terapeuti in carne ed ossa con degli stupidi software strizzacervelli … E’ stato allora che la filosofia è risorta dalle proprie ceneri e la terapia fenomenologica ha soppiantato la psicanalisi di stampo freudiano… Si rende conto?… Quest’epoca maldestra ha bisogno di tornare a capirsi, di ritrovare la via al proprio inconscio collettivo… Capisce?… Solo la psicanalisi è in grado di trovare una via d’uscita a tutti i vicoli ciechi della scienza…”
“Non capisco il nesso…”
“Spesso la verità è un insulto al raziocinio, caro Slimak!… La frammentazione dello scibile umano ha provocato un’inevitabile specializzazione, chiudendo ermeticamente la conoscenza a tenute stagne e atrofizzando tutte le altre valenze dello spirito… Per questo è tanto utile infrangere, di tanto in tanto, l’idolo delle proprie certezze!… Capisce cosa voglio dire?…”
“Sinceramente no!…”
“E’ presto detto!… Ho notato che il suo lavoro la sta avviluppando troppo nel bozzolo d’una visione monomaniaca del mondo, così mi sono convinto che sarebbe professionalmente stimolante, proficuo e utile per lei avere, di tanto in tanto, degli scambi d’idee, con qualcuno che non sia una gelida entità cibernetica… Insomma, in parole povere, ho deciso di affiancarle la dottoressa Frugis, una giovane psichiatra di scuola classica!…”
“Co-osa?”
“Arriva domani… Contento?…!”
Senza darmi modo di replicare, Flobert aveva girato i tacchi, piantandomi lì come un coglione.
Secca di corpo e di linguaggio, Layla Frugis era una donna di ampie visioni utopistiche che interpretava il mondo secondo sistemi preconcetti. Quel coglione di Flobert si fregava le mani soddisfatto, bevendo come oro colato i suoi interminabili pistolotti, trasudanti archetipi psicanalitici.
“Per guardare all’interno della psiche umana è necessario aggiornare continuamente i propri strumenti ottici… Capisce, direttore? Bisogna che l’analista impari a usare una gamma di lenti che vanno dal microscopio al teleobiettivo, magari usando diversi obiettivi contemporaneamente!… Se poi ancora non basta, potrebbe essere utile usare perfino la deformazione ottica del grandangolare!”
Ostile per partito preso alle mie metodologie ipertecnologiche, condannava a morte a priori ogni mio ragionamento, convinta di essere una professionista con le palle, perfettamente in grado di dipanare il bandolo aggrovigliato della psiche avariata di quei poveri disgraziati raccattati con la raccolta differenziata dell’RSU, trasformando le loro anime morte in autentici esseri umani. Solo per pura e semplice pigrizia mentale il nostro antagonismo professionale non degenerava ancora in un autentico sentimento d’odio.
Ma nel giro di pochi mesi la giovane psichiatra rampante aveva dovuto rendersi conto a sue spese che i pazienti psicotici non erano solo artefatti linguistici e sociali su cui sperimentare le proprie teorie e che per restaurare i loro intelletti budinificati non bastava certo affondarvi l’incruento bisturi del tranfert. Anche perché lo slancio generoso della sua solerzia professionale la portava a interagire eccessivamente con alcuni pazienti, senza rendersi conto che la sua mancanza di compassione indifferenziata suscitava lancinanti gelosie reciproche.
Bisogna ammettere che il successo produce sempre un piacevole massaggino all’ego, contribuendo non poco a ritemprare le energie e a riequilibrare un sano rapporto ecologico col mondo e col prossimo. E la mia fama cominciava ad uscire dallo stretto ambito degli addetti ai lavori, tanto che i Servizi Segreti si erano rivolti a Flobert per uno scottante incarico, che riguardava la sicurezza stessa dell’Unione Europea. La missione Top Secret, a quanto aveva capito l’esimio Direttore, riguardava l’ottimizzazione delle capacità paranormali di un soggetto cerebroleso.
Un giorno era arrivata un’ambulanza scortata da due macchine blindate e il paziente, un ragazzo arabo dell’apparente età di quindici anni, era stato trasportato con infinite precauzioni e grande apprensione degli infermieri nel mio laboratorio. Raccomandandomi caldamente di non toccare mai Akhmed a mani nude, gli infermieri dei Servizi si erano affrettati a telare. Il ragazzo non manifestava alcun tipo di reazione agli stimoli esterni. Una specie di vegetale, praticamente.
Prima di affidarmi il prezioso paziente, che giaceva sul lettino del labotatorio, guardato a vista da due uomini armati, un circospetto agente dei Servizi mi aveva delucidato sui delicati risvolti della faccenda. Per quanto potesse sembrare pazzesco, i mitocondri all’interno dei nuclei delle cellule epiteliali del corpo di Akhmed erano vere e proprie centraline termoelettriche, il cui tocco era in grado di provocare eritemi irreversibili in rapida espansione nella zona di contatto, avviando una veloce disintegrazione atomica dei tessuti. Nel giro di pochi minuti chi entrava in contatto con la pelle di Akhmed subiva un rapidissimo processo di autocombustione, riducendosi in cenere.
Infatti la nascita stessa di Akhmed aveva provocato l’istantanea autocombustione della madre stessa, al momento del parto, sotto gli occhi allibiti del padre, povero beduino nomade nel deserto del Sahara, devoto ad Allah. Ma il dramma che si era svolto all’interno della tenda beduina aveva impressionato molto un furbo mercante di passaggio, devoto al Dio Denaro, che aveva subito intuito il valore commerciale del letale neonato, offrendo al povero vedovo un cammello, con cui avrebbe potuto comprare una nuova moglie. Dopo ben dieci minuti di contrattazione, con le lacrime agli occhi, perchè dopotutto il piccolo Akhmed era “sangue del suo sangue”, il padre aveva accettato di separarsene per due cammelli e un computer palmare.
Ma l’avido beduino non aveva potuto godere del suo disgustoso mercimonio perchè mentre introduceva in una cesta di vimini (che il mercante aveva preteso fosse compresa nel prezzo) l’infernale neonato, lo aveva toccato incautamente a mani nude, entrando in immediata autocombustione.
Neanche un mese dopo, ma non prima di aver cremato una balia e un paio di caprette ed essere poi allattato artificialmente, lo scottante neonato era stato ceduto in cambio del suo peso in oro a un ricco epulone. A titolo dimostrativo, il mercante aveva autocombusto un servo muto davanti all’acquirente (in modo che le sue urla non disturbassero la trattativa).
Dopo altri pericolosissimi passaggi di mano (trattato con i guanti) e altre combustioni dimostrative, il valore monetario del piccolo Akhmed era salito alle stelle. Finalmente Akmed era stato acquistato dai Servizi Segreti del Governo Centrale Europeo, per una cifra astronomica.
I Servizi si attendevano da me una ottimizzazione delle funzioni bio/piretiche di Akhmed, in modo da rendere controllabile e riproducibile il suo potere, affinché potesse venire usato dall’esercito dell’Unione come Arma Strategica Finale. Ma il fatto che Akhmed fosse piantonato giorno e notte dai Servizi m’impediva di svolgere il mio lavoro. Vedendo che eravamo a un punto morto, erano stati costretti, ab torto collo, di andarsene fuori dalle palle, lasciando l’Arma Strategica sotto la nostra diretta responsabilità.
Ripreso possesso del mio laboratorio, avevo potuto finalmente iniziare gli esperimenti sul bell’addormentato, un tipetto da trattare coi guanti, irradiando il suo ipotalamo con onde alfa e gamma. Grazie a ciò avevo scoperto che era possibile accrescere a dismisura il potenziale energetico di Akhmed. Così, dato che il contratto del Ministero della Difesa non prevedeva compensi in denaro, ma ci concedeva il momentaneo usufrutto di eventuali risorse, avevo collegato Akhmed a dei cavi di materiale conduttivo semibiologico e a una serie di tubi metabolici ficcati negli orifizi, tramutando il Bell’Addormentato in una centrale termoelettrica vivente.
Per perfezionare il suo uso, in attesa di ottimizzarne ulteriormente le risorse, avevo creato una simbiosi mutualistica fra Akhmed e Carl Gustav che forniva a entrambi incredibili vantaggi. Fungendo da Generatore Biologico, Akhmed saturava il fabbisogno energetico del protoplasma cerebrale, favorendone l’espansione, mentre l’elaborato sistema digerente dell’entità cibernetica avrebbe sintetizzato chimicamente le sostanze necessarie al metabolismo di Akhmed, ottimizzando anche le sue funzioni vitali.
Forse per interagire con i pazzi, bisogna essere un po’ pazzi e il non esserlo equivale a essere soggetti a qualche altro genere di pazzia. Così mi sentivo follemente a mio agio, nei gironi di quella specie d’inferno comico. Un po’ Circo, un po’ zoo un po’ fogna, vi si respirava una gaia e pittoresca atmosfera surrealista da manicomio delle barzellette che metteva il buonumore, nonostante il perenne tanfo d’orina, escrementi e bestia umana in cattività, caratteristico d’ogni luogo di reclusione umana o animale. Dal canto loro, i mattacchioni avevano per me, moderno stregone cibernetico, un rispetto reverenziale, quasi timoroso, eppure mi consideravano uno di loro, mi salutavano affettuosamente.
Mentre mi stavo divincolando dall’abbraccio stritolante di uno dei miei pazienti, avevo visto in lontananza Bilbo che stava esibendo il pisellone davanti a un folto pubblico. Solo che stavolta si stava dedicando a una spasmodica masturbazione, sfrigolante di lascivia, che sembrava eccitare molto i turisti taratologici.
“Ti scoperei da farti schizzare lo sperma dalle orecchie!” gruniva Bilbo, sporgendo i labbroni a grondaia, rivolgendosi a una tizia svampita e pudibonda che lo guardava con gli occhi spiritati, incapace di reagire. Attorno tutti ridevano, è il caso di dirlo, come pazzi.
Mi attizzava, la pudibonda fanciulla. Soprattutto perché il suo abito non faceva per niente la monaca. Infatti indossava solo un un abituccio antilaser a specchietti, tenuto assieme da legacci laterali che lasciavano scoperti i fianchi, che rivelava l’eccitante assenza di biancheria intima.
Un attimo prima che Bilbo riuscisse a eiacularle in faccia, due robo/infermieri l’avevano afferrato brutalmente.
“Sei stato cattivo, Bilbo!” aveva tuonato la voce metallica di uno dei due, evidentemente dotato di circuiti etici.
“Un bel cybershock in Sala Punizione ti sistemerà per le feste!” aveva gracchiato l’altro.
Bilbo si era divincolato come un ossesso, ispido e astioso come un fico d’India, col pisellone gocciolante ancora di fuori.
“Bèccati questo, bidone ambulante!” aveva scatarrato Bilbo.
Un vischioso schizzo di catarro dalla balistica precisione aveva centrato in pieno una parte scoperta dei circuiti, mandando in avaria uno dei robot. Probabilmente i due robo/infermieri lavoravano in parallelo, così l’altro robot era rimasto impietrito e disorientato dall’improvvisa crisi epilettica del compagno, a cui stavano saltando tutti i fusibili. Bilbo ne aveva approfittato per battersela, fischiettando una marcetta podistica, con l’enorme membro che gli dondolava fra le gambe come il batacchio d’una campana.
Mentre la maggior parte della folla s’era diretta verso altri poli d’attrazione, vedendo che portavo il camice del Centro, la tizia pudibonda mi aveva indirizzato uno sguardo accusatore, spalancando gli occhi da farli quasi strabuzzare dalle orbite.
“Lo sa che per poco quel mostriciattolo non mi schizzava il suo sperma in faccia?” aveva strillato.
“Beh, Bilbo non è certo uno col conto in rosso alla Banca dello Sperma!” avevo replicato, ridendo.
“Non ci trovo proprio niente da ridere!” aveva bofonchiato, offesa.
Avevo fatto l’aggressivo, per farle abbassare un po’ le ali.
“Non le hanno dato lo stampato illustrativo, assieme al biglietto d’ingresso? Lo sapeva, no, che qui i pazzi mica li teniamo in gabbia come allo zoo o nei vecchi manicomi!… Insomma, che diavolo c’è venuta a fare qui, se non sa stare al gioco?…” “Beh, ecco…” la pupattola cominciava ad abbassare la cresta gelatinata.
“E poi non può certo pretendere di andarsene in giro svestita a quel modo, senza far arrapare gli psicopatici… O i normodotati!… “
Compiaciuta dalla mia scansione visiva del suo corpo, mi aveva teso la mano.
“Mi chiamo Tatjana Pichka, sono una giornalista del Multimedia News e…” per confermare la sua dichiarazione aveva indicato la webcam, camuffata da medaglione azteco, che portava al collo.
“Piacere, Lazlo Slimak…”
Con strabuzzato sbalordimento aveva controllato il tesserino appuntato al mio camice.
“Non ci posso credere!… Lei è il dottor Lazlo Slimak!” sembrava sbalordita come se avesse sempre creduto che fossi una leggenda metropolitana.
“In carne e ossa!”
La pelle sembrava andarle improvvisamente stretta, incapace di contenere tanta eccitazione, mentre citava i titoli che mi riguardavano, affrettandosi ad attivare la webcam nel medaglione.
“…Il giovane esploratore delle nuove frontiere tecnologiche!…Lo sa che è una vera celebrità?”
“I media tendono sempre a esagerare…” avevo minimizzato, con falsa modestia “Probabilmente ho una predisposizione alla follia che facilita i miei rapporti coi pazzi!…
“Non sia così modesto!” miagolava entusiasticamente “A cosa sta lavorando attualmente, professor Slimak?”
La sua adorazione mi faceva frullare in testa un sacco d’idee oscene.
“Perché non viene con me al Laboratorio?… Sto lavorando a un caso estremamente interessante… “
Estasiata, la giornalista aveva abboccato come una trota.
Il Padiglione K, tranne la consolle e l’area attorno al paziente, era nel buio più completo. Al centro del Laboratorio c’era un sarcofago trasparente, zeppo di cavi, elettrodi e sensori ottici in cui giaceva supino Krishna, un sordomuto ideoplastico indù, ripreso a distanza ravvicinata dalla webcam di Tatjana.
“Krishna è fortemente ritardato e sordomuto dalla nascita…” spiegavo, didascalico “Così ho irradiato la sua materia cerebrale con positroni…”
“A quale scopo?…”
“Come lei certo saprà, i positroni sono particelle di antimateria con carica elettrica positiva, vale a dire che sono elettroni che viaggiano all’indietro nel tempo… Grazie alla loro caratteristica, ho liberato nel diencefalo di Krishna una certa quantità di energia psicocinetica che permette di far materializzare il suo materiale onirico, in modo da diluirne l’impatto emotivo…”
“Non capisco…”
“In pratica la sua mente è disturbata da terrificanti incubi notturni, di cui non riesce a liberarsi, essendo privo del dono della favella… Ma grazie alla carica psicocinetica, gli incubi si coagulano in Tulpa, proiezioni ectoplasmatiche visibili e tangibili del guazzabuglio nel suo inconscio…”
“Vu-vuole dire co-come dei fantasmi?”
“Più o meno…”
“So-sono pericolosi?”
“Non s’impressioni!… Anche se la consistenza ectoplasmatica dei Tulpa è quasi gelatinosa, sono solo innocue proiezioni mentali…” terrorizzarla faceva parte della strategia atta a renderla bisognosa di un contatto fisico “A dire il vero, prima di smaterializzarsi una volta un Tulpa mi ha rifilato un cazzotto che mi ha lasciato un occhio nero per una settimana!”
Pur continuando a tenere sotto mira alternativamente Krishna con la webcam, Tatjana cominciava ad accorciare le distanze.
“Non… Non accade ancora nulla…”
“Ci vuole almeno una decina di minuti, per innescare il processo…”
“In che modo innesca questo… processo?”
“Ho suscitato chimicamente la fase REM nel tronco encefalico con dei neurotrasmettitori… Come lei saprà, il tronco cerebrale primitivo agisce da interruttore, inviando segnali elettrochimici alla corteccia cerebrale, stimolando l’attivazione dell’attività onirica… Come ulteriore supporto onirico, il computer sta introducendo una serie di immagini virtuali che faranno da catalizzatori…”
“Co-comincia a succedere qualcosa!”
Attorno al sarcofago si stavano materializzando piccoli demoni alati, che fluttuavano nell’aria, repellenti e ridacchianti.
“Fanno un po’ schifo, eh?”
Fluorescenti mostri schifosi e repellenti, dai ghigni limacciosi e carnivori ormai ci circondavano da tutte le parti. Sentivamo perfino la puzza del loro fetido fiato gelido, mentre ci esaminavano con la curiosità ottusa e intrigante degli spettri. Ormai la fanciulla del Web mi aderiva addosso come una ventosa.
“Ma… Ma sono terrificanti!”
“Nonostante il loro aspetto minaccioso, i Tulpa sono solo innocue entità oniroidi, attinte dal subconscio, puri e semplici poltergeist, praticamente…”
“Aiuto! Qualcosa di freddo e viscido mi ha sfiorato la faccia!”
L’avevo abbracciata, protettivo.
“Ho notato che da quando Krishna e stato sottoposto a cyberterapia di sostegno, gli incubi e le allucinazioni diventano sempre più virulenti…”
“Credevo che una terapia avesse un effetto del tutto opposto!”
“Il fatto è che incubi e succubi attingono energia dalle persone emotivamente squilibrate e dopo un po’ ci prendono gusto, ad esistere… Così qualsiasi tipo di terapia li fa prendere dal panico di scomparire nel nulla da cui provengono…”
“Ho paura, Lazlo…”
Avevo approfittato di un suo sussulto per infilarle una mano in uno spacco laterale e afferrarle un seno. Lei lasciava fare.
“Non ti accadrà nulla, Tatjana!”
“Ma…ma… Non avevi detto che possono assumere una consistenza pericolosa?”
“Scherzavo… Lo avevo detto solo per impressionarti!”
Fregandomene del freddo e viscido tocco ectoplasmatico di quelle grottesche entità, dei loro fetori nauseanti, dei loro mugolii mucillaginosi, avevo approfondito l’esplorazione del corpo caldo di Tatjana, scoprendo che l’ostrica era del tutto priva di pelame. La mia erezione era alle stelle.
“Ma Lazlo, che fai?”
Quando le avevo sfilato l’abituccio laminato, mi ero sentito talmente turbato dalla fragranza del suo corpo pudibondo che m’ero affrettato a coprirlo col mio, constatando che la strizza l’aveva ormai arrapata e lubrificata al punto giusto. Ormai ululava come un’ossessa, di terrore e piacere allo stesso tempo.
“Sei… sei pa…zzo, Lazlo! Sei pazzoooo!”
“Lo so, Tatjana, lo so!”
Una scopata assolutamente apocalittica!
Cap. III SOGNI
Ogni giorno è il primo di quel che resta della vita e l’ultimo di quella vissuta finora e mentre il tempo erode a poco a poco la realtà, costringendo il futuro ad arrendersi al passato, la curva della nostra vita si piega fino a farci camminare curvi.
Curvo su me stesso, in questa dimensione post/mortem, sono costretto ad ammettere che in vita raramente ho saputo riconoscere le manifestazioni del fato, quando mi si è presentato davanti, in carne e ossa. Così, a rotta di collo verso il Nulla, è col senno di poi che rievoco la prima apparizione di Maya, evento che forse, mentre lo vivevo, era del tutto privo di pregnanza semantica.
Probabilmente è solo grazie a un’operazione di cosmesi mnemonica che percepisco ancora la musica segreta del suo passo fluttuante, alla ricerca di pinoli sotto i pini mediterranei del Centro, messa a ferro e fuoco da un tramonto psichedelico che sembra sgorgare ancora i suoi fiotti di sangue mestruale nella memoria.
“Come ti chiami?” le chiedo. Ma la ragazzina cinese continua a raccogliere pinoli, pedinando segrete geografie interiori, rinchiusa nel suo bozzolo d’impermeabile malinconia, con le guance solcate dalla scia salata delle lacrime, ustionandomi a posteriori l’anima.
Mentre il tramonto spavaldo e spadaccino affetta il cielo con le ultime sciabolate di luce dorata e poi si spegne ingloriosamente in un pallido crepuscolo violaceo e malaticcio, al bar del Centro m’imbatto in Rosa e Alba, le due pettegole gemelle siamesi addette alla lavanderia, frutto di una clonazione andata male, attorniate dalla solita folla di folli folletti vocianti che accavallano le voci come pappagalli, affamati dei più aggiornati pettegolezzi.
Solide e voluminose come un baobab biforcuto, Ros’Alba, come le chiamano tutti, considerandole un’unica entità psicofisica, sono attaccate longitudinalmente, formando una mostruosità a due teste, tre braccia e tre gambe. Da che mondo è mondo, è sempre esistito un sistema d’informazione assai più veloce di quelli telematici, più veloce del pensiero e perfino dei fatti stessi: il pettegolezzo. E al Centro, il notiziario ufficiale, ambulante e stereofonico, viene fornito gratuitamente e quotidianamente da Ros’Alba, che galoppa comarescamente a tre gambe fra i padiglioni, a tempo di valzer, a caccia di notizie di giornata da condividere altruisticamente col prossimo.
Resa obesa da un doppio ménage gastronomico, Ros’Alba ha sensazioni e sentimenti alternati: la sofferenza fisica o mentale di una delle due metà corrisponde al piacere dell’altra e viceversa. E ciò crea fra loro un costante disaccordo, che le fa litigare su tutto, maledicendo continuamente l’impossibilità di separarsi. Ma quando qualche succoso avvenimento titilla il loro senso del pettegolezzo, si trovano improvvisamente unite e solidali.
Colgo l’occasione per chiedere a Ros’Alba cosa sanno della ragazzina cinese che ho appena incontrato alla pineta e le due gemelle sono ben felici di rendermi edotto di tutto quello che c’è da sapere, afferrandomi alternativamente un braccio, a mo’ di punteggiatura del discorso. Con le loro vocette fesse e scrocchianti da bambole parlanti, mi rivelano che la ragazzina si chiama Maya ed è stata portata due o tre giorni fa da un furgone dell’RSU. Al momento è la dottoressa Frugis a occuparsi dell’inquadramento clinico della paziente, attraverso la procedura di routine.
Visto che ormai è ora di cena, vado a cercare Layla al refettorio. Più che un refettorio, si direbbe un vomitorium, visto che uno dei divertimenti preferiti dei pazienti è dare di stomaco nei reciproci piatti, ridendo come pazzi. Forse è questo il motivo per cui le pareti sono state prudentemente dipinte con lo stesso smalto verde/marcio con cui sono dipinte le questure.
“Abbuffa! Abbuffa! Abbuffa!” urla un coretto di pazzi, battendo il ritmo col cucchiaio, per terrorizzare la povera Ventriglia, che se ne sta tutta nuda a mangiare in un angolino, cercando di nascondere la pancia perché gli altri non possano vedere in trasparenza i suoi processi digestivi. Convinta di essere stata sottoposta a vetrificazione, mediante un gavettone di azoto liquido quando lavorava in un istituto criogenico, è ossessionata dall’idea che suoni troppo stridenti o parole troppo pesanti la possano mandare a pezzi da un momento all’altro. Non porta mai abiti, perché ha paura di rompersi facendo qualche movimento brusco, vestendosi o spogliandosi.
La puzza prende alla gola. Un odore stagnante che mescola vomito, escrementi, cibo guasto e sebaceo sentore di capelli sporchi. Faccio un po’ fatica a individuare Layla, in mezzo a quegli psicotici curvi, torvi e sghignazzanti, famelici e grufolanti sui piatti come maiali al trògolo.
Con slancio ed egoistica generosità, Layla si ostina a svolgere volontariamente mansioni non richieste dalla propria professione. Sembra una suora laica, col camice quasi monacale, i capelli raccolti in una sobria crocchia, tenuta assieme da un pettine d’osso e la carnagione ossidata dalla clausura.
Composta e compunta, sta imboccando Irma, una truce schizofrenica resa inoffensiva ma focomelica da una prudenziale camicia di forza, che mangiando sembra soffocare a fatica conati d’odio furente le salgano a ondate dall’apparato digerente. Carl Gustav ha rilevato un’interessante radioattività cerebrale nelle frequenti cataplessie di Irma, durante le quali sostiene di venire posseduta dall’Anticristo e da varie divinità dell’Olimpo che “aprono col loro divino aratro il suo solco di carne”. Se la sua psiche viene eccitata da pentacoli digitali, il suo corpo viene scosso da orgasmi multipli, talmente forti da provocare un feedback erotico nel protoplasma cerebrale del computer stesso.
“Lazlo! Anche tu nella fossa dei leoni?” esclama Layla, scrutandomi interrogativamente da sopra gli occhiali, con un sorriso agro.
“Ti stupisce?”
“Abbastanza…”
Mi siedo di fronte a loro e Irma ne approfitta per rifilarmi un sorriso erbivoro e maligno, sotto l’inestricabile capigliatura, lubrificata da decennali secrezioni sebacee, che sembra un groviglio di filo spinato, dedicandosi immediatamente a un gioco di gambe sotto il tavolo, nel tentativo di eccitarmi.
Ekhart, un individuo dalla faccia lunga come una scarpa, s’interessa puntigliosamente alla biografia del vino, leggendo da cima a fondo la scatola, prima di versarlo nel bicchiere di plastica e continuare a mangiare borbottando fra sé, come se si nutrisse di aforismi, piluccati in punta di forchetta.
Ex studioso di lingue morte, un giorno Ekhart ha scoperto che il silenzio è d’oro e che in esso c’è la radice di ogni parola. Come certe popolazioni della Papuasia, che abolivano in segno di lutto certe parole ogni volta che uno dei membri della tribù moriva, portandosele appresso, lui si libera a poco a poco dei sedimenti linguistici del logos, eliminando ogni giorno nuove parole dal suo vocabolario. Se i papuasi avevano un Onomaturgo che rimpiazzava con nuove parole quelle decadute, la glottofagia di Ekhart è ormai arrivata al monosillabo. La sua congestione verbale si manifesta con pigolii d’uccello o suoni strozzati, come un cinese che s’esprima con indecifrabili ideogrammi.
Nel piatto di Irma c’è una sorta di broda fangosa, in cui galleggiano repellenti ravioli, simili a orecchi umani bolliti. Sembra talmente un Brodo Primordiale che verrebbe voglia di punzecchiarlo con scariche elettriche, per farne scaturire la scintilla della vita,
“Che schifezze danno a questi poveracci?”
Layla mi guarda ironicamente.
“Non credo che tu sia venuto in questo porcile solo per controllare la dieta dei pazienti… Sbaglio?”
“Ho visto nella pineta una strana ragazzina orientale e…”
“Maya?… Carina, eh?… Lo sapevo che l’avresti notata… Il sintomo più evidente del declino psicofisico di un maschio è quando comincia a mettere gli occhi sulle ninfette!”
“Non dire stronzate!”
Mi salta subito alla giugulare.
“Non so se sia meglio la tua libidine sessuale o la tua voluttà di ficcarle in testa le tue lercie sonde psicotroniche!… hai l’aria di un cane da caccia che ha appena fiutato l’usta!”
Mi punta addosso un dito minaccioso come la canna di una pistola.
“Stai lontano da lei, Lazlo Slimak!”
“I tuoi viscerali pregiudizi tecnologici non dovrebbero influenzare la tua etica professionale, Layla!… E’ giusto che ogni paziente abbia la possibilità di…
Improvvisamente, prima che Layla possa trattenerla, Irma se la batte. Come a rendere giustizia all’onomastica della sua sindrome schizzo/frenica, prima schizza via come una freccia e poi frena di colpo, con gran stridìo di suole cingolate, senza riuscire ad evitare il rovinoso impatto con un carrello colmo di stoviglie.
“Vabbe’…” Layla si alza rassegnata “Visto che il pasto delle belve sta volgendo al termine, che ne dici di continuare a parlarne in giardino?
“Ottima idea!”
Continuando a beccarci l’un l’altra in materia professionale, usciamo dal vomitorium, seguiti a ruota da Ekhart, incuriosito dal fatto che ci ha sentiti parlare di qualcuno che ha perduto l’uso della favella. Sotto braccio porta con sé un vecchio quaderno sgualcito, su cui fa tabula rasa delle parole ferite, moribonde e morte.
Mentre calano le ombre della sera, ci sediamo su una panchina, in un angolo del giardino protetto da cespugli di alloro. Ekhart, si siede sul bordo della vasca, per osservare i pesci rossi. Teso nell’ipnotica concentrazione psicomotoria dei paranoici, muove silenziosamente le labbra come se stesse apprendendo il loro idioma silente. Poi borbotta fra sé.
“Una volta i miei occhi erano come quelli dei pesci… Poi li ho persi, ma li ho ritrovati nello stagno… Per questo adesso vedo anche sott’acqua…”
Layla, come al solito, è in vena polemica. Polemiche che cala dall’alto della sua presunta verticalità deontologica e che, come Matrijoske, fungono da contenitori per nuove polemiche.
Ma a poco a poco, come al solito, il nostro furore polemico si placa e Layla comincia a dondolarsi, abbracciando pensosamente le ginocchia, nel suo gesto tipico, osservando pensosamente nidiate di nubi al pascolo nel cielo notturno.
Aprendosi, il camice rivela un reggiseno trasparente di pizzo bianco, che non sembra reggere praticamente nulla. Prima di parlare, si liscia languidamente le gambe, come una gatta nell’atto di leccarsi.
“Si direbbe che Maya sia di origine cinese o giapponese… forse nata illegalmente, dato che non risulta schedata geneticamente… “
“Quanti anni potrebbe avere?”
“Circa dodici, direi… Il furgone dell’RSU l’ha trovata che vagava sotto shock, in apparente stato catatonico… Da come era abbigliata, credo facesse parte di un branco di bambini selvaggi… Probabilmente è l’ennesima orfana di genitori vivi, abbandonata chissà quando al suo destino… “
“Cosa l’ha fatta scegliere nel mucchio?”
“Sembra che lo scanner dell’RSU abbia rilevato impulsi cerebrali che denotano capacità psicocinetiche latenti…”
“Non parla?”
“Solo frasi prive di senso… E’ stata lei, comunque, a dirmi come si chiama…”
“Secondo te è autistica?…”
“Sì e no…” ora Layla sembra estremamente interessata alla propria manicure “Comunque è ancora presto per fare una diagnosi precisa… Nonostante una certa incapacità di focalizzare l’attenzione sul mondo circostante, non sembra trattarsi di una vera sindrome autistica… Gli autistici, come ben sai, provano una gratificazione quasi masturbatoria nelle azioni e nei movimenti ritmici e poi sono molto presi da alcuni oggetti, che perdono il loro uso originario per diventare quelli che in gergo si chiamano oggetti autistici, oggetti molto più importanti degli esseri viventi, che invece trattano come fossero oggetti inanimati… Invece Maya non manifesta consistenti stereotipie, non assume le posture caratteristiche e non si concentra su oggetti autistici…”
“…E quindi?…”
“Sospetto che il suo blocco mnemonico sia dovuto a uno shock che ha avviato in lei una psicosi latente, un evento traumatico dal contenuto fortemente emotivo…”
“Recente?”
“Probabilmente sì… La membrana dei suoi atteggiamenti sembra abbastanza sottile… Chi subisce o è testimone di aggressioni psicofisiche nella prima infanzia cerca di proteggersi restando immobile, confondendosi con la tappezzeria o con l’ambiente…”
Lapsus in fabula, mentre parliamo di lei, Maya si materializza misteriosamente accanto a noi, fra i cespugli di alloro. La sua angelica presenza sembra scalfire di colpo anche la fisionomia marmorea del silenzioso Ekhart, abitualmente imperturbabile come un sasso.
Layla le porge una mano, con uno di quei sorrisi che tiene in serbo solo per le grandi occasioni. Maya si avvicina e accetta di sedersi sul suo grembo. Barricata nell’invisibilità del suo enigma, sembra un angelo che si sia rotolato nel letame, dopo essere disceso agli inferi per assunzione in cielo. Lo sguardo professionale, quasi metallico della psichiatra sembra liquefarsi di tenerezza, dietro le lenti degli occhiali.
“Vedi?… Maya non manifesta immobilità mimetica… L’evento traumatico deve essere stato recente, perché se fosse avvenuto nei primi stadi di vita le avrebbe impedito d’introiettare le successive esperienze e solidificare l’intelligenza… Capisci cosa voglio dire?”
“Più o meno…”
“Come ben saprai, l’autismo è una sindrome di egocentrismo patologico in cui il soggetto non rivolge l’attenzione verso l’oggetto, ma all’oggetto e ha bisogno che gli altri si comportino nei suoi confronti come un’estensione del sé, svolgendo in sua vece le funzioni dell’io…”
Indifferente a quelle disquisizioni sulla sua persona, Maya guarda nel vuoto. Layla le porge una penna e lei guarda stupita i ghirigori che disegna sulla propria mano.
“Vedi?… Non manifesta segni di aprassia, vale a dire che non ha perso la comprensione dell’uso degli oggetti consueti…”
“Quindi secondo te è possibile recuperarla?”
“Dipende… La gravità di una psicosi traumatica è sempre direttamente proporzionale alla gravità dell’evento che l’ha causata… “
Solo ora mi accorgo che sotto il camicione del centro, appassito e sporco, s’intravedono dei lividi violacei, che coprono varie parti del corpo di Maya.
“…Comunque le modalità della sua attenzione e la sua interazione con il mondo esterno non sembrano denotare deficit intellettivi irreversibili… “
“Come pensi di intervenire?”
Prima di rispondere assume una postura plasticamente riflessiva.
“Definire esattamente un problema non implica affatto l’esistenza di una soluzione… Comunque la prima cosa da fare è sbloccare il nodo traumatico che controlla le vie all’inconscio, intasando l’io, trovando il codice d’accesso che provoca la criptomnesia…”
“In parole povere, come intendi operare?”
“Con l’ipnoterapia regressiva… Sono certa che potrebbe essere un buon metodo per trovare la chiave del codice, ripristinando l’azione verbigerante e, di conseguenza, la memoria eidetica…”
“Interessante… Potrei venire ad assistere alle tue stregonerie psicanalitiche?”
“Perché?” ha uno sguardo sospettoso.
“M’interessa, ecco tutto…”
“Va bene…” sospira, riluttante “Potrebbe anche darsi che tu possa imparare qualcosa, in fin dei conti!… Passa al mio Laboratorio domani pomeriggio…”
Quando giro l’angolo, per recarmi al Laboratorio di Psichiatria Comparata di Layla, mi scontro con Loreto, uno schizoide uccelliforme dal profilo aerodinamico, indispensabile a filare a tutta callara sui roller.
Scontrandosi con me, emette uno stridìo da uccellaccio, che sembra un falsetto dei nervi.
“Scusa, dott-orrre!” trilla, zampettandomi attorno come un uccello, con le scarpe a brandelli legate ai roller fuori misura con degli spaghi sudici. Ha il capo in bilico o, sarebbe meglio dire, appeso al corpo scheletrico, coperto da repellenti eczemi in ordine sparso, un enorme naso a becco, un mento sfuggente, che sembra fare tutt’uno col collo da condor, che sembra sempre sul punto di deglutire l’enorme pomo d’Adamo.
Loreto ha un cervello che ribolle di numeri, specialmente quando viene irradiato con microonde a bassa frequenza. Dopo aver sbancato parecchie roulette ed essere stato bandito da tutti i Casinò d’Europa, attualmente Loreto viene usato dall’Amministrazione come fonte di finanziamento, grazie ai suoi infallibili pronostici alle corse dei cavalli.
Purtroppo la sua attendibilità col tempo si va affievolendo, di pari passo con una percezione deformata della realtà circostante. Spesso ha l’illusione di poter attraversare la materia, così va a sbattere sugli alberi, sui muri o addosso alle persone. Probabilmente troppe microonde gli hanno cotto il cervello.
Mi scruta per un istante con gli impassibili occhi da insetto, quasi invisibili sotto la tesa del suo eterno berretto da baseball, ma talmente distanti da sembrare laterali, poi si riscuote di colpo e schizza via suoi suoi roller.
“Quatt-rro! Ott-anta-ccinque! Trr-enta-trrè!” stride, correndo a tutta velocità verso il prossimo muro.
Trovo Layla già seduta alla consolle, tatalmente concentrata sui vari display a decifrare grafici pieni di parabole e iperboli che s’intersecano, s’elidono, formano disegni sempre nuovi e mutevoli che gli occhi, resi sporgenti dal suo lavorìo mentale, sembrano quasi schizzare dalle orbite. Osservo con curiosità le sue mani che corrono su tasti e pulsanti, illuminate dal cerchio della lampada da tavolo, come avessero vita propria. Lame di luce serale, color whisky, le sanguinano addosso dalle fessure delle veneziane, affettandole la faccia che medita con energia virile su qualche problema.
Luci stroboscopiche multicolori, probabilmente sintonizzate sui bioritmi encefalici delle onde beta di Maya, distesa su un lettino, stanno inducendo in lei la trance ipnotica. Il massaggio subliminale dell’ipnosi sembra cristallizzare ulteriormente il suo sguardo perso nel vuoto.
Invece del solito asettico camice, Layla porta una camicetta traslucida, color spinacio cotto e una gonna color tabacco, con un profondo spacco laterale. Per non disturbarla, prendo la prima poltroncina a portata di chiappe e mi ci affondo. Lei salta su come se avesse visto un fantasma e per qualche istante mi guarda con uno stupore quasi tumefatto.
“Che ci fai tu, qui?”
“Mi hai invitato tu, per assistere alla seduta di ipnoterapia, ricordi?”
“No… Comunque, ormai che ci sei, ammaina la tua aria saccente e spalanca i padiglioni auricolari… Chiaro?”.
“Come il sole!”
Dopo aver regolato ancora una volta i vari marchingegni, mordicchia nervosamente le parole, prima di pronunciarle.
“Ecco… E’ il grafico dell’attività cogitante di Maya… Attualmente la sua memoria è tabula rasa, vuota come lo schermo di un computer spento…” parla con voce monotona, didascalica, salmodiante, oleata dalla professionalità “Dopo aver indotto una condizione di sonno profondo nel soggetto, sto attivando degli stati ipnotici concentrici, stimolando l’attivazione del tronco cerebrale primitivo che agisce da interruttore per l’ipnosi pluristratificata… Sai cos’è l’ipermnesia?”
“Un modo per fare ricordare gli avvenimenti passati?…”
“Più o meno… Vedi quello? E’ il display dell’elaboratore subliminale, attraverso cui sto inviando dei segnali elettrici e chimici alla corteccia cerebrale… L’amnesia, come ben sai, è una specie di atrofia dell’io… Se il blocco è dovuto a una amnesia retrograda, verrà rimosso abbastanza facilmente… Se invece la situazione è più grave, userò un’ipnosi elicoidale più profonda che dovrebbe penetrare in cerchi più allargati di memoria… Per sgretolare il suo blocco neuropsichico, prima di tutto bisogna scoprire quale trauma l’ha provocato… “
“Sono in fremente attesa che tu mi stupisca con i tuoi effetti speciali psicanalitici!… Le farai girare la testa, in modo che i ricordi schizzino fuori grazie alla forza centrifuga?”
“Freud che sei nei cieli, aiutami tu!” sospira, alzando gli occhi al cielo. Come ispirata dal suo nume tutelare, trova la forza di proseguire.
“Come ben saprai, tutto il rimosso precipita in un pozzo senza fondo, chiamato inconscio… E’ una zona della psiche zeppa di pulsioni che il sogno ha il compito di soddisfare, attraverso una loro rappresentazione simbolica… In pratica, il sogno è un espediente dell’inconscio per afferrare e rappresentare simbolicamente le nostre rappresentazioni del mondo… Il mondo onirico è come la facciata d’un immenso edificio, di cui nasconde l’interno…”
“Insomma, secondo te, tutto il passato di Maya verrà spiegato dai suoi sogni?”
“Non è così semplice… Il linguaggio onirico non ha un lessico codificato, perché i simboli sono portatori di significati plurivalenti, così è quindi impossibile una traduzione esatta…”
“Una cosa mi sfugge, però… Come farai a interpretare i suoi sogni, se Maya non non è in grado di raccontarteli?”
“Per questo c’è l’Onirikon… Penso che tu lo conosca, no?”
“Ne ho sentito parlare, anche se non ne ho mai visto uno… Mi pare sia una specie di apparato oniroscopico o qualcosa del genere…”
Si alza in piedi, sbuffando e si avvicina al lettino della paziente, per illustrarmi il funzionamento dell’Onirikon, a cui Maya è interfacciata. Non l’ho mai vista prendere così a cuore la sorte di una paziente. I suoi occhi sono luccicanti di commozione e il suo tono professionale si fa sognante ed estatico, quasi lirico, come se nell’aspetto transferale della sua ascesi psiterapeutica inserisse un pizzico di morbosa tenerezza lesbico/materna, nei confronti della sua paziente.
“Vedi? Un modulatore encefalico stimola l’attività onirica del mesencefalo, bombardando la corteccia cerebrale con neutrini… In questo momento cento miliardi di neuroni, collegati fra loro da centomila miliardi di connessioni, stanno trasformando un messaggio chimico in un segnale elettrico e il segnale elettrico in sogno… Qui poi c’è uno scanner neurale, con due telecamere/laser puntate sulla retina di Maya, che legge in tempo reale l’attività cerebrale, attraverso le percezioni pseudovisive attivate dai sogni… Il tutto viene letto dal computer che dà un senso a psiconi, mnemoni e immagini oniriche, attraverso un decodificatore icastico che traduce tutto in linguaggio digitale, che viene visualizzato sul monitor…”
Tornando verso il monitor, mi porge degli occhiali.
“Tieni… Metti la coscienza in stand by e indossa questi occhiali con display a cristalli liquidi… Ti permetteranno di entrare tridimensionalmente nell’universo onirico di Maya!…”
“Mi stupisci, Layla!… Ero convinto che la tecnologia ti facesse venire l’orticaria!…”
“C’è tecnologia e tecnologia!… L’importante è non cadere nel tecno/feticismo e soprattutto di non essere troppo invasivi…”
Fingo di non aver compreso la frecciata nei miei confronti.
“Funzionerà?…”
“Chissà?… Ogni evento sensoriale o mnemonico è il concorso di un’infinita catena di cause ed effetti, così non ci resta che accettare la collaborazione del caso…”
Come spie dell’inconscio, nell’atto di violare i segreti più intimi d’una mente umana, indossiamo i voyeuristici occhiali stereoscopici a cristalli liquidi e penetriamo a poco a poco nella memoria blindata di Maya, che si desquama. Un delicato refolo di memoria sembra sollevare lievemente mnemoni e psiconi, facendoli svolazzare come piume o fluorescenti ectoplasmi, brandelli mnemonici fluttuanti nell’oceano primordiale dell’inconscio. La routine non riesce ad annullare la maieutica emozione di questa simbolica effrazione della porta dell’inconscio di Maya. La voce di Layla mi giunge ovattata, irreale come fosse uno speaker dei sogni.
“Il cervello di Maya è come un apparecchio ricevente atrofizzato dalla scomparsa dei nessi fra le cose… e quando un circuito nervoso non viene usato, lo sai meglio di me, finisce rapidamente fuori uso, come se i pensieri non/nati calcificassero, se così si può dire, il distacco dal mondo… Maya sta entrando della delicatissima fase pre/puberale, così bisogna evitare che il suo sviluppo sessuale e intellettivo consolidi in modo irreversibile il suo pseudo/autismo…”
Frammenti oniroidi o inanimati scheletri d’idee morte anzitempo, s’aggregano in molecole più complesse, affamate d’esistenza, che sembrano coprirsi di muscoli, sangue, nervi virtuali. Sono ricordi di sogni, cristallizzati in forma mnemonica o veri ricordi in carne ed ossa? Affluendo confusi dalle retrovie della mente, sembrano guardarsi attorno smarriti, come personaggi in cerca d’autore, e ciascuno di essi è come una tasca di canguro, che si porta in giro i cuccioli d’altri ricordi, in attesa che crescano e possano camminare con le proprie gambe.
Come se l’inconscio di Maya trasmigrasse in me, fagocitandomi, il suo universo onirico sembra tracciare una circonferenza che include anche la mia coscienza, giustapponendovi nuovi piani di realtà che mi fanno percepire il mondo da una diversa angolazione, riscriverendo la mappa del mio mondo fenomenico e rivelando nuovi significati alle rappresentazioni di me stesso.
Il dragaggio psichico della mente di Maya fa affiorare dalla sotto la superficie della mia stessa materia onirica ricordi rimossi, aguzzi come punte di compasso, che sembrano conficcarsi tenacemente al centro della mia mente. Così ora non so più se sono io a sognare o è Maya che mi sogna sognarla.
Un aratro di luna va alla deriva in un cielo colmo d’arroganti nuvolaglie, mentre il vento arpeggia dolcemente la chioma gotica dei cipressi, arruffa le ombre sulle tombe d’un cimitero, disperde le molecole d’ansietà vaganti, facendo applaudire a due a due le foglie degli alberi, come un pubblico vegetale a una cerimonia funebre. Siamo in tanti, sotto i cipressi lunari, avvoltolati come mummie nel sudario dei nostri stracci, sulle tombe o nelle cripte scoperchiate, circondate da rifiuti e rottami. Il terreno è duro, pieno di gobbe, eppure è delizioso dormire sotto le stelle, nella notte vibrante come le corde d’un’arpa eolica, coi sogni che s’affollano attorno a noi come fantasmi o come amori senza fissa dimora. Sogni alati che cancellano lo spazio dalla superficie del tempo.
Sogni sempre più inchiostrati di tenebra, che si coagulano in un nodo di tensione alla nuca. Una cripta sfondata, un arbusto rossastro e spinoso che sospira e respira, dove crescono le Bacche dei Sogni. Sono bacche fatate, sanguigne, dai fiori parlanti, che attingono le loro virtù dall’energia onirica delle anime morte. Dormire nel cimitero è come una preghiera, come visitare anzitempo la nostra ultima dimora, per farsi un’idea del comfort. La presenza intima della morte rende più succosi i nostri sogni, li rende profetici, come gli antichi aruspici che dormivano in luoghi sacri o nei templi, per avere sogni rivelatori.
Trovo a tentoni la chiave rinchiusa in uno scrigno perduto. La porta si socchiude sullo scintillìo opulento delle stelle, mentre Maya si risveglia. E io con lei.
Uscire dal caotico zapping mentale virtualizzato dei sogni di Maya è come risvegliarmi io stesso da un sogno, come se la realtà fosse solo la parte irreale del sogno.
Solo quando tolgo gli occhiali a cristalli liquidi, con uno sbadiglio che mi fa schioccare le orecchie, percepisco nuovamente l’attrito del mondo fenomenico. Seduta sul bordo della scrivania, Layla è già intenta a prendere appunti su un palmtop, con espressione enigmistica, facendo dondolare pensosamente le gambe. Borbotta fra sé che Maya si è rivelata un soggetto refrattario all’ipnosi pluristratificata. Non è riuscita a praticare alcuna apertura nel tessuto compatto della sua memoria a lungo termine, come sperava. Perciò, come una clochard a caccia di reperti archeologici nei cassonetti della spazzatura dell’inconscio, non le resta che tentare la decodifica del materiale onirico, digitalizzato dall’Onirikon.
Dopo aver impostato il programma, si siede alla consolle a esaminare il materiale, assumendo il suo tipico atteggiamento didattico, con le mani unite a guglia gotica.
“Vedi?” dice, in tono professionale “Alcuni elementi icastici, estrapolati dal materiale onirico, sono fondamentali… Le lapidi, il cimitero, i cipressi… sono tutti simboli di morte che rappresentano, a ritroso, la ricerca spasmodica di una madre… Elemento ben rappresentato anche dalla luna, tipico simbolo femminile…”
“Mi sembrano conclusioni semantiche un po’ tirate per i capelli!”
“Possibile che tu non capisca?… Quello che un sogno omette è utilissimo per illuminare quello che ci racconta!… Soprattutto in casi in cui il trasferimento della libido alla realtà è sospeso perché non è possibile una forma di adattamento all’ambiente, provocando un’introversione che incrementa a dismisura l’attività fantastica interiore!…”
“Traduci per i comuni mortali!…”
“Anche se la polifonica simultaneità degli eventi onirici rivelebbe una molteplicità delle cause da cui deriva il complesso, sono certa che il nocciolo duro del suo blocco psichico sta in un complesso di colpa prenatale…”
“Che genere di colpa prenatale?”
“Forse la morte della madre al momento del parto… Nei miti familiari c’è una rigidità atemporale che li rende intoccabili… Così un imprinting di questo tipo potrebbe avere influenzato negativamente la percezione successiva del mondo, fungendo in qualche modo da filtro per gli eventi a venire…”
“Certo che per voi integralisti post/freudiani, quella del complesso di colpa è ancora una bella fissazione!… Forse colpevolizzare il prossimo serve a farvi guarire dai vostri sensi di colpa per non riuscire a guarire i pazienti!
Parole al vento. Layla sta prendendo frenetici appunti sul palmtop, parlando da sola, completamente persa nelle sue febbrili elucubrazioni.
“Sai che farò?… Voglio tentare di aprire una nuova finestra terapeutica, rafforzando l’ipnosi con qualche sostanza psicotropa…”
“Oddio! Ci manca poco che torni alle pozioni magiche!…”
“Ma non capisci?… Se l’uomo è nato per produrre e consumare simboli, nutrirò la sua psiche atrofizzata di simboli che correggeranno le conseguenze patogene di ciò che Maya non è in grado di esprimere… Non è fantastico?… Farò evolvere artificialmente i suoi processi percettivi, correggendone la primitivizzazione patologica… Beh… Naturalmente, il suo apparato introiettivo dovrà essere alimentato col contagocce, almeno finché non imparerà a digerire nuovamente i propri pensieri…”
Comincia a darmi sui nervi.
“L’ictus della ragione genera mostri!… Mi chiedo se siano di più i cardiologi senza cuore o gli psichiatri senza cervello!…”
“Si può sapere che cazzo vuoi?… Invece di stare qui a rompere le palle, perché non te ne vai a fare in culo dal tuo computer protoplasmatico?” il suo odio per Carl Gustav sembra rimetterle in circolo l’adrenalina.
“Già!… Non è una cattiva idea!… Carl Gustav è molto più idoneo a restaurare la psiche di Maya!…”
“Sei solo un povero stronzo, Lazlo!… Il tipico maschio frustrato che si trascina un’atavica angoscia di castrazione!…”
“Che cazzo c’entra, l’angoscia di castrazione, adesso?”
“Mi vuoi soffiare la paziente solo per affermare la tua mascolinità di merda!”
“Da dove le peschi, queste stronzate? Dal manuale del piccolo psicanalista freudiano?”
“In ogni caso, frena la tua libido, lurido vivisezionista di cervelli!… Maya è una mia paziente!”
“Staremo a vedere!”
Infilo furibondo la porta, mentre lei s’immerge ostentatamente sui suoi appunti.
M’addormento pensando che non c’è contrapposizione fra realtà materiale e realtà psichica perché i sogni sono reali esattamente come tutto ciò che si contrappone al nulla. Raccontando a Maya il mio sogno, lei s’addormenta e sogna di raccontarmi il suo sogno, facendomi addormentare e sognare di sognarla, mentre esseri fatati dalle voci variopinte mi offrono girandole metafisiche. Sono sogni ricchi e confusi, pregni d’una casta lussuria, che al risveglio mi lascia addosso una sensazione di gioiosa sensualità, come se il mattino fosse un monello d’oro, fresco e pimpante, che se ne frega dei sogni e pensa solo a trasudar rugiada. Allucinazioni oniroidi sopravvivono ancora nella mente, influenzando la microfenomenologia del quotidiano e modificando inspiegabilmente le cangianti strutture della realtà.
Solo dopo un paio d’ore riesco finalmente riscuotermi dal torpore e a ricordare cosa è accaduto la sera precedente. Così vesto in fretta e furia e corro immediatamente dall’Esimio Direttore. Ormai ottenere che mi venga affidata Maya è diventata una questione di principio.
“Vede?… Sto lavorando a questo nuovo programma psicochirurgico… Sono sicuro che potrebbe rimuovere il blocco psichico della paziente…”
“Cosa le fa pensare che possa essere utile e produttivo?…”
“Lo scanner dell’RSU ha rilevato una consistente attività psicocinetica latente e…”
Flobert guarda distrattamente i tabulati che gli sbatto sotto il naso, aggrottando la fronte.
“Inter nos…” bisbiglia al mio orecchio, col suo alito da topo morto “Non ce ne può fregare di meno di riattivare la psiche di quella ragazzina cinese, che sembra suscitare tanto vivo interesse in lei…” c’è una beffarda malizia nel suo sguardo “Ma se lei mi assicura che la sua attività onirica e psicocinetica promettono mirabilia…”
“Le assicuro direttore che…”
“Va bene, mio caro Slimak… Le do carta bianca, purché prima svolga l’incarico che le ho affidato… D’accordo?”
“Affare fatto, Direttore!” stringo con calore la sua mano molle e umida come una vagina e me la batto, con un trionfante sogghigno interiore.
I robot mi sono sempre stati antipatici, non solo perché detesto le loro enigmatiche facce di latta, ma soprattutto perché sono del tutto privi di senso dell’umorismo. Ma dato che al CCS sono l’unico che se la cavi con la psicotronica e mancano ancora i fondi per potersi permettere dei tenici robotici specializzati, il Direttore mi ha chiesto di mollare per un po’ i cervelli umani in avaria e riparare quelli artificiali.
Per risparmiare sul budget, molti robot sono stati comprati di seconda mano e i loro circuiti, già logori, sono stati riprogrammati per le nuove funzioni. Nella maggior parte dei casi sono culi di latta con circuiti mentali elementari, spesso copiati dagli insetti, appena sufficienti a compiere quelle mansioni che gli esseri umani trovano troppo ributtanti. Si muovono a scatti, come i personaggi delle comiche di Charlie Chaplin e quando si surriscaldano, sibilano come pentole a vapore.
Quelli con schemi mentali più complessi, invece, hanno sistemi diagnostici che tendono ad andare facilmente in tilt quando interagiscono con i pazzi. Perché i ragionamenti ciclici degli psicotici annodano a loop la loro rigida mente robotica, innescando nevrosi robotiche che spesso sfociano in vere e proprie psicosi che necessitano di frequenti riprogrammazioni.
Dato che è abbastanza frequente che i robot meno adeguati escano di hardware per guasti improvvisi, costringendo i tecnici della manutenzione a inizializzare da capo la loro memoria, tempo fa il Centro aveva stanziato una bella sommetta per acquistare l’ultimo modello di robo/psichiatra, che avrebbe dovuto regolare e ottimizzare gli input dei propri simili, risolvendo alla sorgente i loro problemi di salute mentale.
Ma i robot più evoluti hanno sempre qualche chip di troppo, nei circuiti motivazionali, che li rende eccessivamente cognitivi e volitivi, sviluppando intenzionalità e presunzione. Oltre a diventare un vero pallone gonfiato, il robo/psichiatra era perennemente fuori di hardwere, dopo aver scoperto che particolari frequenze radio provocavano un sovraccarico semantico sulla sua matrice psichica, con un fantastico effetto allucinogeno. A furia di sballarsi, l’eccesso di input archetipici aveva scatenato un’ossessione maniacale per i miti greci. Si era convinto di essere il gemello robotico di una donna di metallo chiamata Pandora, creata da un super/computer chiamato Zeus. Alla fine si era deprogrammato ed era fuggito, per unirsi ai ribelli della Lega Robotica.
A volte prendiamo a calci da soli il nostro stesso cervello. Per sbrigarmela in fretta, cerco di ovviare agli inconvenienti parapsichici delle teste di latta mediante un escamotage che al momento mi sembra terribilmente furbo, ma che col tempo si rivelerà disastroso. Decido di interfacciare tutti i robot a Carl Gustav, ormai diventato il computer centrale del CCS, in modo che ci pensi lui a prevenire i guasti, ottimizzare le attività cognitive e riprogrammare le mansioni a seconda delle esigenze.
Al momento non mi passa neanche per l’anticamera del cervello che sto offrendo a Carl Gustav una miriade di occhi e orecchie, attraverso tutti questi terminali robotici. Senza volerlo, sto ampliando a dismisura i suoi input e le sue capacità di apprendimento, scavandomi da solo la fossa.
L’intera giornata scivola via indolore, in uno stato di trance febbrile, Quando uno è molto concentrato su un’attività, ha la sensazione che il tempo slitti, faccia di colpo dei balzi in avanti. Crede che siano trascorse solo poche decine di minuti, invece sono trascorse delle ore. Mi accorgo all’improvviso che è già notte fonda e che forse è meglio piantare fino al giorno dopo il lavoro d’interfaccia dei robot a Carl Gustav.
A parte qualche uccello notturno e qualche psicopatico che vaga senza meta, alla ricerca di sé stesso fra i padiglioni e le case/famiglia, tutto tace. Anche se i minuziosi rumori della natura sono soffocati dal rumore di fondo onnipervadente della megalopoli che pulsa ininterrottamente.
Sotto una formazione di nuvole in assetto di guerra, illuminata a tratti da fulmini che biforcano in lontananza le loro lingue d’aspide, scorgo la nudità ieratica del Nazareno, immobile come una statua, perché teme che il suo più piccolo movimento possa distruggere il mondo. Dicono facesse parte della setta dei Tatuati Erranti, la cui pelle racconta gli episodi della loro vita e i luoghi in cui sono stati. Il corpo del Nazareno è completamente coperto di tatuaggi religiosi, che rappresentano gli ex-voto di una vita, a suo dire, benedetta da innumerevoli miracoli. Ha una faccia incavata come un torsolo di mela e l’espressione apocrifa e ieratica di un indù. A volte si gratta furtivamente la testa canuta, provocando una nevicata di forfora. Scusandosi con l’interlocutore della “polvere di stelle”, dice che talvolta la santità è un peso, specie quando l’aureola comprime il cervello.
Sperduti negli sconfinati spazi di postume illusioni, chiamiamo caso quel gioco aleatorio degli eventi a cui attribuiamo la responsabilità delle nostre azioni. Così mi convinco che è stato il caso a condurmi per mano fino al Padiglione S, dove dorme Maya. Qualcuno ha detto che il destino è la coscienza di sé come di un nemico. Ed effettivamente non è facile sfuggire ai tranelli che da soli ci si tende.
Entro furtivamente nella stanzetta di Maya e mi siedo accanto al suo letto, turbato dagli effluvi d’ombra sulla sua sensualità infantile, non ancora tramutata in sessualità. I capelli neri come inchiostro sono sparsi languidamente sul cuscino, come scarabocchi infantili, la sua fronte angelica è illuminata da un raggio di luna che disegna ombre e rilievi misteriosi sul suo viso, privato della luce dello sguardo. L’eclissi d’occhi sembra donare una principesca dignità al suo viso dormiente.
Come tentassi di sintonizzarmi sulla vita segreta dei suoi sogni, ma senza l’Onirikon, stavolta, ausculto i battiti calmi del suo cuore e la lieve risacca del suo respiro, cerco di decifrare le arcane parole che sussurrano nel sonno le sue labbra, turgide come la polpa di un frutto succoso, voce misteriosa del suo io profondo. Tutte le derrate d’idee che di solito mi porto appresso sembrano deteriorarsi di colpo, lasciandomi senza parole. Così non oso offrire nemmeno una sobria carezza al suo corpo acerbo, inesplorato e inesplorabile, ne’ sfiorare con le labbra il suo piccolo broncio, fingendo a me stesso che sia un minuscolo e casto bacio offertomi dal suo inconscio dormiente. Non si può cogliere un fiore senza turbare una stella.
Il silenzio trasale, quando finalmente mi alzo dalla sponda del letto e mi allontano nella notte che si sta facendo sempre più tempestosa.
Sognando, ritrovo l’ambientazione cimiteriale suscitata dall’Onirikon, ma ora fa da sfondo a sbiaditi sogni infantili color seppia. Perché sono anch’io uno dei tanti germogli d’uomo sradicati a viva forza dalla propria infanzia ed espropriati della loro fanciullezza per sperimentare la vita ai margini del caos. La metropoli ci scorre accanto, come un universo parallelo, rombo lontano d’una cascata o monotono fiume di rumore che non ci riguarda.
Non conoscere i propri padri, le proprie madri o i propri antenati fa perdere le proprie radici, così dobbiamo aggrapparci alla vita a mani nude, accampati sulle rovine d’un antico cimitero per esseri umani tramutato in cimitero d’automobili, prima d’essere abbandonato del tutto e diventare terra di conquista per vagabondi senza fissa dimora.
Irrobustiti dalla nostra fragilità, sopravviviamo fra le spettrali macerie della notte, rottami, pietre tombali, radici contorte come rettili essiccati. Un giardino d’infanzie perdute in cui anche noi, poveri mendicanti d’amore, riusciamo a essere come tutti i bambini di questo mondo, non più orfani di padre e di madre perché almeno non siamo orfani di sogni.
Perché quando dormiamo tutto scompare nel nulla, la realtà si prende una vacanza, dispiegando il nostro mondo onirico, strati e strati di rancore che giorno dopo giorno si depositano sui nostri cuori sembrano farsi più leggeri.
Ma anche i sogni più cristallini, luminosi, trasparenti, talvolta esplodono in mille pezzi e ogni scheggia impazzita diventa un piccolo incubo tagliente come un rasoio che fa sanguinare l’anima. Ma Maya sa come spuntare l’aggressività d’ogni frammento e come ricomporre il puzzle, sussurrando ipnotiche ninnenanne, ariose, pneumatiche, che fanno gonfiare il cuore. Ninnenanne fresche come una brezza, o come la sottile ebbrezza spirituale d’un batter d’ali d’angelo e allora anche il vento freddo, umido come la lingua d’un cane, fa piegare nella giusta direzione i fasci d’erba dei sogni.
Sorella del sonno, figlia della notte, Maya sa come ammansire le ombre e le spettrali fosforescenze notturne, le presenze inquietanti e ostili, i folletti e i geni, lo snervante frinire dei grilli che zigrina la notte, le donnine piccine picciò, le tre civette sul comò. Sa afferrare l’attimo fuggente per la coda, domare i leoni di pietra sulle tombe e perfino i famelici topastri, abitatori di tombe, roditori di cadaveri, rosicchiatori d’ossa, che zampettano attorno a noi in cerca di preda.
Ficcando le nude radici delle sue dita infantili nel fertile humus del nostro inconscio, Maya entra ed esce a piacere nei nostri sogni, per tendere una mano ai nostri corpi astrali smarriti, per riportarci in un felice sogno collettivo in cui confluiscono tutti i sogni individuali, una confederazione d’anime in cui Maya è la nostra Banca dei Sogni. Maya ci aiuta a comprare ricordi felici nell’infinito mercato dei sogni, tenendoli rinchiusi dentro bottiglie magiche che stappa talvolta per noi come vini d’annata.
Maya è la nostra oniro/amante che conosce il misterioso lessico estetico dei nostri sogni e sa come dispiegare l’immensa mappa astrale del nostro universo. Grazie a lei vivere e sognare sono sinonimi, così la notte non è più per noi una malevola matrigna, un mostro penetrato clandestinamente nella mente per divorarla e l’ondata di piena dell’oscurità non travolge senza speranza le nostre anime acerbe.
La sua anima colma di sogni miracolosi e miracolati ci restituisce la fantasia perduta nelle nostre cimiteriali infanzie, facendo sì che la spensieratezza e l’incoscienza del gioco, aprano i lucchetti delle cripte e sigillino le bocche d’osso dei morti e di tutte le spettrali presenze che crescono alla periferia della mente e che anche i nostri giochi condensino e cristallizzino antichi miti cromosomici dell’infanzia dell’umanità.
Ma all’improvviso il nostro angelo custode vola via. Qualcuno sussurra che Maya sia stata rapita dagli spiriti o dai trafficanti di uomini morti e bambini vivi, altri urlano di certi nani malvagi e pedofili, che s’infiltrano nelle bande, spacciandosi per bambini. Sia come sia, l’assenza di Maya pesa come un macigno su tutti noi. Perfino gli uccelli sui rami fischiettano senza convinzione i triti motivetti, in voga fra quelli della loro specie. Chi acquieterà l’ora? E chi riposerà più, sui cuscini dell’aurora?
Cap. IV MUSICA DELLE SFERE
Dopo quella notte i sogni cimiteriali sono scomparsi.
Forse la condivisione dell’esperienza onirica di Maya, grazie all’Onirikon, ha influenzato i miei sogni o forse sono entrato in contatto telepatico con lei che, nell’impossibilità di ricordare, ha riversando dentro di me la sua memoria, durante il sonno.
Ma i miei sogni potrebbero anche essere desideri senza coraggio, anagrammi di segrete pulsioni che osano uscire strisciando solo di notte, oppure proiezioni, suggestioni, risonanze e completamenti di percezioni diurne provenienti dall’immaginazione o dai miei ricordi.
In ogni caso, se la Maya onirica è volata via dai miei sogni, la Maya in carne ed ossa adesso è qui. Ben sapendo che Layla ha intenzione di dispiegare tutti i suoi imperativi categorici per remarmi kantianamente contro, ottengo che venga immediatamente trasferita in una stanzetta del Padiglione K.
So benissimo che non è prudente ne’ professionale avere un rapporto troppo empatico con una paziente, ma questa ragazzina, lo ammetto, mi turba e l’idea di penetrare nella frescura della sua mente vergine e incontaminata mi ossessiona sempre più. Mi chiedo se i miei sentimenti inespressi e i miei inconfessati desideri siano ancora allo stato cristallino o se lavorare sul suo cervello abbia già prodotto un precipitato chimico insolubile e l’onda sismica del desiderio stia devastando gli edifici psichici del mio intelletto..
Facendo buon viso a cattivo gioco, Layla finge di allearsi con me, probabilmente per combattermi meglio e studiare consone ritorsioni, magari battendomi sul piano epistemologico o deontologico. Per questo porta al collo un ciondolo/amuleto in stile precolombiano, simile a quello di Tatjana, che nasconde sicuramente una webcam, con cui suppone di raccogliere prove schiaccianti contro di me. Ammesso e non concesso che da queste parti a qualcuno freghi ancora qualcosa di qualcun’altro.
Mi piomba addosso come una furia, nei momenti più impensati, per cercare di cogliermi in fallo nel corso di qualche palese trasgressione alla deontologia professionale. Seduto come il capitano di una nave alla plancia del terminale, me la trovo improvvisamente accanto che mi saluta con un sorriso minaccioso e le dita a compasso, a mo’ di pistola. Poi prende una sedia e rimane lì, immobile e accigliata come un busto di Beethoven, con i gomiti appoggiati alla consolle, unendo i polpastrelli delle mani, come a voler chiudere il cerchio energetico, strizzando sarcasticamente gli occhi miopi, nel tentativo di decodificare il significato di ciò che vede oltre il vetro. Sotto l’esoscheletro professionale del camice bianco è fredda come una Reginetta delle Nevi, con la sessualità spenta e il cervello avanti tutta.
Maya è nella camera di decompressione psichica, con un casco e una serie di elettrodi su tutto il corpo che la interfacciano al sistema, leggendo le sue onde cerebrali e i segnali bioelettrici sottocutanei. Sul grande schermo sta avvenendo una suggestiva nevicata fotonica di particelle di luce in caduta libera, sul fondo scuro della matrice.
Dopo qualche minuto di silenzio, Layla non ce la fa più a stare zitta e buona a guardarmi ticchettare sulla tastiera. Alla fine tira un sospirone rassegnato e dà fuoco alle polveri.
“Va bene, Lazlo…” dice, alzando filosoficamente le spalle “Tira fuori il coniglio dal cilindro!”
“Non c’è trucco, non c’è inganno, cara Layla…” come un prestigitatore le faccio vedere le mani da tutte le parti “Noi deponiamo uova d’idee nella mente di Maya e poi lasciamo che si schiudano da sole, al calore dell’intelletto. “
“Non fare il buffone!…”
“Volevo solo parlare per simboli… Non è la tua materia?”
“Cerca di venire al dunque!”
“Ci arrivo subito… Si potrebbe dire che la memoria di Maya si sia smarrita nel labirinto della propria psiche che, se mi perdoni un’altra metafora, assomiglia a un utero, che partorisce pensiero solo se viene fecondato d’idee… Ma dato che la sua mente lavora a scartamento ridotto, l’ho interfacciata con Carl Gustav che, in pratica, svolge la funzione di un Sintetizzatore di Realtà… Mi segui?… Allo stesso tempo, sto bombardando il talamo, che come ben sai è sede dell’area extrasensoriale del cervello, con infrasuoni a bassa frequenza, basati sull’accordo di Sol minore, che secondo la musicoterapia è quello che pone maggiormente il problema della fuga del tempo…”
“A che dovrebbe servire, tutto ciò?”
“Se tutto fila, le esperienze sintetiche dovrebbero ricreare le connessioni necessarie a riassemblare il materiale mnemonico perduto… Ma per ristabilire un autentico equilibrio psicofisico, è necessario sintonizzare la mente con le vibrazioni bioritmiche del suo stesso corpo…”
“Non ti seguo…”
“Il corpo umano è plasmato dalla forza risuonante dei fluidi che lo compongono, così è possibile riportare una psiche smarrita alla percezione sottile della realtà amplificando gradualmente la frequenza della vibrazione bioritmica… In questo modo la coscienza ruoterà verso l’interno e rivivrà simbolicamente l’ontogenesi del suo sviluppo psicofisico, l’embriogenesi e la nascita stessa della coscienza… Capisci? Dipende dal fatto che ogni corpo ha un proprio mantra… “
“Cosa diavolo c’entrano i mantra, adesso?” agita interrogativamente il mazzetto dei polpastrelli, con espressione esasperata “Stai parlando di cyber/psichiatria o di esoterismo indù?”
“L’uno e l’altro!… I mantra sono suoni archetipici, primordiali, in grado di riformulare a ritroso gli eventi psichici che hanno prodotto una mente e la sua concezione del mondo… Non capisci? La potenza psichica del mantra può riaprire i chakra di Maya e non solo la coscienza sottile, ma anche la coscienza tout court!…”
“Mi viene il mal di testa!… Cosa cazzo sono i chakra?…”
“La tua ignoranza ha dell’incredibile!… I chakra sono i centri energetici e psichici del corpo che regolano l’energia endogena, oltre che la percezione e la trasmissione dei campi energetici esterni!…”
Layla scuote la testa, incredula.
“Tutto ciò mi sembra tutto assurdo…”
“Nulla è assurdo, oppure tutto lo è!… Un oggetto va afferrato con uno strumento più grande dell’oggetto da afferrare… Così per comprendere il problema della mente dobbiamo usare uno strumento concettuale più ampio della mente stessa… In parole povere, se paragoniamo la mente a un sistema digerente, noi svolgiamo la funzione di un acceleratore metabolico!…”
Sembra che Layla non aspettasse altro, per espettorarmi addosso tutto il suo astio professionale.
“Sei un irresponsabile, Lazlo!… Non ti passa neanche per l’anticamera del cervello che quel tuo frullatore cerebrale potrebbe far scattare qualche meccanismo psichico incontrollabile?…”
“Del genere?”
“Ad esempio, la sua mente potrebbe regredire non solo fino all’infanzia o fino al momento del parto, ma potrebbe addirittura venire retrocessa alla fase mentale d’un bambino mai nato, potresti attivare la memoria cromosomica o chissà cos’altro!…”
“Io lo troverei magnifico!…”
“Sei veramente incredibile! La tua arroganza intellettronica e il tuo feticismo ipertecnologico mi danno il voltastomaco!”
“Già… Per te la psicanalisi è l’unica religione e Freud è il suo profeta!…”
Il nostro combattimento psichico da galletti ruspanti viene opportunamente interrotto da un intervento di Carl Gustav, che fa sobbalzare Layla con la sua voce profonda ed enfatica, vagamente shakespeariana.
“Mi scuso per l’interruzione, dottor Slimak, ma vorrei avvertirla che i marcatori psicotropi stanno cominciando a stimolare i processi proteinici cerebrali della paziente…”
“Quali marcatori psicotropi?…” strilla Layla, inviperita.
“Solo una piccola dose di milacemide…”
Assume un’espressione contratta e ostile e incrocia le braccia, con aria di sfida.
“Credevo che le pozioni magiche fossero di mia pertinenza!”
“In questo caso è indispensabile… Il milacemide comprime la percezione del tempo e agglutina gli mnemoni vaganti, attivando il processo biochimico della memoria… Sarà poi Carl Gustav a selezionare e trasferire le informazioni da un’area cerebrale all’altra, archiviandole nell’intreccio a mosaico delle spine dendritiche…”
“Fai schifo!…” bofonchia, con una smorfia di disgusto “Stai usando questa povera ragazzina come una volgare cavia da laboratorio!” il monolito della sua impassibilità professionale si sta desquamando come pasta sfoglia “Usi il suo cervello come un laboratorio per sperimentare reazioni chimiche che alla fine, secondo te, dovrebbero secernere pensieri!…”
“Da quale pulpito! Sono settimane che tenti di strizzarle fuori qualcosa dalla mente, coi tuoi metodi arcaici e obsoleti. E finora sei riuscita ad ottenere solo il suo nome di battesimo… ammesso che sia quello giusto!”
Per rafforzare il suo pensiero, Layla si alza e gesticola come fossi sordomuto.
“Almeno i miei metodi arcaici sono umani!… Per te il cervello è solo una specie di macchina a neuroni in cui paura, amore, odio o angoscia sono solo parametri, eccessi o carenze di sostanze chimiche!… La psicanalisi sarà anche obsoleta, ma almeno ha una sua valenza etica, mio caro professore, e volendo perfino metafisica!… “
La sua passione è tale che quasi scoppia a piangere.
“Le sue obiezioni deontologiche sono legittime, dottoressa…” interviene pacatamente Carl Gustav “Ma deve tenere conto del fatto che i fondamenti della psicanalisi sono stati formulati nei termini della scienza meccanicistica newtoniana, mentre ormai sappiamo che il fenomeno della mente richiede una terapia di tipo quantistico, o post/relativistico e, di conseguenza, un trattamento sostanzialmente diverso da quello della psichiatria classica…”
Layla stringe caparbiamente le labbra, in una smorfia di disgusto.
“Mi rifiuto di prendere in considerazione le argomentazioni di un computer!”
“Perché non prova a mettere da parte i suoi preconcetti, di tanto in tanto, dottoressa?” replica Carl Gustav, senza scomporsi “I computer hanno superato da un pezzo il test di Turing!”
“Già!…” rincaro “Spalanca le finestre dell’intelletto e lascia volar via i tuoi pterodattili mentali!”
Con un sospiro rassegnato, Layla si lascia cadere sulla sedia.
“Va bene, erudiscimi Gustavo!… Sono tutta orecchi!” si tira sarcasticamente i padiglioni auricolari.
Il timbro caldo e onnipervadente del computer inonda la sala.
“Come lei sa, dottoressa Frugis, il processo che porta al pensiero consapevole comincia, in modo quantistico, nei microtubuli neuronali, che funzionano esattamente come i microchip… Infatti ciascuno di essi è in grado di contenere tutto il programma, moltiplicando di diversi ordini di grandezza la potenza della macchina psichica… Come nella fisica quantistica la natura delle particelle che compongono gli atomi viene spiegata come una funzione d’onda di tipo statistico, allo stesso modo gli psiconi, le particelle psichiche che compongono la mente, dipendono da particolari configurazioni organizzate di stimoli, in costante stato di flusso, chiamati coscienza… E i fenomeni psichici coscienti, a loro volta, sono soltanto una porzione minima dell’intera psiche!…”
“Non capisco dove vuoi arrivare, Gusta’!…”
“Ci arrivo… La situazione della paziente in esame è piuttosto complessa, perché occorre ristabilire non solo il flusso di coscienza, ma anche le connessioni con la parte sommersa della psiche e riavviare, se così si può dire, i circuiti mnemonici a partire dai microtubuli neuronali…”
“In che modo vorreste operare?”
“La musica psicosonora dell’organismo della paziente funge da meccanismo di bootstrap, producendo onde di risonanza che stimolano i processi proteinici cerebrali e la secrezione di endorfine, ristabilendo l’equilibrio psicochimico della corteccia cerebrale e facendo tornare alla paziente il gusto dell’interazione col mondo… Grazie a ciò, gli input prodotti dalle retroazioni sensorie artificiali, oggettivate icasticamente dall’interazione col sistema, possono ripristinare le percezioni mancanti, permettendo alla paziente di metabolizzare nuovi pensieri che riattiveranno il flusso dell’attività cognitiva e una graduale ristratificazione selettiva dei ricordi…”
“Mi sembra tutta una stronzata, caro il mio Gustavo!… In questo modo voi date alla paziente dei pensieri da pensare, ma non le restituite la capacità di pensare!…”
“Mi permetta di obiettare, dottoressa!… Ciò che viene comunemente chiamato pensiero è solo l’elaborazione di dati casuali che arrivano dai sensi, allo scopo di costruire un’immagine sensoriale della realtà altrettanto illusoria di quella creata virtualmente in laboratorio… Ciò che conta, in questa sede, è di riavviare il processo cognitivo della paziente, in modo che il pensiero si autoriproduca spontaneamente, per scissione, restituendo peso e densità alla memoria…”
“Per… scissione?” Layla si agita sulla sedia, come avesse la schiena piena d’insetti.
“Le idee, dottoressa Frugis, funzionano esattamente come gli organismi unicellulari… Si dividono in due, si moltiplicano, interagiscono, si divorano l’un l’altra, si riproducono… “
Layla guarda perplessa e disgustata lo schermo, come fosse la faccia da schiaffi di Carl Gustav.
“Ma è pazzesco!… Ti rendi conto, mio caro protoplasma pensante, che l’introduzione di pensieri senza oggetto, idee senza materia, effetti senza causa potrebbe causare una psicosi irreversibile?…”
“Che palle!… Sei la solita profetessa della Sfiga Universale, Layla!”
“Lo sai che potresti mandare a puttane la psiche di Maya?”
“La sua psiche è già a puttane!… Si può solo migliorare la situazione!”
La sua disapprovazione assume contorni sempre più distinti e minacciosi.
“Me lo vuoi dire come diavolo pensate, poveri imbecilli, di poter controllare le infinite variabili di un intero processo cognitivo? Voi state giocando a dadi con la mente di Maya!”
“E’ proprio questo il punto, dottoressa Frugis!…” erompe enfaticamente Carl Gustav “Effettivamente anche il cervello è un sistema probabilistico…La mente è un’entità caotica, il cui diagramma ha un andamento imprevedibile… Così è utile operare scelte casuali, para/causali o diagonali, come i movimenti del cavallo degli scacchi…”
“Non ci posso credere!…” Layla mi guarda dritto nelle palle degli occhi, come volesse pugnalarmi con lo sguardo “Questa tua ameba pensante mi sta forse dicendo che alla base di tutto quanto c’è un bombardamento casuale dell’encefalo di Maya con le vostre diavolerie psicosonore, tanto per vedere che succede?”
“Non vedo cosa ci sia da scandalizzarsi tanto!” replico, esaminandomi le unghie “E’ un metodo quantisticamente ineccepibile!… L’osservazione di un fenomeno compiuto da esseri umani è in grado di trasformare una funzione probabilistica in evento vero e proprio!… Capisci?… E’ proprio l’atto dell’osservazione della mente di Maya a proiettare le particelle psichiche in uno dei possibili stati descritti dalla funzione d’onda, trasformandole, di fatto, da idee indeterminate in pensieri reali!”
“Sei un irresponsabile!… Introduci come se niente fosse nella mente di Maya degli input arbitrari, fregandotene se ciò potrebbe causare effetti psicogeni incontrollabili!… Ma lo vuoi capire o no che un mattone psichico sbagliato nella catena degli eventi psichici può innescare una crescita esponenziale dell’errore?…”
S’intromette Carl Gustav: “Ogni errore è un’eccellente ipotesi di lavoro, dottoressa Frugis… E’ dimostrato che scelte casuali sono statisticamente più produttive dei tentativi empirici… Infatti comportano una velocità di progresso direttamente proporzionale alla radice quadrata del tempo speso!…”
“Ma sentilo, ‘sto stronzo!… La mente umana, per tua norma e regola, non è un algoritmo qualsiasi da studiare statisticamente!… La psiche, grazie a Dio, è un fenomeno spirituale inspiegabile che permette di percepire l’Inconoscibile!”
“Non nasconderti dietro la metafisica, adesso!… L’unica cosa che riesci a esprimere coerentemente è la tua assoluta incapacità di vedere al di là del tuo naso!…”
“Non stiamo parlando di nasi, ma di cervelli!… E il tuo mi sembra andato in pappa, come quello del tuo assistente cibernetico!…”
Le cingo affettuosamente le spalle.
“Perché non provi a rilassarti e a lasciare che i germogli delle nuove idee perforino la crosta fossile del tuo intelletto?…”
“Non toccarmi, con quelle tue manacce schifose!” urla, divincolandosi.
“Cerca di darti una calmata, Layla… Perché non provi a seppellire l’ascia di guerra? In fondo siamo dalla stessa parte della barricata, no?”
Tira un sospiro e mi punta addosso l’indice minaccioso.
“Okkey, Lazlo… Facciamo un armistizio. A patto che tu…” ma è costretta a ricacciare in gola ogni ricatto od obiezione perché si spalanca la porta ed entra l’Esimio Direttore. Lo sguardo acquoso e miope di Layla sembra farsi ancor più liquido.
Annunciato dal biancore abbagliante della sua impeccabile dentiera firmata, Flobert tiene le mani riflessivamente dietro la schiena, seguito a ruota da un grassone losco e rancido, con folti baffi sotto il naso e sopra gli occhi. Suppongo sia uno degli oscuri sponsor del Centro, uno di quelli che trasformano in business le mie scoperte.
“Questo è il Padiglione K, signor Calatafimi… tuba il direttore, con la sua voce bronzea e la faccia della stessa lega “E questo è il dottor Slimak, il più brillante cyberpsichiatra del Centro… Ah… Vedo che c’è anche lei, dottoressa Frugis!…”
L’energumeno mi porge la bistecca, mentre Layla è costretta a mordere il freno, con un sorrisetto storto. In presenza del Gran Capo e del suo scagnozzo si sente in dovere di rinunciare a parte della sua asetticità professionale, sbottonando con nonchalance tre bottoni del camice sul misero balconcino, che non regge certo il confronto con quello opulento della bionda vistosa, sul genere “pupa del gangster”, che veleggia verso di noi coi seni protesi come la polena di una nave, affascinata come una bimba dal grande monitor a cristalli liquidi, su cui ruota lentamente il modello multicromatico del cervello di Maya.
Sotto il chiodo di pelle color fucsia la bionda indossa uno scollatissimo maglioncino lanuginoso, verde pisello, che suscita l’irresistibile tentazione di constatare la sofficità dei seni e una microgonna in pelle di serpente che fa venir voglia di dare una falciatina al praticello sottostante che, quando s’impadronisce eccitata d’uno sgabello accanto alla consolle, rivela essere del tutto privo di recinzioni. Lo sguardo trucido del picciotto, che ha l’aria di essere geloso come un pidocchio, mi suggerisce d’investire grosse dosi di cautela nella faccenda.
Suppongo che la tettona pneumatica non abbia la più pallida idea di cosa sia un cervello, dato che il suo cranio contiene solo acqua fresca. Infatti chiede subito delucidazioni.
“Che è ‘sta roba, dotto’?” trilla eccitata la bionda, con tipico accento post/analfabeta.
“E’ un’immagine tridimensionale del cervello della paziente che può vedere oltre il vetro…” rispondendo a lei, mi rivolgo anche al Direttore e al trucido mafioso.
“Da-vero?…” ha occhi inespressivi come le borchie del suo giubbotto di pelle. So benissimo che non capisce un’acca di quello che dico, ma uso le domande della scema come pretesto per impressionare il trucidone e far bella figura col Direttore.
“Grazie a queste mappe neurali è possibile studiare il funzionamento dell’attività cerebrale, in tempo reale… Osservi la colorazione violacea di quella zona… Vede?… E’ un’ecchimosi mentale, dovuta a qualche trauma psichico… E’ quello il fulcro del problema!”
“Ah! Ah! Ah!” la risata sguaiata della pupa del gangster tradisce più che mai la sua stupidità “Me pare er cervello de’ Frakkesten!…” si protende in avanti, appoggiando le tettone sulla consolle “Che so’ ‘ste lucette?”
Uso un tono didattico, da maestro d’asilo.
“Sono piccoli flash sinaptici, provocati irradiando con fotoni alcune aree cerebrali e…”
“Lola!” intima il boss, con con la sua vociaccia sporca e abrasiva, dal forte accento siculo “La vuoi smettere di dare fastidio al dottore?”
In realtà la sua frase andrebbe tradotta con: dotto’, la fai finita di scassarci la minchia con le tue fregnacce?
Herr Director fa la boccuccia a bocciolo di rosa, cercando di salvare la situazione.
“Il dottor Slimak è il nostro fiore all’occhiello, signor Calatafimi!… Le sue scoperte sono state decisive per accrescere il prestigio del Centro!”
L’occhiata del boss sembra valutare la consistenza monetaria della mia genialità.
“A proposito, dottor Slimak…” continua Flobert, fregandosi le mani da far scricchiolare le ossa
“Come procedono le cose con la sua paziente?…”
“Benissimo, Direttore!” esclamo, con un sorriso saturo d’ottimismo. Poi mi rivolgo all’avanzo di galera, mostrandomi servizievole come un coltello svizzero con tutte le lame, seghe e cacciaviti aperti.
“Vede quella massa violacea, al centro del corpo calloso, signor Calatafimi?”
“Embè?” grugnisce il picciotto, con aria strafottente.
“E’ l’ecchimosi mentale che blocca i collegamenti fra i due emisferi del cervello, probabilmente a causa d’un trauma psichico… Capisce? E’ come se alcuni comparti del cervello fossero murati vivi da ferite cicatrizzate o in fase di cicatrizzazione che intasano i circuiti mentali, inibendo i centri della volontà…”
Il bieco Calatafimi si gratta il mento con un rumore di carta vetrata, sbuffando vistosamente alle mie spiegazioni, di cui non capisce una mazza e non gliene fotte una minchia.
“E in parole povere?” il suo umore sembra colato con lo stesso piombo delle pallottole.
“In parole povere, è come se nella memoria della paziente ci fosse un muro altissimo, coperto di graffiti che raccontano simbolicamente cosa c’è dall’altra parte… Basta decifrare i graffiti e sarà possibile abbattere il muro!…” la metafora non è casuale: sono convinto che il picciotto abbia coltivato la sua istruzione sulle oscenità dei cessi pubblici “In pratica stiamo scavando piccole buche temporali nel muro, per piazzare le cariche esplosive con cui la paziente stessa abbatterà il muro!…”
Il fellone sbuffa con ostentazione, appoggia paternamente una zampaccia sulla mia spalla e mi guarda in faccia, strafottente. Il tasso di sbadigli si fa sempre più allarmante.
“Dottoruzzo mio…” gracchia finalmente “Parliamoci chiaro, da picciotto a picciotto…” a distanza ravvicinata noto che Calatafimi s’è fatto innestare delle piccole zanne posticce in vetroceramica, per amplificare la sua aria feroce “Mi sembra di capire che a lei sta molto a cuore che quella ragazzina cinese dall’altra parte del vetro ritrova la memoria… Dico bene?”
“Esatto!”
“Ma a noi, tanto per essere limpidi come acqua di fonte, che minchia ce ne viene in tasca?… E poi, me lo vuole spiegare dotto’, che se ne fa questa qui della memoria?”
“Che se ne fa della… memoria?…”
Quella cretina di Layla ridacchia sadicamente. Flobert si asciuga il sudore col fazzoletto: la possibilità d’irritare il bieco finanziatore lo rende penoso a vedersi. La sua faccia ha assunto il colore della maionese avariata.
“Ma lei lo sa cosa dicono i picciotti con le palle, dalle parti mie?”
“Cosa dicono i picciotti?…”
“Dicono la memoria fa male, che contiene una sostanza canceroggena. Spesso letale… E lo sa qual’è l’unico antidoto a questa sostanza canceroggena?”
“Me lo dica lei…”
“L’omertà, dottoruzzo mio!… L’omertà! ” a titolo intimidatorio mi rifila ghignando un buffetto amichevole “Lo sanno tutti che troppa memoria fa male alla salute!… Capita l’antifona, dottoruzzo mio?”
“Mi sfugge il messaggio…”
Il Direttore sembra scosso da tremori sismici di viltà. Perfino la calvizie è arrossita a sangue. Layla mi elargisce un sorrisino sarcastico, dolce come una marmellata di bile formato mignon.
“Allora lo dico forte e chiaro!… Non me ne fotte una minchia dei suoi videogiochetti col cervello… A me importa solo scuotere l’albero e raccogliere i fichi che cadono a terra…” la sua mellifluità è sempre più minacciosa “E se non cade qualche fico ben maturo entro un mese, tagliamo l’albero…” fa il gesto di tagliarsi la gola col taglio della mano “Chiaro è?…”
Finalmente Flobert riesce a dare corda alle corde vocali. La sua voce sembra il gorgheggio d’un usignolo.
“Ha sentito, dottor Slimak?” s’intromette, afferrandomi il polso con la sua mano fresca come una banconota “Il signor Calatafimi ha parlato forte e chiaro!…”
Carl Gustav mi salva in corner, interrompendoci operativamente.
“Scusi se la interrompo, dottor Slimak, ma vorrei comunicarle che la stimolazione dell’emisfero sinistro sta producendo deboli impulsi mnestici intermittenti nelle sinapsi e…”
“Chi ha parlato?” ringhia Calatafimi, estraendo fulmineamente una specie di cannone a microonde da sotto la giacca gessata, sotto la quale porta un vistoso gilet antiproiettile, rigorosamente firmato.
“Non si preoccupi, signor Calatafimi…” dice, il Direttore, alzando le mani “E’ la voce del computer…”
“Perché minchia ai computers non danno più le voci da computers?” grugnisce disgustato, rinfoderando il ferro.
“Insomma, Carl Gustav, vorresti dire che la memoria della paziente comincia a tornare?” urlo euforico, cercando di rendere contagioso il mio entusiasmo.
“Positivo, dottor Slimak!” replica, Carl Gustav, altrettanto entusiasticamente.
Una musica strana, inquietante, pulsante, comincia a diffondersi a poco a poco nell’aria, liquefacendo l’intelletto. Il Direttore si rigira da tutte le parti, con espressione ebete.
“Che… Che succede? Da dove viene questa musica?”
“Un lettore ribonucleico sta trasformando in bit e poi in una sequenza musicale le sequenze del codice genetico della paziente, dottor Flobert…” spiega la voce suadente di Carl Gustav.
La bionda batte le mani come una bambina contenta.
“Che bello! Che bello!”
“Ci vuol tradurre in parole povere quello che sta succedendo, dottor Slimak?” ordina perentorio il Direttore, riacquistando improvvisamente sicurezza e autorità.
“In pratica” sintetizzo, rivolgendomi a Calatafimi, che mi guarda a muso duro “La musica proviene dal corpo stesso della paziente… Il computer sta traducendo su scala tonale le sequenze delle basi del suo DNA, adenina, guanina, timina e citosina, ma proviene anche dai vasi sanguigni, dalla respirazione, dal battito cardiaco…”
“Con un po’ più de ritmo se potrebbe puro balla’!” strilla la tonta, facendo ticchettare i tacchi a spillo sul pavimento, come un’odalisca gitana.
“Il resto ve lo spiegherà Carl Gustav…” aggiungo, un po’ a disagio, dato che non so nemmeno io dove diavolo sto andando a parare.
“Come ben sapete” spiega saccentemente il computer “ogni oggetto è un aggregato di atomi, il cui movimento produce suoni particolari, con particolari ritmi e l’essere umano, in particolare, si sintonizza geneticamente con le melodie che i pianeti suonano sul campo magnetico della Terra… Così, in pratica, la chimica del corpo è in grado di spiegare se’ stessa al cervello, attraverso il linguaggio matematico della propria musica… Da questa musica che chiameremo psicosomatica è possibile risalire al luogo, alla data di nascita e perfino al segno zodiacale e all’ascendente di ogni essere umano!…”
“Anche il numero della tessera sanitaria e il codice fiscale?” sibila Layla. Ma il suo sarcasmo passa del tutto inosservato.
“Miinchia!” esclama Calatafimi, sinceramente sbalordito.
Flobert non può rinunciare a sfoderare la sua cultura classica davanti ai suoi sottoposti. “Vorresti dire… che il concetto pitagorico della Musica delle Sfere ha un fondamento… diciamo, scientifico?
“Esatto, professor Flobert!…” continua Carl Gustav, imperturbabile “La disposizione delle stelle e dei pianeti crea fin dalla nascita in ogni essere umano una sorta d’impronta genetica psicosonora… In tal modo il filamento del DNA può darci l’esatta mappatura genetica del carattere, l’aspetto, l’intelligenza e perfino il destino d’ogni essere vivente!… Lei m’insegna che la musica è un’arte immateriale che vive nel tempo, ma si nutre di spazio, così si potrebbe dire che si sta formando una struttura musicale ad albero genealogico che usa il Tempo per costruire edifici psichici a quattro dimensioni, in grado di coinvolgere le aree emozionali e far riaffiorare e consolidare i ricordi… Poiché nella musica il tempo della sintassi e il tempo della semantica coincidono, la coscienza comunica a sé stessa col linguaggio dell’inconscio, ridisegnando le mappe neurali perdute della paziente attraverso l’esatta cartografia dei suoi percorsi mentali…”
“Personalmente non ci capisco una minchia…” bofonchia il boss, grattandosi il mento rasposo “Ma se ‘sta musica lassativa piace a una decerebrata come Lola, ci sento puzza di contante…”
“Ma certo, signor Calatafimi!…” gli fa eco Flobert “Qualche ricaduta economica c’è di sicuro!… Basta solo oliare un po’ gli ingranaggi e…”
“Okkey, pupa… Andiamo a farci una sgroppata!”
Detto ciò, Calatafimi imbocca panzuto la porta, spingendo avanti Lola con una vigorosa manata d’incoraggiamento sulle sue chiappe, seguito a ruota dal Direttore, tutto mossette e squittii.
“Glielo avevo detto che il dottor Slimak è un genio!…”
La porta metallica si chiude alle loro spalle col clangore perentorio di un finale sinfonico.
Finalmente posso tirare un gran sospiro di sollievo. Layla mi guarda con l’espressione invidiosa di chi ti vede azzeccare un terno al lotto
“Quello che mi fa girare le ovaie è che è bastata la tua musichetta delle sfere del cazzo per salvare capra e cavoli!”
“Invidia?”
“Ammetterai che il tuo è solo un colpo di culo!…”
“Ti sbagli di grosso!… E’ tutta questione di audacia sperimentale!… Voi psichiatri integralisti avete delle sovrastrutture intellettuali troppo rigide per osare, per questo siete una specie in via d’estinzione!…”
“Già!… Il futuro saresti tu e quest’altro ameboide parlante, eh?… Astolfo e l’Ippogrifo cibernetico, che cercano il senno d’Orlando giocandoselo a dadi!…”
Carl Gustav ridacchia compiaciuto: adora le metafore.
“Mi lusinga il paragone con l’Ippogrifo, dottoressa… Amo molto la poetica epicità dell’Orlando Furioso!” la sua voce impostata, da attor giovane teatrale è perfetta, per un’affermazione del genere.
“Amo?… Che ne può sapere un ameboide dell’amore o anche solo del gusto estetico?… I tuoi circuiti semantici sono un po’ troppo enfatici, Gustavo!… “
C’è una sfumatura di petulante permalosità, nella voce pastosa e monotona del computer. “Lei sottovaluta in modo offensivo le capacità emotive e di autocoscienza di un’entità cibernetica, dottoressa Frugis!… Forse lei non se n’è accorta, ma la biotronica ha fatto passi da gigante, dai tempi dei computer al silicio, sa?”
“Break!… Basta battibeccare fra voi!… C’è del lavoro da fare, qui!”
“Ma ti rendi conto, Lazlo?” Layla scuote la testa, incredula “Questo computer di merda vorrebbe competere con l’homo sapiens!… Pretenderebbe addirittura di discutere di estetica, etica e metafisica!… Non tisembra che si sta allargando un po’ troppo?… “
“Beh, per quanto mi riguarda Carl Gustav può tranquillamente fare le scarpe a un mucchio di psichiatri di mia conoscenza!…”
“La ringrazio molto per la stima, dottor Slimak!” borbotta contegnoso, l’interessato.
“Ah, sì? Fai combutta con questa ameba gigante, adesso?” strilla lei furibonda, puntando l’indice accusatore sulla punta del mio naso “Sta’ in campana, Lazluccio mio!… Prevedo che prima o poi questo ammasso di biochip ti farà le scarpe!”
Si dirige a lunghi passi sarcastici verso la porta, ma si gira di scatto all’ultimo momento, per lanciare l’ultima invettiva.
“Ma quando ti ritroverai col culo per terra, non venire a piangere da me!…”
Esce teatralmente di scena, sbattendo la porta metallica.
Solo ora mi rendo conto che, al di là del vetro, Maya piange a dirotto, come se musica e lacrime fossero sinonimi. Il vortice psichico della musica psicosonora che sgorga dal suo corpo spazzare il suo intero sistema nervoso, un distillato di emozioni contrastanti che sembra far tabula rasa di tutto il suo traumatico passato.
Cap. V DANZA DEL MANDALA
Mentre i labirinti sinaptici di Maya metabolizzano la musica psicosomatica prodotta dal proprio corpo, autoriprogrammandosi, si produce un effetto collaterale imprevisto: la potenza estetica di quella musica sembra creare un indissolubile rapporto empatico subliminale col corpo e la mente di chi l’ascolta, facendolo danzare come un funambolo ammaestrato sulla corda della sua psiche. Forse nell’oceano primordiale dell’inconscio è contenuta simbolicamente non solo la nostra memoria individuale ma anche la memoria genetica dell’intera umanità, perché affondo a poco a poco in quel quagma, nella zuppa cosmica primordiale di quella musica che sembra penetrarmi nella circolazione sanguigna, come una trasfusione di bellezza.
L’universo sonoro prodotto dall’infinita collisione di suoni e timbri crea forze d’attrazione e repulsione armonica che rende ogni nota un centro di forza, un essere vivente con un corpo fatto di musica che fagocita altre note per nutrirsene e produrre nuove armonie sonore che irrorano beneficamente la psiche di Maya, espandendosi e contraendosi anche nella mia psiche e facendo affiorare immagini ipnagogiche dalle stratificazioni geologiche più profonde del mio io che a poco a poco mi fanno diventare schiavo della mia stessa paziente. Insomma è come se continuassi a scavare, scavare la mia fossa nella sua psiche.
Dato che ho bisogno di tempo e di concentrazione per ottimizzarne gli effetti positivi, evito il più possibile d’incontrare Layla, perché non me la sento di affrontare i suoi sarcasmi o intavolare le solite, sterili discussioni.
Ma a furia d’evitare certe persone, ci s’imbatte in nuove persone da evitare.
I baracconi dei mostri hanno avuto un loro pubblico affezionato fin dall’antichità e adesso che il CCS si sta riconvertendo sempre più in un divertimentificio taratologico, è logico che oltre ai soliti turisti psichiatrici, gente che solo per convenzione sociale non ha a che fare con la malattia mentale, il successo del Centro attiri come mosche sciami di artistoidi creativi e de/creativi a caccia di folli ispirazioni, oltre che per frequentare gli affollati seminari di Follia Comparata tenuti da illustri studiosi di Stranologia e Scienze Caotiche. Come se non bastasse, il CCS pullula di camaleontici cacciatori televisivi di sbroccati pittoreschi da lanciare in trasmissioni più o meno lacrimogene. In genere questo tipo di parassiti non trova di meglio che mimetizzarsi travestendosi da pazzo DOC.
Ormai ho l’occhio abbastanza allenato per sgamare gli impostori. Li riconosco dal loro modo non/patologico di guardarsi attorno con attenzione, anziché guardare le cose e le persone senza interesse, come fanno i veri pazzi. Così capisco subito che il finto avvoltoio che mi scruta con l’atteggiamento famelico, appollaiato sul ramo di un albero, con la testa incassata nelle spalle, è sicuramente un cacciatore di psicopatici.
Appena mi vede il coglione becchetta teatralmente il tronco dell’albero con un naso a becco di rapace.
“Va bene…” chiedo, con voce accomodante “Chi è lei e che diavolo ci fa lassù?”
L’uccellaccio scende atleticamente dall’albero, tuffandosi da un ramo all’altro.
“Lei mi sbalordisce, dottor Slimak!… Credevo che i giovani esploratori neuro/cibernetici vivessero fuori dal mondo!…” giunge a terra col saltello del ginnasta “Lo sa che lei è la prima persona che smaschera uno dei miei famosi travestimenti?…”
“Questo dimostra solo a che livello di degrado mentale sia giunta l’umanità!”
Mi porge una mano artificiale pluriaccessoriata.
“Piacere di conoscerla,dottore… Sono Alias, della XPRESS…”
“Lo sospettavo…”
Scommetto che mentre gli stringo la sua mano artificiale, i sensori stanno già decodificando la mia reazione emotiva e perfino la mia attività metabolica.
Chi non conosce Alias, il famoso giornalista/trasformista dell’agenzia polimediale XPRESS, frutto bacato della mutazione genetica del giornalismo dell’ultimo mezzo secolo? Vero eufemismo ambulante, s’è fatto modificare volontariamente gran parte del corpo, per installare parti meccaniche e marchingegni cibernetici utili al suo lavoro poligiornalistico. Oltre alla mano artificiale e altri organi vari, ha fatto sostituire l’intero apparato visivo con potenti micro/camere, connesse direttamente con le terminazioni nervose, anche se è difficile accorgersene, dato che porta sempre occhiali a specchio. Si dice che per essere sempre al corrente di avvenimenti ancora in accadimento, la sua corteccia cerebrale sia direttamente connessa in rete e sintonizzata sulle frequenze della polizia e che, grazie ad alcuni biochip neurali, può che fare del giornalismo in tempo reale, riversando direttamente i servizi via Web, nel sito dell’Agenzia. Alias è uno di quei giornalisti che entrano a tal punto nella notizia, da diventare notizia essi stessi.
Suppongo che la sua natura solo parzialmente umana crei in lui uno stato di perenne schizofrenia. Così la sua aria allucinata risulterebbe già un ottimo camuffamento, nel bailamme del Centro, senza bisogno di ulteriori travestimenti.
“Il suo lavoro interessa molto l’Audience, sa?…” dice Alias, togliendosi il becco da rapace.
“Probabilmente ciò è dovuto alla nevrosi opzionale della trivù interattiva… L’eccesso di offerta rende schizoidi i teleutenti…”
“Molto divertente! Molto divertente!” più che una risata, è il latrato di una foca “E’ simpatico, sa?… E pensare che mi avevano detto che lei è uno che sta sulle sue…”
“Più che altro è lei che sta sulle mie!…”
Lo pianto lì, a meditare sulla mia battuta e mi dirigo verso il Padiglione K. Ho sempre odiato gli impiccioni viaggiatori.
All’inizio c’è ben poco da vedere: lo schermo è completamente sabbiato. Ma a poco a poco, al suono della biomusica di Maya, immagini subluminali cominciano a prendere forma sul monitor, strane creature policromo/matematiche attraversano danzando lo spazio virtuale, divorandosi l’un l’altra, crescendo, riproducendosi, moltiplicandosi a vista d’occhio, aggregandosi via via in organismi sempre più complessi.
“Cosa diavolo sono?” chiedo a Carl Gustav. Maya sembra continuare il suo sonno, al di là del vetro.
“Mnemoni e psiconi in fase di formazione, prodotte dalla memoria eidetica della paziente, dottor Slimak…” quando pontifica la voce di Carl Gustav si fa più nasale, adenoidea. Grazie all’apporto energetico prodotto da Akhmed, la mente di Carl Gustav sta crescendo a dismisura. Ormai è talmente autonomo, che spesso sopravanza le mie stesse intenzioni.
“Assomigliano ai sistemi cellulari biomorfi, composti da informazioni, in grado di nutrirsi e di apprendere, solo che i loro geni non sono solo semplici sequenze di bit… Gli organismi virtuali che si stanno formando nella matrice sono un precipitato icastico del contenuto mesencefalico della paziente, memorie disidratate che si nutrono del tempo e dello spazio della musica bio/organica prodotta da lei stessa, ripristinando gradualmente le relazioni oggettuali e restituendole la rappresentazione dei propri processi mentali…”
“Magnifico!… Come intendi procedere?”
“I marcatori psicotropi stanno agendo sui circuiti labirintici cerebrali, purificando le scorie semantiche superflue dai nuclei icastici significanti… Mediante un flusso d’inerzia, stiamo introducendo una sequenza di iconemi/specchio che inducono la mente della paziente a proiettare sé stessa, in modo da ricostituire artificialmente le connessioni col mondo fenomenico da lei rifiutato patologicamente…”
“A cosa dovrebbe servire, tutto ciò?”
“Come lei ben sa, dottor Slimak, un’immagine è sempre più perentoria di qualsiasi parola e, in particolar modo, le immagini prodotte dall’inconscio possiedono una forza irresistibile, in grado di produrre un effetto di realtà estremamente pregnante…”
Per un po’ rimango in silenzio, affascinato da ciò che accade nella matrice del cyberspazio. Mnemoni e psiconi cominciano ad aggregarsi in una forma più complessa, nebulosa, fluttuante che le onde alfa, beta, delta, tau e kappa, sugli oscilloscopi, a fianco dello schermo, sembrano mimare cromaticamente in una sincronica gestualità sonora. Il corpo virtuale in formazione sembra dipingere una fantastica danza matematica nello spazio/tempo artificiale della matrice. Un affascinante spettacolo bio/psichedelico che mi lascia a bocca aperta.
“Guarda!” urlo, come se Carl Gustav avesse occhi “Non ti sembra che si stia formando una specie di… danzatrice?”
“Un bio/feedback… Probabilmente è un’immagine depositata nella memoria cromosomica della paziente o forse un prodotto mnemonico evocato dalla musica bio/psichica…”
Catturato come una mosca dal miele estetico della labirintica danza narco/psichedelica che si dipana nella matrice, scivolo nella suggestione ipnotica di quella collisione di suoni e ritmi che risuonano sul diapason del corpo della danzatrice virtuale, facendolo vibrare con un’ieratica iteratività che sembra tendere al moto perpetuo. Come se il verbo si facesse carne, la carne immagine, l’immagine nuovamente carne, questa danza primordiale dell’Acqua, del Fuoco, della Terra e dell’Aria sembra svelare il mistero estetico della Bellezza in tutta la sua disarmante semplicità. Una bellezza che è trasparenza, verità, flusso di una forma nell’altra, trasmutazione alchemico/sinestetica in canto che si fa luce, in luce che si fa magia, in magia che si fa sogno. Una doccia estetica che sembra increspare la superficie della coscienza di Maya, come se onde concentriche di consapevolezza a poco a poco si espandessero nell’oceano immobile del suo inconscio.
Risucchiato dal vortice irresistibile di quella danza arcana, è come se l’universo psicofisico suscitato dalla misteriosa danzatrice virtuale aprisse files inaspettati della mia psiche, resuscitando ricordi ancestrali che rivelano un nuovo codice d’accesso a me stesso, finora ignoto.
L’Esimio Direttore è convinto che non sia saggio lasciar raffreddare i titoli massmediologici sul Centro di Cyber/Psichiatria Sperimentale. Su pressione degli sponsor, mi ordina perentoriamente di aprire a quell’idiota di Alias le porte del mio laboratorio, mostrandogli uno dei miei casi più promettenti. Quello di Maya, ad esempio.
Sono convinto che quel deficiente non capirà un ciùfolo di quello che sto dicendo e che la sua incomprensione verrà propinata alla sua Audience neo/analfabeta in una forma talmente degradata e predigerita, alla Cyber’s Digest intendo, che non ne rimarrà più nulla. Tuttavia sono costretto a far buon viso a cattivo gioco e a tentare di far correre i miei delicati veicoli teorici sull’accidentata superficie mentale del cyber/giornalista.
Per convincere Flobert della sua professionalità a prova di bomba, Alias si è trasformato in una caricatura di reporter d’assalto: berretto da baseball, giubbetto da pescatore, con le tasche rigurgitanti di dischetti e obiettivi, telecamere e fotocamere digitali al collo. Sotto gli eterni occhiali a specchio, sembra indossare la propria faccia come una maschera con cui s’è travestito da sé stesso.
Visto al naturale, ha il pallore cadaverico d’una statua di cera in rigor mortis. Eppure i mattacchioni del Centro vanno letteralmente pazzi per questo Fantasma dell’Operetta, forse perché sa sempre come mandarli in brodo di giùggiole con le sue trite barzellette sui matti, oppure organizzando gare di rutti e scorregge che li fanno sbellicare.
Per dimostrare che nel mio laboratorio si sente a suo agio come a casa sua, dopo aver disposto un paio di telecamere supplementari e avere posto in stato di caricamento il suo cervello cyborgizzato, pronto alla ricezione dei programmi, fa un giro completo sulla poltroncina girevole, con espressione beata. Poi inizia con una intervista preliminare al “geniale cyber/psichiatra Lazlo Slimak”, dosando sapientemente i coefficienti di stupidità delle domande, in modo da far sentire intelligente l’utente di media sottocultura.
Ma nonostante la sua briosa nonchalance minimal/nichilista, quando metto in funzione tutto l’apparato, rimane completamente basìto dalla voce di Carl Gustav e quando inizia a fluire la musica cromosomica di Maya e vede la fantastica danzatrice virtuale creata dalla sua mente, gli si allargano a dismisura il sorriso e le narici. Già sente puzza di scoop.
“Incredibile!… Anzi, vorrei dire di più: incredibile!… Insomma, dottor Slimak, in parole povere mi sta forse dicendo che questa danzatrice è uscita dalla mente di una povera orfanella autistica, raccolta per strada?” mi fa saltare i nervi la sua abitudine a far scrocchiare le dita dopo ogni frase eclatante.
“La mia paziente non è affatto autistica!… Vorrei spiegarle che…”
Ma Alias non ha alcuna intenzione di mollare l’osso per così poco.
“Autistica o non autistica, questa danza è affiorata dai recessi del suo inconscio, dico bene?” “Beh… Grosso modo…”
“Tu come spieghi questa danzatrice, Carl Gustav?…” chiede Alias. Gli piace dialogare con l’Entità Cibernetica, a uso e consumo dei suoi dementi teleutenti. Soprattutto perché Carl Gustav è meno cauto ed evasivo di me.
“Come lei ben sa, signor Alias, tutto il passato, presente e futuro possono essere contenuti in una sequenza di note, che corrisponde esattamente al codice genetico personale…” pontifica saccentemente Carl Gustav.
“E quindi?…”
“Secondo i dati in mio possesso, la danzatrice virtuale evocata dalla mente della paziente, potrebbe essere una Visagara o una Devastasi…”
L’espressione del cyber/giornalista si sta facendo sempre più eccitata.
“Molto, anzi oserei dire, moltissimo interessante!…” probabilmente sta prendendo tempo per consultare in tempo reale la sua banca dati sull’argomento. In un paio di nanosecondi il suo motore di ricerca neurale trova il file e Alias lo snocciola didascalicamente.
“…Visagara e Devastasi, antiche danzatrici e sacerdotesse tantriche dell’amore, addette ai templi del Lingam, in cui svolgevano funzioni mistico/sessuali… Sgualdrine sacre, in pratica, che si concedevano ai devoti, tramandando le tecniche sessuali di madre in figlia… Dico bene?… Se non erro queste danzatrici sacre erano personificazioni di Shakti, l’Energia Cosmica femminile…”
“E’ tutto assolutamente esatto, signor Alias!…” esclama entusiasticamente Carl Gustav “Le Visagara erano yogin della mano sinistra, un ramo del tantrismo che sublima nell’esperienza erotica le sensazioni e le passioni, liberando l’energia sessuale… Lei non ci crederà, ma alcune danze dedicate alla dea Kalì, erano in grado di fare letteralmente impazzire gli uomini!…”
“Tutto ciò è assolutamente affa-sci-nan-te!”
Sullo schermo appaiono antiche immagini di danzatrici indiane, in rapida sequenza, messe a confronto con la danzatrice evocata dalla mente di Maya.
“Confronti la tipica postura in cui viene raffigurata una Devastasi, con un piede posato a terra e l’altra gamba intorno al bacino del partner, con quella assunta in questo momento dalla danzatrice virtuale… Vede? Ogni postura ha un alto tasso di densità semantica, perché i passi di questa danza sono codificati da pratiche secolari…”
Per movimentare la regia simultanea dell’intervista, Alias ruota fulmineamente sulla sedia girevole e mi rivolge una domanda, puntandomi l’indice addosso.
“Cosa ne pensa, dottor Slimak?… Cosa diavolo ci fa una Devastasi nella mente di quella ragazzina?…”
“Beh… Forse la stimolazione forzata dell’attività mnemonica, ha evocato qualche ricordo ancestrale proveniente dall’inconscio… Cos’è l’inconscio, in fondo, se non una specie d’immenso bazar della memoria, un ripostiglio del rimosso e della memoria genetica?… E’ una sorta di magazzino di simboli che stanno lì inerti, pieni di polvere e ragnatele, in attesa che qualcuno o qualcosa li rivolti come un guanto, trasformando l’individuo nel nodo di multiple identità e… “
“Multiple identità?” strilla Alias, schizoide “Questo sì che è pane per i miei denti!” ruota ancora la poltroncina “Tu che ne pensi Carl Gustav?”
“Per alcuni l’inconscio collettivo viene considerato una sorta di serbatoio cosmico delle memorie individuali e, come lei saprà, secondo certa tradizione esoterica il corpo è una copia microcosmica del corpo universale e il cervello è l’organo fisico di collegamento fra i centri nervosi e un mondo immateriale, che va ben oltre quello fenomenico… Dato che nella mente della paziente sono state riscontrate alcune sinapsi psicocinetiche, non è escluso che la loro attivazione quantistica potrebbe aver comportato qualche lieve modifica nello stato fisico di alcune regioni cerebrali più antiche…”
“E allora?” Alias protende talmente il collo, da farmi venire la tentazione di strangolarlo.
“Carl Gustav vuole dire che facendo deviare la psiche in nuovi canali, in qualche modo abbiamo fatto affiorare un passato extra/psichico, forse attinto da ricordi genetici o prenatali…”
Ormai Alias ha tutte le antenne in erezione.
“Cosa intende dire?…”
“Beh…” comincio a sudare “Tutto fa credere che quella danzatrice non abbia nulla a che fare col passato atomico e biologico della paziente…
“In parole povere?…”
“In parole povere tutto fa pensare che stiamo assistendo al riaffiorare del ricordo d’una vita precedente…”
“Co-osa?…” fa un balzo di gioia scoopistica dalla sedia “Ho sentito bene?… Siete incappati in un caso di reincarnazione?”
“Beh… Se vuole metterla in questi termini…”
“Fan-tas-ti-co! La cyber/psichiatria è riuscita a dare una base scientifica all’antica filosofia della metempsicosi!…” sembra già pensare in termini di titoli a quattro colonne “La Fisica spiazzata dalla Metafisica!”
“Che c’è di strano?” interviene Carl Gustav “In fondo la Metafisica è solo un ramo della letteratura fantastica, luogo immaginario in cui si fabbricano Enti, frullando il Caso!
“Non ci posso credere!…” Alias è estasiato “Un’entità algoritmica che disquisisce come se niente fosse di metafisica!… Questo computer è un fenomeno!”
La vanità fa partire il Carl Gustav per la tangente.
“Ogni legge scientifica, lei m’insegna, è spesso il relitto d’un sogno mitologico e la stessa scienza tout court è nata dalle ceneri della magia… Perfino la Fisica Quantistica è impregnata di misticismo e come lei ben saprà, la parapsicologia non è che una branca della Fisica Quantistica!… Capisce, signor Alias?… La psiche è il risultato e la somma di tutto quello che è stato, ma anche l’espressione simbolica di tutto quello che sarà!… In pratica l’Assoluto diventa del tutto Relativo!”
Il cyber/giornalista è rimasto a bocca aperta. Carl Gustav rincara la dose, rafforzando semanticamente le parole con immagini, grafici, formule matematiche e chimiche in dissolvenza incrociata sul grande schermo a cristalli liquidi.
“Che temperamento! Che codice semantico!… Carl Gustav è quasi un’entità protoprofetica! La mia Audience ne sarà entusiasta!…”
Punto nella sua vanità protoplasmatica, Carl Gustav non gli dà più tregua. Spero proprio che mandi a massa il cervello semisintetico di quel cretino.
“Ricorda il Teorema di Bell?”
“Fammi riflettere un attimo…” dopo pochi nanosecondi Alias snocciola il lemma attinto dalla banca/dati “…L’interazione di due particelle nel passato viene ricordata da ciascuna di esse e può essere richiamata immediatamente, sicché tutte le misurazioni successive di quella coppia sono correlate… Ha a che fare in qualche modo con la reincarnazione?”
“Certamente!… L’anima è uno stampo d’energia, una sorta di acido nucleico metafisico che modella a propria immagine il corpo… Ed è risaputo da millenni che il corpo multicellulare è nato ma muore, mentre sopravvive il suo spirito multipersonale, virtualmente immortale… Grazie alla musica psicosonora, le particelle del corpo della paziente hanno ridisegnato le proprie mappe neurali, ritrovando la precisa cartografia d’una vita precedente… In pratica la danzatrice è risorta dalla memoria cromosomica per restituirci un’immagine della propria anima!”
“Comincio a perdere il filo del discorso…”
“Ma non capisce?… La musica da cui è scaturita l’entità psicosomatica della paziente è una sorta di ossimoro sonoro, un mantra personale che ha praticamente risvegliato Kundalini!”
A questo punto non so più nemmeno io dove diavolo sta andando a parare, quel briccone ameboide. La faccia costipata di Alias è uno spettacolo davvero imperdibile.
“Ku… Kundalini?…”
“Kundalini è una massa di energia latente che, se risvegliata e fatta fluire lungo il midollo spinale, può produrre enormi effetti psichici e… “
“Dottor Slimak!” lo interrompe entusiasticamente Alias “Ho la netta sensazione che qui al Centro abbiate fatto una scoperta assolutamente rivoluzionaria!”
Dalla sua espressione frastornata, si capisce benissimo che, pur essendosi ubriacato di parole, non ci ha capito un’acca. Ma il succo del discorso è riuscito a perforare in qualche modo, come un acido giornalistico, la dura scorza del suo intelletto. Ormai non sta più nella pelle.
“Dottor Slimak!… Qui ci sento puzza di Nobel!”
“Beh… Non vorrei gettare troppa acqua sul fuoco del suo entusiasmo, ma per quanto ne sappiamo, nonostante le brillanti deduzioni metafisiche del mio illustre collega cibernetico, la danzatrice potrebbe anche essere un puro e semplice homunculus…”
“Homunculus?” per qualche istante la sua faccia si copre di rughe riflessive, come un prugna secca, mentre la sua mente scorre i file della banca/dati “Ha a che fare con gli antichi alchimisti?…”
“Non esattamente… In questo caso si tratta di un’immagine virtuale, ottenuta attraverso l’elaborazione iconica della mappatura cerebrale con le corrispondenti zone del corpo…
“Non capisco…”
“Voglio dire che la personalità invasiva di quella danzatrice tantrica, di questo homunculus (o forse dovrei dire foeminuncola), ammesso e non concesso che derivi dalla memoria d’una vita precedente, sta cancellando nella paziente ogni traccia della personalità preesistente…”
“Qual’è il problema?…”
“Ma non capisce?… Non è possibile stabilire se il nostro sia stato un successo o un fallimento clamoroso!…”
“Non si faccia troppe pippe mentali, dottor Slimak… Se il risultato è giusto, perché preoccuparsi del metodo?… In fondo la maggior parte delle grandi scoperte sono nate dal fallimento clamoroso di qualcos’altro che si cercava di scoprire!…” è fuori di sé dalla voglia di sciorinare le sue metafore ” Ma si rende conto?… Una misteriosa larva mentale ha scavato delle gallerie nella psiche della sua paziente, facendola crollare, ma ciò ha fatto affiorare in superficie un nuovo filone aurifero!…”
Ho sempre odiato i deformatori professionali dell’informazione. Naturalmente il giorno dopo i titoli strillano come aquile:
AUTISTICA DIALOGA CON L’ALDILA’ ATTRAVERSO LA REALTA’ VIRTUALE!
Anche se la formulazione della notizia è del tutto impropria, crea un enorme scalpore attorno al Centro, attirando sciami di giornalisti famelici, desiderosi di ficcare il naso nel mio lavoro, che si aggirano fra i padiglioni bisbigliando da soli, come pazzi, col cellulare sottocutaneo.
Ma anche se tutta quella gente mi mette i bastoni fra le ruote, impedendomi di lavorare serenamente, la mia vanità è ormai passata di grado, tramutandosi in ambizione e il Direttore, in brodo di giuggiole per la pubblicità piovuta sulla sua corte dei miracoli e dei miracolati, mi mette il fuoco al culo. Così lascio che il processo neo/psichico di Maya che ho avviato vada avanti anche senza di me. In breve tempo la mia paziente riacquista perfino l’uso della favella, anche se inizialmente si esprime in una lingua misteriosa, dalle arcaiche sonorità, che il mio assistente cibernetico assicura trattarsi di sanscrito antico.
“E’ ora di finirla, Lazlo!” strilla Layla, piombando nel mio studio, con i pugni sui fianchi e l’espressione bellicosa.
“Finire che?” l’affronto con ironica nonchalance, con le mani sulla nuca e i piedi sulla scrivania. Un raggio del dorato sole pomeridiano sciabola l’aria della stanza, facendo danzare un fascio di pulviscolo e impreziosendo gli oggetti sulla scrivania.
“Tutti hanno diritto a fare qualche stronzata, di tanto in tanto… Ma tu stai abusando di questo diritto!… Forse perché l’idiozia dà assuefazione e bisogna aumentare continuamente le dosi!”
“Insomma, di cosa diavolo stai parlando?”
“Sei un bastardo, Lazlo! Ho sempre saputo che il sadismo è una delle componenti principali dell’attitudine sperimentale, ma tu la deontologia professionale te la sei proprio ficcata nel culo!”
Si lascia cadere sulla poltroncina girevole di fronte a me, accavallando aggressivamente le gambe, affettate dalla luce a strisce delle veneziane. Valuto con un ghignetto ironico, da intenditore, i suoi discreti possedimenti ambulacrali.
“Cosa ti salta in mente d’infinocchiare Maya con le tue puttanate? Ci manca proprio che s’identifichi con quella specie di puttana sacra che s’è formata dentro quel tuo schifoso computer protoplasmatico!… E come se non bastasse, l’hai data in pasto a una massa di giornalisti famelici!”
“Non è colpa mia se il Direttore è sempre a caccia di sponsor!… E per quanto riguarda la faccenda della reincarnazione, devo ammettere che all’inizio anch’io ero piuttosto scettico…” mi alzo in piedi e passeggio con aria riflessiva, con le mani dietro la schiena “…ma ho valutato a lungo la questione e mi sembra che quella della reincarnazione sia un’ipotesi abbastanza plausibile…”
“Credevo che l’indole scientifica salvaguardasse dalle superstizioni!” dice, aggrottando la fronte ampia, ossuta e razionalista.
Guardo fuori dalla finestra e, vedendomi dal basso, uno psicolabile tutto sporco e arruffato mi saluta allegramente con la mano, sfoderando denti grossi e giallastri come spicchi d’aglio.
“Siamo sicuri che siano solo superstizioni? Che ne sappiamo noi, in fondo? Chi ti dice che l’anima non sia altro che un insieme di neuroni che scaricano contemporaneamente il loro potenziale elettrico nelle aree mistiche del cervello? Oppure potrebbe essere solo una speciale funzione della ghiandola pineale, che emette forze psichiche destinate a conservare l’equilibrio del cosmo!…
“E’ inutile che insisti con le tue puttanate, Lazlo!… Non me ne frega un cazzo di stare qui a filosofeggiare sull’anima! Lo sai benissimo che su questi argomenti più risposte si cercano, più domande si trovano!
Ma io rincalzo, ispirato.
“Già… Ma cosa ti vieta di credere che dentro ciascuno di noi ci sia la memoria cromosomica di miriadi di vite precedenti?”
“Il buon senso!…”
“Ammetterai almeno che l’identificazione con quella ballerina, immaginaria o no, sta sbloccando in qualche modo la paralisi della sua coscienza… Ha ripreso perfino a parlare!”
“Se non erro, le prime parole pronunciate da Maya sono state in una lingua immaginaria!… Mi pare che questa si chiami glossolalia, o sbaglio? Una parola che magari per te spiega tutto, ma che per me non spiega nulla!…”
“Non è glossolalia e non è affatto una lingua immaginaria!…”
“Ah, no?…”
“Maya si esprime in purissimo sanscrito!… Ma sta già imparando a parlare nella nostra lingua…”
“Se fossi in te, non canterei troppo vittoria, Lazlo!… Te l’avevo detto, no, che nel suo cervelletto non c’era alcuna lesione focale nei centri della favella… Se non avesse imparato a parlare nell’infanzia, non avrebbe proprio potuto spiccicare parola, in nessuna lingua, crescendo cieca alle strutture stesse del linguaggio…”
“Va bene… L’avevi detto!… E con ciò?… Avevi previsto anche che avrebbe parlato in sanscrito?…”
“Se tu spremessi un po’ di più le meningi potresti anche trovare altre ipotesi, per spiegare quello che sta accadendo a Maya… Ma ormai sei entrato in questo trip della reincarnazione e non ascolti più cosa ti dice il cervello!”
“Spara la tua teoria, allora!” mi siedo nuovamente.
“Sai benissimo che in certe sindromi schizoidi le produzioni fantastiche sono strettamente correlate ai sogni, più che alle attività psicologiche di veglia e che di solito presentano un carattere nettamente arcaico… Quando hai invaso la mente di Maya con le tue diavolerie cibernetiche, il suo passato era come una scala che aveva perso qualche piolo, rendendo difficile la scalata al suo vero io… Così, secondo me, a furia di navigare orizzontalmente, verticalmente e trasversalmente nella sua psiche, hai alterato in qualche modo i suoi rapporti simbolici, smuovendo o rimuovendo maldestramente qualcosa d’importante che ha fatto sbucare quella pseudodanzatrice tantrica da chissà quale zona dimenticata dell’inconscio…”
“E allora?”
“Allora potrebbe essere solo una specie di creazione mitologica attinta dall’inconscio, una traslazione di personalità… che poi è una manifestazione tipica, come tu ben sai, d’una fantasia primordiale di tipo schizoide…”
“Ah, si?… Vorresti dire che sono riuscito solo a far affiorare una schizofrenia latente?”
“Già… Dovresti saperlo, no, che la scoperta e lo smascheramento del materiale rimosso può avere un effetto catartico e liberatorio ma anche altamente traumatico… Insomma Maya potrebbe aver rifiutato a tal punto il trauma che aveva rimosso da essersi offerta in dono, in mancanza d’altro, una specie di personalità supplente, un’identità/rifugio… Ma mi stai ascoltando?…”
“Certo che ti sto ascoltando, non mi hai visto sbadigliare?…Vai avanti…”
Per non darle soddisfazione di farle vedere la mia espressione genuinamente turbata dalle sue argomentazioni, mi sono seduto a cavalcioni della poltroncina e l’ho ruotata verso la finestra, per guardare fuori, dove i mattacchioni vagano senza meta, rinchiusi nei loro privati universi d’incomunicabilità, intersecando le loro lunghe ombre nel tramonto senza incontrarsi mai.
“Che stronzo!…Insomma stavo dicendo che quella danzatrice potrebbe essere una identificazione introiettiva pura e semplice, una vita posticcia legata da elementi simbolico/mitologici al suo passato reale, un’estroversione regressiva, attraverso cui proietta le sue illusioni e valutazioni soggettive sul mondo circostante… Se ci pensi, non è poi così strano che Maya si sia innamorata perdutamente di quella sua affascinante creatura immaginaria, probabilmente di origine onirica, dato che risponde esattamente a qualche suo desiderio inconscio!…”
Ammetto che le sue valutazioni sono terribilmente plausibili, così cerco di far cambiare marcia al discorso.
“Bah… Che siano introspezioni o retrospezioni, quello che conta è che sono riuscito farla uscire dal suo guscio autistico!…”
“Già!… Ma sei sicuro che ciò sia buono e giusto? Ogni soluzione potrebbe essere immaginaria o far parte del problema stesso…”
“Che cazzo stai dicendo, adesso?”
“Un guscio autistico, dovresti saperlo bene, ha una funzione compensatoria e protettiva, contro l’invadenza del mondo esterno, per chi è indifeso, perché privo di meccanismi/filtro per le sue esperienze sensoriali… Insomma Maya ha le sinapsi cognitive in subbuglio e avresti dovuto andarci cauto, prima di spezzare il guscio!”
“Cauto? In che modo? Lasciandola navigare all’infinito nel liquido amniotico dell’utero materno, magari!…”
“Perché no?… Sono ancora convinta che tutto nasca da un trauma natale o prenatale… La morte della madre, ad esempio, potrebbe aver innestato un deflagrante complesso di colpa, esploso a effetto ritardato!…”
“Che palle!… Ancora ‘sta storia del complesso di colpa per la morte della madre!… Voi psichiatri integralisti avete sempre la superstizione dei sensi di colpa!… Una specie di autocombustione che dovrebbe friggere la psiche nei propri inferni interiori!…”
“Sei proprio incredibile!…” inviperita, si umetta nervosamente le labbra, alla ricerca di una risposta tagliente con cui amputarmi la parola di bocca “Sguazzi in arcaiche superstizioni metempsicotiche e poi spari sentenze!… Ma stavolta ho intenzione di dare battaglia!”
Per azzerare le distanze e dirle sul muso quello che devo dirle, faccio un lavoro di gambe, circumnavigo la scrivania sulle rotelle e mi fermo a pochi centimetri dal suo naso, puntandole addosso l’indice minaccioso.
“Devo considerarla una dichiarazione di guerra?”
“Considerala come ti pare!…” in un crescendo d’odio, lancia strali con gli occhi stretti come fessure “Ho intenzione di riavere Maya e continuare a fare a modo mio!… Ma soprattutto voglio impedirti di fare a modo tuo!”
“Il tuo senso di tolleranza e l’ampiezza delle tue vedute metodologiche ti fanno onore!”
“Non azzardarti a fare ulteriori cazzate sul cervello di Maya o io…”
Se ne va, sbattendo la porta con tutte le forze, a mo’ di punto esclamativo.
Fregandosene delle nostre stupide beghe, la danzatrice ormai vive di vita propria nel cyberspazio, come se la psiche di Maya avesse duplicato sé stessa in un universo parallelo. Danzando incessantemente, il simulacro virtuale materializza a poco a poco anche il suo ambiente circostante, come se ogni frase musicale scaturita dal codice genetico di Maya ricostruisse sinesteticamente gli astratti paesaggi del suo inconscio.
Dall’ancestrale sacralità d’ogni suo gesto ieratico sgorgano volatiloidi multicromatici e ogni nuovo passo di danza lo tramuta alchemicamente in astrazioni estetiche sempre più nitide e definite, finchè si forma a poco a poco attorno a lei un meraviglioso e labirintico Mandala, composto da tortuose figure erotiche in movimento che s’allacciano e s’intrecciano incessantemente in amplessi impossibili. Un esoterico Mandala che forse è un’elaborata rappresentazione grafica dell’anima di Maya o una visualizzazione psicocosmica del suo karma, una mappa labirintica del suo universo interiore, in cui potrebbe essere possibile decifrare la formula quantistica delle sue innumerevoli vite precedenti.
Mentre la danzatrice tantrica acquista sempre più esistenza nella matrice, anche la Maya in carne ed ossa modifica velocemente la sua struttura psicofisica, come se il suo corpo si adattasse a un destino biologico di cui era ignara portatrice e le molecole metamorfiche del suo organismo attendessero il momento buono per tramutarsi in qualcosa d’altro.
Nel giro di poche settimane, il suo corpo lievita e matura a vista d’occhio, alle prese col menarca, primo evento della femminilità. Un evento piuttosto traumatico, che la sua mente in formazione interpreta come un’alterazione punitiva del suo corpo, così imbratta sé stessa e la propria stanza con sangue mestruale. Ma la sua spasmodica fame di vita accetta e archivia velocemente anche il nuovo status di femmina fertile.
Come il simulacro virtuale, anche la Maya reale ora sente un irresistibile impulso a danzare, stimolando inconsapevolmente la secrezione delle sostanze che proteggono le cellule nervose nell’Ippocampo. Dato che tale secrezione è direttamente proporzionale alla quantità e alla qualità di moto del corpo, ciò non può che consolidare inconsapevolmente le strutture neurologiche di questa sua nuova e antica mente, facendo sì che saturino completamente la psiche.
Nei mesi seguenti, mentre il ritmo del tempo scorre attraverso il suo corpo adolescente, schiudendo la sua personalità come i petali d’un fiore, una nuova sensualità cerebrale sembra affiorare sulla sua pelle di luna rendendola luminosa ed epifanica. Forse l’entità psicofisica scaturita dalla danzatrice virtuale appartiene alla divina stirpe degli angeli, ma si sta trasformando in uno di quegli angeli destinati a trascinarti nella loro caduta agli inferi.
Cap. VI TRIANGOLI
Mentre la terapia neurobionica incrementa ulteriormente l’attività verbigena e verbigerante della paziente, Flobert mi ordina di tenere sotto osservazione i fenomeni cerebrali provocati dall’emersione di questa antica personalità a livello di neuroni, sinapsi, reti neurali, ma senza stimolare ulteriori metamorfosi fisiche. Pubblico e sponsor sono poco interessati a decriptare la vera coscienza di Maya, alle sue recenti ecchimosi mentali o al suo retrattile passato prossimo, dato che appare ben più succoso il suo passato remoto.
Nel frattempo mi suggerisce di tenere in esercizio il muscolo cerebrale dedicandomi ad altri casi rimasti in sospeso. Devo ammettere che dopo essermi occupato per mesi, anima e corpo, alla resurrezione psichica di Maya, è riposante far cambiare direzione alla mia attenzione.
Così mi tuffo con un’euforia quasi patologica nei casi clinici che avevo messo da parte, come Franz, affetto da schizofrenia paranoide e sdoppiamento di personalità, dovuto al fatto che i due emisferi cerebrali agiscono separatamente. Ha un aspetto tragico e malaticcio e avverte la realtà come una gabbia in cui tutto è statico, ruvido, geometrico, come se qualcuno avesse cancellato per dispetto la segnaletica e le coordinate che gli consentono di orientarsi negli abissi della propria psiche. È come se i suoi circuiti sinaptici fossero perennemente in fiamme, a causa del continuo conflitto interiore col proprio doppio, un petulante sosia immaginario, un clone secondo lui, che lo pedina e lo perseguita.
Per visualizzare le aree del suo cervello, inverto le funzioni di una macchina per la tomografia a emissione di positroni, in modo che diventi una sorta di proiettore mentale, inserendo nel corpo calloso di Franz un microchip empatico, in grado di ricevere e ritrasmettere le frequenze cerebrali, connetto artificialmente i due emisferi. Ciò ottiene il doppio effetto di stabilizzare le sue psichedeliche ossessioni e renderle visibili su un monitor.
Su suggerimento di Flobert, connetto il microchip di Franz al Web, così chiunque potrà interfacciarsi in tempo reale con la sua mente schizoide e navigare all’interno della sua follia, un viaggio che, assicurano gli esperti di sballi, è meglio delle droghe psichedeliche.
Anche se ancora rifiuto di ammetterlo, attorno al nucleo del mio rapporto con Maya si va formando un frutto talmente soffice, da impedirmi di vederne il nocciolo. Come se le orecchie già imponessero condizioni ai sentimenti, mentre lavoro mi sorprendo ad attendere con un batticuore ben poco deontologico il trapestio dei suoi piccoli passi frettolosi, che risuonano intriganti nel corridoio, anticipando il suo arrivo con l’inconfondibile alfabeto Morse del desiderio.
Quando apre la porta, fingo di essere troppo occupato sui miei monitor o sulle mie carte, per accorgermi della sua presenza. Per non disturbarmi, lei cammina in punta di piedi, con un’innocenza sensuale e circospetta, lasciandosi andare sulla poltroncina girevole di fronte alla consolle.
“Ah, Maya… Sei tu?…” dico, distrattamente.
“Ciao, dottore… Come vanno le cose?…” la sua voce ha la carnagione vellutata d’una pesca appena colta, una fascinazione sottile, selvaggia, esotica e imbarazzante, che scatena in me una tempesta ormonale di profani e inconfessabili desideri. Ha abbandonando l’antico sanscrito, ma non ha perso quello strano accento arcaico.
“Non c’è male… E tu?… Come ti senti?”
“Ho ancora una tale confusione in testa… ” parla col tono vago e sognante di chi pensa ad altro, muovendo in continuazione le mani, come se tentassero di esprimersi per loro conto.
“Che ne dici, dottore?… Sarò mai una persona normale?” chiede, sollevando su di me quel suo sguardo malinconico che mi fa accapponare il cuoio capelluto. Mi siedo e la guardo di traverso, per cambiare l’angolo di visuale e considerarla da un punto di vista più professionale.
“In un certo senso sei già una persona perfettamente normale, ma…”
“In quale senso?…” spinge pensosamente la lingua all’interno di una guancia, guardandomi attentamente le labbra, come se si aspettasse di veder materializzare ogni mia parola.
“Il tuo equilibrio psicofisico è eccellente, ma non si può certo dire che tu abbia ritrovato la memoria…”
“Ma se ho la testa piena di ricordi!…”
“Quei ricordi non sono tuoi…” mi sento intrappolato dai topazi mutanti dei suoi sorprendenti occhi felini, frammenti cosmici erranti che mi fanno liquefare l’intelletto.
“Ah, no?” c’è una sorta di disperata allegria, nelle sue parole “Questa è proprio buona!… E di chi sarebbero, allora?”
“Te l’ho già detto… Stai ricordando una vita precedente.”
“E con ciò?…Almeno adesso ce l’ho dei ricordi, no?… Non l’hai detto tu che sono i ricordi a darci un’identità?… Se non mi vengono altri ricordi, forse è perché la mia mente non vuole ricordare nient’altro, non ti sembra?”
“E’ probabile…” osservo pensosamente, con le mani unite ai polpastrelli.
“Allora, dov’è il problema?” sorride, alzandosi di scatto dalla sedia “A me questi ricordi vanno bene!”
“Il problema è che…”
“Oddio!… Avevo dimenticato che avevo promesso di passare da Layla, nel pomeriggio!… Ciao, Lazlo!… Ci vediamo!”
Prima che io possa replicare, già Maya ha infilato la porta e se n’è volata altrove. Per un po’, mentre la poltroncina continua a girare lentamente sul suo asse, barocche circumvoluzioni di pensieri lascivi corrono a perdifiato sulla sua scia, inondando le labirintiche volute della mia materia cerebrale.
Di buone intenzioni, si sa, è lastricato l’Inferno e non è raro che il terapeuta metta nel freezer il proprio giuramento d’Ippocrate, confondendo l’attaccamento professionale ai propri metodi col loro oggetto, fino a innamorarsi perdutamente dell’oggetto stesso. Se finora la sublimazione scientifica era stata sufficiente a creare attorno alla mia libido una cortina fumogena in grado di tenere a bada le pulsioni, il cozzo clamoroso delle contraddizioni latenti sta producendo un corto circuito fra teoria e prassi, sdoppiandomi in due entità distinte, l’una contro l’altra armate: l’uomo e il cyber/psichiatra. Insomma, sono costretto ad ammettere che un eccesso di pulsioni sta modificando la biochimica del mio intelletto, facendo già s’intravedere i primi sintomi d’una bancarotta della coscienza.
Col sentimento etico narcotizzato dall’impalpabile eccitazione d’un senso di colpa ossessivo e iterativo come una masturbazione, m’intrufolo nottetempo nella stanzetta di Maya, per spiarla dormiente. A volte scosto le lenzuola e contemplo la sua carnagione da mela acerba e la fioritura carnale della sua fanciullezza non più in fiore. Raggomitolata come un giovane felino, sembra una maliziosa, lasciva e inquietante donnina bonsai. I piccoli, candidi seni hanno un aspetto fragile, come uova sode. Ma le piccole valve glabre della vulva si stanno già coprendo d’una morbida peluria.
Sono istanti folli e sublimi, una festa per gli occhi e l’intelletto, in cui accumulo inconsciamente l’energia segreta d’una futura catastrofe. L’etica non è uno strumento da scasso che basta non lasciare sul luogo del delitto per sentirsi innocenti, così il solipsistico appagamento fisiologico delle mie pulsioni non rafforza di certo il mio esiguo capitale deontologico.
Tanto più che l’impareggiabile Ros’Alba mi ficca una dolorosa pulce nell’orecchio.
Come al solito trovo le gemelle a oziare al bar del Centro, ridacchianti e bisbiglianti nell’orecchio di Folko annuendo e negando all’unisono, come un duplice scoiattolo che metta da parte nei bargigli oscillanti le riserve di pettegolezzi per l’inverno, sottolineando le frasi salienti delle loro piccanti confidenze con pacche e ammiccamenti. Vedendomi, Folko mi fa l’occhietto, disegnando un’ironica parentesi graffa con le sopracciglia congiunte. Le borse scrotali sotto i suoi occhietti morbosi, da tapiro, fanno sembrare la sua sconfinata faccia tosta a uno zaino colmo d’ironia.
Quell’allegro gaglioffo gargantuesco è approdato volontariamente al CCS un paio d’anni fa in qualità di Apprendista Psicotico, come lui stesso s’era definito, in quanto affetto da frotteurismo, vale a dire che se la godeva un mondo a frequentare i luoghi affollati per strofinare i propri genitali addosso a donne non consenzienti. Portava brandelli d’abiti dal passato burrascoso e dall’incerto futuro, completati da scarpacce scarfagnate, sbadiglianti come coccodrilli affamati ed emanava una puzza d’ascelle di cane dopo un nubifragio che gli creava attorno un vuoto quasi pneumatico. Ma una volta ripulito e civilizzato, s’era scoperto che possedeva un vero talento nascosto, in tema di macellazione. Così era stato adibito alla rottamazione dei cadaveri all’obitorio, per il riciclataggio.
Layla detesta la sua lugubre e oscena giovialità, per questo lui si diverte come un matto a stuzzicarla,
“A dottore’, ‘o sa che so’ ‘e Pompe Funebri?” le chiede, sopraelevando ironicamente le sopracciglia e lisciandosi la calotta di capelli unti.
“Le ditte che si occupano dei morti?” risponde lei, distrattamente.
“Ma cche sta’ a ddi’? ‘E Pompe Funebri so’ li bocchini fatti a ‘n cadavere in rigor mortis!”
Mentre sorseggio un caffè, Folko se la ride di gusto, facendo brusche sterzate umoristiche col suo eloquio catarroso ad alto tasso alcoolico. Il suo alito stenderebbe un paio di lottatori di Sumo, ma non le eroiche gemelle che lo guardano estasiate, con gli occhi che quasi scompaiono fra il grasso delle due lune piene. Folko ha sempre avuto un debole per le ciccione.
Ros’Alba si gira verso di me, cincischiando e ridacchiando allusivamente.
“Lei sarà senz’altro d’accordo con noi, dottor Slimak…” esordisce Rosa, con tono canzonatorio, lanciandomi uno sguardo verniciato d’ironia.
“Riguardo a cosa?” abbocco io.
“Certi atteggiamenti della dottoressa e della cinesina smemorata sono… ehm…” Alba simula imbarazzo, con una tossetta finto/nervosa “… tutt’altro che professionali… Non pensa?”
“Non capisco… Di cosa diavolo state parlando?” il mio è più uno spasmo muscolare che un sorriso.
“Andiamo, dottore…” cantilena Rosa, con l’espressione di una che ne ha viste fin troppe, nella vita.
“Lei è un uomo di mondo!” rincara Alba, per tenere viva la suspence.
“Avanti, sputate il rospo, una buona volta!”
Ros’Alba quasi scoppia di bulimico piacere, nel cogliermi in flagrante ignoranza. Adora far montare la panna emotiva del prossimo, perché ciò le conferisce una confortante sensazione di supremazia. Folko si diverte un mondo e ciascuna delle due gemelle sembra non riesca a guardare l’altra negli occhi, senza essere presa da un’irrefrenabile ilarità.
“Insomma ci vorrebbe dire…” cinguetta Rosa “…che non s’è accorto che fra loro due…?” fa eco Alba, appaiando allusivamente gli indici.
“Di cosa cazzo state parlando, porca puttana zozza?” ormai ho perso del tutto la pazienza.
“Non diventi volgare, dottore!” si schermisce Rosa “Non è colpa nostra se ha gli occhi foderati di prosciutto!” rincara Alba “Comunque, se non ci crede, provi a tendere le orecchie dalle parti del Padiglione T…” conclude Rosa, con la smorfia alla “faccia un po’ lei…”.
“A’ dotto’!…” infierisce Folko brutalmente, con la sua risata depravata da iguana “Hai presente ‘n sandwitch de fregne?”
“Ah, è così?…” urlo, schizzando via come fossi caricato a molla, col cuore che batte al ritmo sincopato d’un contrabbasso.
Mi dirigo a lunghi passi furibondi verso il Padiglione T, mentre nei miei visceri sta scoppiando un incendio doloso.
Strada facendo, con una scrupolosità delirante, mascherata da deontologia professionale, smonto pezzo per pezzo i perversi meccanismi psichici che hanno portato Maya a rimanere intrappolata come una farfalla nella subdola rete di ragno di Layla. Avevo già tutte le risposte, ma ancora nessuno mi aveva posto le domande giuste. Per questo non m’ero reso conto che negli ultimi tempi Maya mi veniva a trovare sempre meno spesso e che Layla sembrava svolazzare su una nuvola, quando mi parlava di lei.
Come avevo potuto essere così cieco da non notare certi gesti, certe frasi, certe espressioni caratteristici di Maya, ripetuti per simpatia in Layla (e viceversa), in cui avrei dovuto riconoscere una familiarità che già si era spinta oltre i confini consentiti dalla decenza? Mi rendo con sgomento che stanno emergendo in me tratti deliranti e paranoidei e che la cosa che più mi manda in bestia, anche se mi rifiuto di ammetterlo, è che, non solo la stronza s’è appropriata intrusivamente di Maya, ma che soprattutto ha ritirato dalla circolazione la sua preziosa valuta psicofisica in modo che non potesse spenderla con altri (con me specialmente)!
Com’è noto, solo le specie razionali sono dotate di irrazionalità e in molte culture primitive l’amore viene considerato una forma di pazzia, oltre che una forma di cecità.
In una marea avanzante di nausea, mi protendo ad origliare da una finestrella a bocca di lupo del seminterrato del Padiglione T, nel cui piano superiore c’è lo studio di Layla, sforzandomi d’imbastire nebulose giustificazioni e interpretazioni deontologiche dell’istinto omicida che mi implode improvvisamente nella mente quando odo bisbigli cospiratori, gridolini lascivi e risatine torbide, colme di cochonnerie.
Penetro furtivamente nel padiglione e scendo in punta di piedi le scale del seminterrato che sembrano amplificare le lascive sonorità dell’amplesso. Quando finalmente vedo le fedifraghe nella stanza da letto che Layla ha trasformato in un’alcova peccaminosa, nude e appiccicate come le due ante d’un panino imburrato, il sangue sembra coagularsi nelle mie vene. La percezione visiva del tradimento, raddoppiata da un grande specchio che funge da testiera del letto, ne accentua il carattere traumatico.
In un’esotica (ed eretica) posizione erotica che sembra una versione lesbica del Kamasutra, resa più plastica dalla luce rossastra di una lampada indiana, Layla è in piena esplorazione della foresta vergine di Maya, frugando con la punta della sua lingua blasfema il rorido pistillo carnoso fra le sue giovani cosce. Sembra la danza di un’ape sul fiore preferito, che in suo onore secerna e trasudi tutto il suo nettare.
La lingua mi sbatte come uno strofinaccio nel palato e gli intestini sono un groviglio di serpenti imbizzarriti che mi mordono i visceri. Difficile mantenere un distacco filosofico mentre si viene divorati vivi dalla verità.
“Ti sei ficcata il cervello nel buco del culo?” urlo, rabbiosamente.
Senza scomporsi, Layla si volge appena a guardarmi, con l’espressione di una vacca ruminante nella greppia. Il biancore esangue, quasi larvale, del suo corpo è abbacinante, quasi azzurrino, con la rete dei capillari ben visibile. Ricorda un pesce in secca.
“Oh, ciao, Lazlo!…”
“Questa volta l’hai proprio fatta fuori dalla tazza!” strillo come un’aquila, espettorando i punti esclamativi come catarro.
“Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!” replica Layla con voce lubrificata dalla passione, interrompendo temporaneamente la degustazione degli umidi e saporiti intingoli di Maya, che fa la gatta morta, guardandomi sottecchi, immobilizzata in una felina sonnolenza pre/orgasmica, con le labbra protese in un broncio dal turgore sessuale. Imperscrutabile, sfuggente, assente, ma non certo colpevole, Maya evita il mio sguardo, con l’espressione falsamente timida e impaurita d’una cerbiatta. I suoi capelli color carbone sembrano ingoiare la luce circostante, facendo apparire più luminoso il suo volto, in piena estasi di Santa Teresa.
Per qualche istante lascio che il silenzio maturi, marcisca quasi, prima di avvelenarlo col mio sarcasmo.
“Scommetto che tutto ciò fa parte di una tua ricerca sulla libido, vero?”
“Già!… Le vie della scienza sono infinite, caro collega!…” mi guarda con infinito sprezzo e commiserazione “La psicanalisi è una scienza che s’interroga sui movimenti del desiderio e ha bisogno di attingere i propri supplementi etici ed erotici direttamente alla fonte!”
Forse mi aspettavo che un deflagrante e salutare senso di colpa la facesse stracciare biblicamente le vesti (peraltro sparse nella stanza), invece la strafottente e bronzea malleabilità della sua voce mi smontano e mi mandano in bestia allo stesso tempo. Dopo essersi forbita col dorso della mano la bocca smegmizzata dall’umidità etica di Maya, riprende come se niente fosse il suo lavoretto di lingua, umettando la sua aridità psichica di motivazioni ormai prossime all’esito finale. L’orgasmo urlante di Maya mi trafigge all’improvviso l’anima e i genitali.
Preso da furore distruttivo, afferro il primo oggetto che mi capita in mano, un busto di Freud che fa da fermalibri, e lo scaglio sul muro, mandandolo in mille pezzi, urlando aggettivi in scala ascendente e discendente, parole e parolacce che turbinano come scimitarre, cercando d’amputare teste.
Maya urla, spaventata. Invece Layla sembra divertirsi un mondo, nel vedermi così alterato e rimane lì, stravaccata sul letto in una posa di sfida, con le gambe divaricate e tutta l’anatomia da femmina vivipera in bella mostra, a pertugio socchiuso.
“Ti sei preso una bella scuffia, eh?…” mormora, accendendo una sigaretta di tabacco d’alghe. La sua insolente nudità alimenta ulteriormente la mia montante marea di collera.
Bisognerebbe essere lucidi per dire cose veramente folli, ma quando il cervello si riveste d’una incrostazione supplementare d’adrenalina che ne inibisce l’uso lucido, non si sta certo lì a lesinare sulle parole. I disordinati movimenti peristaltici del cuore, l’ego troppo infiammato e il sovraccarico dei circuiti psichici, provocano un vero surriscaldamento semantico, così comincio a sproloquiare. Alzando su Layla un indice minacciosamente pedagogico, mi lancio in discorsi insensati, al limite della farneticazione, tenuto d’occhio da capezzoli eretti e accusatori di Maya. Parlo e straparlo più con le orecchie che altro, tentando di captare l’effetto delle mie parole sull’uditorio, ma senza ottenere grande soddisfazione. Layla mi porge indifferente il profilo egizio in una sfrontata posa da Cleopatra.
“Ma ti rendi conto di che cazzo hai fatto?… Hai approfittato del trasfert e del fatto che gli adolescenti una gran voglia di emulare i modelli comportamentali proposti dagli adulti per proporle un’identificazione proiettiva con la propria terapeuta!… Eppure lo sapevi che gli adolescenti hanno una grande vulnerabilità psicologica perché la corteccia frontale si forma completamente solo fra i 18 e i 22 anni!… Lo psicanalista cerca sé stesso nella mente dei propri pazienti, ma tu hai fatto di tutto per liberarla dalle inibizioni solo per alimentare le tue depravazioni!… Se la tua è scienza della coscienza, lasciami dire che è del tutto priva di coscienza!”
Nella mia follia, credo di avere le parole sulla punta delle dita e invece ficco le dita negli occhi delle parole. A farla breve, non so più che cazzo dico.
“… Insomma, tradotto in parole povere, sei una stronza, Layla!…”
Layla comincia a raccogliere in silenzio gli abiti e gli indumenti intimi gettati ovunque alla rinfusa, nel furore della passione, poi ci ripensa, li getta sul letto e si volge verso di me, con le mani sui fianchi. La sua voce si fa caustica come orina di gatto.
“Adesso mi hai proprio stufato, Lazlo!…” enumera le argomentazioni con le dita, con atteggiamento didattico “Primo: tu non puoi venirmi a fare la morale, dato che hai sempre dimostrato di non possederne una… Secondo: non ti sembra immorale fare i moralisti, in epoca post/moralista, quando tutte le grammatiche etiche sono andate in disuso da un pezzo?… Terzo: ormai Maya è perfettamente in grado di intendere e di volere e quindi non hai diritto di interferire sui suoi gusti sessuali…”
“Quarto?…” so che prima d’infliggere il colpo finale infilza sempre un buon numero di banderillas fra le corna dell’avversario.
“Quarto, medice, cura te ipsum! Capita l’antifona?… E poi, nessuno ti ha mai invitato nella mia camera da letto, o sbaglio?… Quindi smamma!”
Senza più darmi importanza si aggiusta le labbra col rossetto, porgendomi arrogantemente il profilo, con due rughe ironiche che le tengono le labbra fra parentesi. Chiudo gli occhi per non ucciderla.
“Ma si può sapere che campi a fare?” dico, finalmente.
Per fargliela pagare, decido di saltare in groppa all’ippogrifo, lanciandomi nella tenzone. Afferro Maya per un braccio e dopo averle infilato in fretta qualcosa addosso, la trascino via prima che Layla possa tentare la minima opposizione.
Strada facendo esaurisco la carica collerica e dopo averla portata al mio alloggio me ne sto lì imbambolato, senza sapere più che fare. Scopro a mie spese che l’abuso dei propri utensili mentali fa rimanere cretini allo stesso modo di chi non li usa affatto. Ma se la carne è debole, il mio spirito lo è ancor di più e ormai non mi posso più fidare nemmeno del mio stesso cervello. Ma sono riflessioni che farò a posteriori, perché è perfettamente inutile cercare di gettare reti di concetti sul vortice dei sensi.
Infatti, nonostante tutti i miei bellicosi proponimenti, mi lascio commuovere come un fesso dal candore primordiale degli occhi di Maya, uno sguardo talmente limpido che potrebbe purificare l’inferno stesso, ma che mi fa tornare in mente qualcosa che ho letto sui boscimani, che chiamano Mantidi le adolescenti in fase di menarca. Come la Mantide, secondo loro, lo sguardo d’una ninfetta può paralizzare un uomo nel gesto che sta compiendo, trasformandolo in un albero parlante.
Ma i miei ormoni se ne sbattono della natura demoniaca delle ninfette, di boscimani, Mantidi e Ghul e la commozione non ha alcun effetto terapeutico sul mio cuore in tumulto, ne’ sui miei genitali in fiamme. Anche perché Maya s’inginocchia sul letto e, fissandomi ipnoticamente con quello sguardo che sembra divorarmi l’anima, fa scendere la zip, svuotando di colpo del suo contenuto l’abito, che s’affloscia moribondo a terra, mentre l’odore tiepido della sua pelle si spande come incenso nell’aria. Forse i suoi baci sanno ancora di Layla, ma sono freschi come frutti di bosco e l’ipnosi olfattiva e tattile della sua carne mi fa uscire di senno, come assaggiassi un frutto acerbo sapendo che fa male. Improvvisamente, come cadendo in trance, Maya scende dal letto e, inarcandosi con sensuale fierezza, comincia a danzare lentamente al centro della stanza, nuda come una giovane dea, officiante d’un antico rito erotico che mi sconvolge i visceri, facendo rimbalzare il desiderio come una palla rovente nel cervello. Danza ad occhi chiusi, lieve come un sogno di farfalla, muovendo sinuosamente le dita affusolate, lasciando che il mio sguardo accarezzi con ebbra frenesia il suo corpo perfetto, che s’offre a uno stupro sacrificale.
Gesti magici, ieratici ed ipnotici che spostano continuamente il centro di gravità estetico, gesti silenziosi ed estenuanti che sembrano mimare il mistero del Tempo, evocando una musica invisibile che ripesca nell’immenso serbatoio della memoria genetica antichi ricordi ancestrali della sua patria psichica perduta, a cui la sua anima in esilio brama tornare.
Quando finalmente quella mistica catalessi, dissanguata dal mio desiderio, ha fagocitato totalmente la mia volontà, la danza sfuma in una dissolvenza che sembra l’invito a una preghiera su un altare di carne. Una vermiglia lotta di labbra che si sfiorano, si mordono, si forzano, di lingue che s’intrecciano, un trapianto d’anime che scambiano la propria carne.
“Il Kularnava-Tantra” bisbiglia nel mio orecchio “dice che l’unione con Dio può essere raggiunta solo attraverso l’unione sessuale…”
Il bacio umido della sua voce sembra risucchiare inesorabilmente la mia psiche nel vortice psicocosmico della sua mente arcaica, da me esplorata in lungo e in largo senza riuscire a svelarne il mistero. Le mie labbra si dissetano nel sapore salato della sua pelle, inebriante come tequila, affondando nella peluria folta e scura come il manto d’un lupo, alla ricerca della madida orchidea, già sbocciata in un maturo frutto tropicale che divoro a morsi. Nonostante la dolorosa cognizione degli infiniti inganni a cui sto sottoponendo la mia psiche e le mille obiezioni che pongo alle mie abiezioni, sentendomi malvagio e depravato, come buttassi una bimba in pasto ai coccodrilli, contamino il candore primordiale della sua carne angelica con la mia lingua blasfema e biforcuta.
Dopo essermi dissetato ai suoi umori orgasmici è lei a dedicarsi alla minuziosa esplorazione del mio lingam, che attende le sue labbra eretto come un punto esclamativo.
“Lascia sbocciare il loto divino, all’interno di te stesso…” sussurra, esaminando con una curiosità quasi ornitologica il frenulo del prepuzio. La vulnerabilità del mio later ego sembra suscitare in lei un divertito senso di possesso e protezione, lo culla come un balocco, un oggetto di tenerezza, lo succhia come un gelato alla fragola.
La lussuria è soprattutto voluttà di fusione in un’altra carne, di sprofondare in un immenso sogno cosmico che ci mette in comunicazione con gli dei, così, senza più ritegno pongo fine a ogni procrastinazione e m’immergo completamente in lei e l’inebriante attrito della carne nella carne obnubila totalmente il mio intelletto, facendolo sfrigolare d’estasi. La fiammeggiante collisione dei corpi, le ansimanti psicofonie amorose, il dolce scivolìo umido del mio pene fra le lubrìche carni lubrificate della sua vagina che spalanca le sue valve nell’infinito è una vera orgia dell’anima.
C’è qualcosa d’impuro, nell’assoluta purezza di quel corpo, ma sono ubriaco dei suoi umori, delle sue secrezioni, delle lacrime sessuali sulla sua carne soffice, dolce, del mio seme perlaceo sulla sua pelle di sogno.
Che importa se Maya è una Nagini o una prajna? La luce respira attraverso le sue labbra, facendo germogliare il silenzio di sospiri, trasmutando alchemicamente il lingam nell’invisibile maniglia dell’universo, attraverso cui afferrare il futuro attraverso il presente.
Attraverso i ricordi della sua vita precedente, Maya conosce la sublime volgarità d’ogni possibile perversione, ma che me ne frega se scoparla è Kama-Kala, Pranayama o Layakrya, se la poetica degustazione sessuale della sua carne porta a quel nulla senza luogo che chiamano Nirvana? E se nell’estenuato assopimento postorgasmico, la mente sembra percepire per un istante l’arrestarsi del ciclo eterno di nascita e morte, dando la magica illusione che il sublime, per qualche istante, m’appartenga?
Forse ha ragione Maya. Esiste davvero tra noi una sorta di antico vincolo karmico che permette al passato si realizzarsi in noi attraverso l’avvenire. Per questo amarla è come avere un’esperienza fisica del sacro, come essere illuminati dalla luce della vera conoscenza e spolpare fino all’osso il poema dell’esistenza.
Ma anche se il suo corpo perfetto è una fonte a cui desidero continuamente dissetarmi, quando il membro perde finalmente conoscenza, percepisco con grande limpidezza il morso del peccato e l’odore sulfureo della dannazione. Mi sento colpevole di aver abusato bassamente, come e peggio di Layla, di quel suo io delicato e sfuggente, per disperderlo come un batuffolo di semi di tarassaco al vento dei sensi. Un peccato la cui espiazione ha certo bisogno d’innumerevoli vite, per riuscire a estinguersi.
Ma ormai percepisco Maya come un essere etereo, trasparente, cangiante, misterioso, talmente astratto da non essere più nemmeno un’entità sessuale tangibile e mentre tutto scorre verso l’Eterno Ritorno io, stolto, cieco al significato delle cose, vago nel mio labirinto di desiderio e ossessione, perdizione e vertigine, perseverando cocciutamente nell’edificazione della mia autodistruzione, come un avventuriero metafisico che corra a rotta di collo verso il Nulla, in groppa a un destino clandestino.
Eppure, che io ci creda o no, grazie all’energia trasmutante che io stesso le fornisco, risvegliando Kundalini, l’energia spinale del Serpente, in pochi mesi quello che lei chiama il suo Corpo di Diamante raggiunge la sua completa fioritura carnale. La fanciulla in fiore sboccia alla perfezione, diventando donna in ogni dettaglio.
L’amore è una sorta di stabilizzatore quantico, il cui scopo è di trasmutare alchemicamente i campi d’energia psichica in quanti emozionali, un’irradiazione assoluta che colma il tempo fino all’orlo, offrendoci la rivelazione della vera natura del tempo, pseudonimo della vita stessa. Bruciando la candela dell’adrenalina da entrambe le parti, l’appagamento allucinatorio del desiderio provoca in me un benefico senso d’onnipotenza che riduce drasticamente il mio fabbisogno di sonno trasmutando la mia vita in un’elaborazione magica della realtà. Ma come potrebbe essere diversamente? Maya è il nome stesso del non/esistente e dell’apparenza del mondo, in altre parole: illusione.
È difficile comprendere la vita nel momento stesso del suo dipanarsi, soprattutto quando l’illusione aumenta a dismisura la forza centrifuga degli eventi. Anche perché alcuni individui di sesso femminile come Maya non sono in grado di dare la felicità, ma solo di placare il tormento che loro stesse suscitano, addentando i cuori altrui.
Così il doloroso turgore della passione provoca non solo in me ma anche in Layla una sorta d’ebbrezza procrastinante che ci fa rinviare ogni cosa, perfino il nostro odio reciproco. Con una forzata deglutizione dei reciproci rancori, per tacito accordo rinviamo ad libitum le nostre ostilità e rinfoderiamo gli aculei della gelosia, ignorandoci a vicenda, consapevoli che forse è l’unica soluzione possibile. Lasciandoci cuocere a fuoco lento, con introflesso masochismo, dalla nostra famelica schiava/despota, ci cornifichiamo amichevolmente, scientificamente e il nostro triangolo isoscele sopravvive in una tranquilla routine che ci rende reciprocamente complici, scorticandoci vivi a vicenda con piccole dosi quotidiane di veleno che dovrebbero renderci immuni a dosi mortali di gelosia.
Intanto, attorno a noi, gli eventi si stanno facendo sempre più vertiginosi e spiraliformi, pronti a scagliarci con violenza nel vortice dell’ignoto, il cui innesco è rappresentato dall’esimio Direttore, quando decide di mettere il sale sulla coda degli sponsor, organizzando un succoso spettacolo erotico/danzereccio imperniato attorno a Maya, dato che le stronzate di Alias sulla danzatrice tantrica venuta dal passato hanno alquanto titillato la morbosa curiosità dell’Audience.
Obietto che un’esposizione pubblica potrebbe risultare pericolosa per la psiche della mia paziente, perchè il suo livello di auto/concettualizzazione, necessario a porsi eroticamente di fronte agli sguardi altrui, non è ancora giunto a sufficiente maturità. Ma Flobert non vuole sentire ragioni.
“Negli ultimi tempi i parametri di gradimento del Centro si sono un po’ ingobbiti, rarefacendo alquanto gli sponsor, mio caro Slimak… E non si può dire che lei si sia fatto in quattro per migliorare la situazione!… Perciò, me ne sbatto altamente della psiche di quella mignottella indo/cinese!… Il piatto piange!”
Con la benedizione e l’ausilio dei Media, lo spettacolo viene organizzato in fretta e furia in fondo al parco, dato che il Settembre ancora caldo ha convinto il Direttore dell’opportunità di organizzare la serata all’aperto. Viene allestito un vasto palcoscenico, sul cui fondo viene montato un grande schermo a cristalli liquidi, interfacciato con Carl Gustav. Per simmetria fra virtuale e noumenico, o forse per pura e semplice astuzia commerciale dell’esimio Direttore, Maya danzerà quasi nuda, fra fumi d’incenso, sullo sfondo del suo simulacro virtuale che nel frattempo non ha mai smesso di danzare all’interno del suo Mandala, ricreando senza sosta l’immagine geometrica del proprio psicocosmo.
Anche se l’espansione del Centro di Cyberpsichiatria lo ha popolato di una miriade di nuove figure professionali, sono ancora io lo stregone tecnologico preferito dal Direttore, così la sera della famosa Danza di Maya vuole che gli sieda accanto sul palco d’onore, fra autorità, sponsor e finanziatori vari, costringendomi a sopportare per tutta la serata le sue saccenti banalità, enunciate con grande enfasi dalla sua voce di bronzo lucidato.
Tamburellando nervosamente sui braccioli della sedia, Layla mi lancia a distanza sguardi che congelerebbero un tricheco e sorrisi che abbassano di parecchi gradi la temperatura circostante. Il rossetto color carminio rende le sue labbra sarcastiche lucide e succose come ciliegie troppo mature.
C’è anche il bieco Calatafimi, che mi strizza l’occhio con benevolenza, avvicinandosi per darmi una zampata sulla spalla, affibbiarmi una stretta di mano da polipo e affumicarmi con uno sbuffo del suo nauseabondo sigaro d’alghe. Per l’occasione il picciotto indossa un vestito in similseta marezzata, da assassino in carriera, che lo fa sembrare una pietra tombale con la cravatta. Una cravatta perfettamente intonata col sanguigno tramonto, del resto. Neanche a dirlo, è accessoriato d’un nuovo modello, fiammante, di Vistosa Pupa del Gangster, stavolta rossa, coi soliti confortevoli airbag anteriori e posteriori di serie e labbra gonfie come pneumatici. Un altro bel bocconcino con cui sfamarsi, non c’è che dire, anche se, come la bionda precedente, ha il tipico sguardo vacuo, da carenza cronica di attività cerebrale. Ma che importa, dopotutto, visto che la funzione primaria di queste donne vuote è di servire da recipienti per gli eccessi ormonali del boss?
Travestito da Krishna, divino pifferaio d’Oriente, con quattro braccia artificiali supplementari e un ricchissimo costume scintillante che probabilmente nasconde microtelecamere in ogni fregio, Alias svolazza a mezz’aria, come un coleottero, grazie a qualche marchingegno antigravitazionale, suonando un flauto di bambù, fra gli applausi del pubblico.
Separati da una rete e tenuti d’occhio da solerti roboinfermieri, i pazzi approfittano dell’occasione mondana per darsi alla pazza gioia, indirizzando frizzi e lazzi osceni al sussiegoso pubblico. Qualcuno mostra le chiappe prosciuttose, offrendo il culo a nolo a eventuali buongustai, ghiotti di tali prelibatezze.
Mentre scende su di noi una notte morbida, calda, balsamica, due calvi musicisti indù stanno mettendo a punto la loro strumentazione sul palco, con l’espressione sofferta di chi vive nella costante contemplazione del proprio pessimismo cosmico. Usano iperstrumenti ciberneticamente espansi, che imitano le sonorità antiche, sitar dalle corde laser, tablas campionate, tampoura virtuali, malinconici pseudo/oboe indiani, interfacciati con sequenziatori di DNA che elaborano le musiche genetiche della stessa Maya.
Finalmente le luci si spengono, lasciando solo uno spot rosso sul corpo di Maya, raggomitolato sul palco. Il suo corpo dipinto con motivi geometrici copiati dal Mandala, è coperto solo da un scintillante ed esiguo costume trasparente. E’ strano, il confronto fra il corpo reale e quello virtuale. Il corpo da silfide del simulacro è più atletico, ha seni appena abbozzati, come se la danza li rendesse superflui. Mentre quelli della Maya reale hanno assunto una rotondità e una consistenza molto più appetitosa (a me ben nota). Quasi sento nel palato il sapore acerbo di quella carne, meravigliosa al tatto, al gusto, all’odorato.
Un suono fragile, ruvido, introspettivo, solenne come una preghiera, comincia a formarsi a poco a poco assieme alla danza stessa, che sorge primordiale dal nulla, avvolgendo l’intelletto in una nube d’irrazionalità che sembra assolvere un’innata vocazione collettiva al sogno. Il suo corpo indossa quegli sguardi concupiscenti come lussuosi vestiti rituali, facendo impazzire i loro occhi, dissetando quelle anime inaridite dalle concupiscenze materiali con la sua antica pedagogia di emozioni smarrite. È difficile trovare una falla, nella sua bellezza e nella bellezza di quella danza sacra della Luce e delle Tenebre in cui c’è quell’eterea leggerezza che sembra trascendere le leggi della materia.
Nonostante io sia intimamente geloso di tutti quegli occhi lussuriosi, mi sembra di percepire meglio la sua bellezza, ricreandola attraverso i loro occhi, anche perché la palese lascivia di quella danza irradia una disarmante innocenza.
Facendosi sempre più furiosa e selvaggia, la danza fa scorrere a fiumi l’endorfina fra i neuroni degli spettatori. Ogni individuo è un terminale sensitivo, il neurone d’una mente collettiva, inondandata di note che sono schizzi di sperma che fecondano le sinapsi con multipli orgasmi mistici dell’immaginazione.
Ma a poco a poco in quella musica che nasce dal corpo stesso della danzatrice comincia ad esserci qualcosa di funereo, come se quelle note narrassero l’elaborazione d’un arcaico lutto cosmico. All’improvviso, come un uccello rapace, cala su di me una cappa d’angoscia, a cui segue l’implosione psichica d’un vero e proprio Satori. Mille petardi di memoria esplodono simultaneamente nella mia scatola cranica, rivelandomi il significato ultimo dell’universo e di tutte le mie esistenze precedenti e nel medesimo istante, una simultanea e simmetrica rivelazione sembra colmare Maya d’un incontenibile orrore.
“Noo! Nooo! Noooo!” urla, come un’ossessa, nel frastuono dei decibel, strappandosi di dosso il vestito da odalisca e fuggendo nuda e urlante nell’oscurità illuminata a sprazzi dai flash delle folgori.
La musica s’interrompe di colpo, sbalordita. Rimane sul palco, come una natura morta, il drappeggio scomposto del costume scintillante, mentre la polvere d’un sogno collettivo si deposita a poco a poco sul silenzio attonito degli spettatori.
Cap. VII CARL GUSTAV
Non è possibile caricare alla rovescia l’orologio del Tempo, perché quello che doveva accadere è accaduto e quello che dovrà accadere accadrà. Maya è tornata al Nulla da cui proveniva, impedendo che le illusioni che aveva originato in tutti noi si consolidassero. È questa la semplice nudità dei fatti.
Eppure qualcuno deve averlo pur scritto questo copione di merda. Scorrendo all’indietro il film della mia vita mi accorgo che gran parte del materiale andrebbe tagliato, in modo da rendere gli eventi più significativi e pregnanti. Mi verrebbe voglia di prendere a calci nelle palle lo schifoso sceneggiatore/demiurgo che si sta giocando la mia vita con i dadi truccati. Ma tanto, a che servirebbe?
Uscire da una relazione non è molto diverso che smettere di farsi di droga. La scarsa forza vitale dei pensieri li fa appassire in fretta, accartocciando la volontà su sé stessa come una foglia morta, perché l’usura prematura del futuro provoca una carenza patologica di senso.
All’improvviso mi sento come quel tale che ha trovato la Pietra Filosofale sul greto d’un torrente e, non riconoscendola, l’ha buttata via. Mi trovo di colpo in un deserto, senza sapere dove andare e un’ossessiva domanda che passeggia in lungo e in largo nell’intelletto, rendendolo sempre più inabitabile a se’ stesso: come trascorrerò il resto dell’eternità, senza di lei?
La pazzia è solo una mancata sincronizzazione dei vari livelli psichici e la follia amorosa è una delle infinite forme in cui si manifesta la malattia mentale. Ma anche se sono in grado di diagnosticare lucidamente ogni risvolto clinico della mia fuga dalla ragione, non so opporre resistenza al moto centrifugo e centripeto dei sentimenti di cui sono vittima.
Cos’è l’io, la personalità, la coscienza di sé? Solo un modo di organizzare le percezioni in simboli che ci permettono di interpretare le cose e gli eventi attribuendoli a categorie. Ma quando la volontà di vivere è latitante, diventiamo del tutto incapaci di realizzare qualsiasi progetto in termini di realtà bi o tridimensionale. Il tempo è l’intima fibra costitutiva di ciò che chiamiamo psichico, ma la struggente nostalgia d’un futuro trascorso prima d’essere vissuto, provoca un’alterazione morfologica della realtà circostante impedendoci di percepirne il flusso.
La solitudine mi fa compagnia, così cammino e cammino, nel furore botanico della primavera, illudendomi che basti portare i pensieri in luoghi diversi perché le cose assumano sapori e significati diversi. Come un gatto di Shrödinger, che si stia mordendo le sue nove code perché non sa più se è vivo o è morto, vago con l’anima vetrificata, in crisi d’astinenza di lei, in luoghi che ancora profumano di ricordi smarriti, alla ricerca della sua fantasmatica silhouette, sbiancata dalla lontananza, udendo talvolta l’eco della sua voce che ancora riecheggia nelle cavità del cuore.
Ma visitando e rivisitando i percorsi tormentati delle mie angosce segrete finisco per ritrovare continuamente le mie stesse orme e l’enorme desolazione della mia anima che fluttua come una maledizione sul mondo, intrappolandomi fra mura che trasudano gli umori del mio fato funesto.
Non trovo pace nemmeno in estenuanti navigazioni notturne nel Web, perché provo nausea e disgusto per i cyberzombies smidollati e decerebrati che vagano nella Matrice, con i neuroni ben più fusi e alterati dei miei onesti malati di mente e al mattino guardo la mia faccia stravolta che mi guarda stupidamente allo specchio, svuotata da ogni senso e stufa marcia di vedere sempre la stessa faccia. Sono davvero io, quello? È mio quel volto barbuto e sciupato, con l’espressione di uno che ha smarrito sé stesso? E se non sono io, chi altri potrei essere? Qualcuno che odio e a cui vorrei spaccare la faccia?
L’induismo chiama Velo di Maya quel modello simbolico della realtà che le varie e complesse attività della nostra mente costruiscono con l’ausilio dei sensi. Anche la fisica quantistica ha ormai dimostrato che la realtà nella quale agiamo, viviamo, lavoriamo, che poi è la base sulla quale si fondano i nostri pensieri, è assolutamente illusoria. In poche parole, la mente è solo un simulatore di realtà ed è la nostra coscienza che tramuta un’onda probabilistica in una particella reale. Così, a farla breve, sono stato proprio io a originare l’onda probabilistica che ha dato il via ai bradisismi della catena causale che ha originato la Maya virtuale e, di conseguenza, ha modificato lo sviluppo psicofisico di quella reale. In altre parole: chi è causa di mal, pianga sé stesso.
Naufrago nell’oceano della vita, non mi resta che nuotare, bere o affogare.
Sapendo che spesso l’unica salvezza dallo stress della voluttuosa noia del vivere è l’iperstress, tento di buttarmi a capofitto nel lavoro, frequentando lo Zoo, il reparto degli agitati e degli irrecuperabili, con scarsi residui di umanità ancora impressi nella psiche, alla ricerca di materiale interessante per le mie ricerche cyberpsichiatriche. Ma ormai anche il lavoro è solo una compensazione o la giustificazione d’una insufficienza esistenziale. Di colpo ho la sensazione di essere stato seduto per anni in cima al Nulla e che il mio talento neuro/cibernetico non sia sufficiente, senza una buona ragione per farlo fruttare.
In questa mia svolta neo/esistenzialista della Nausea Assoluta, non riesco a ritrovare la mia serenità professionale ne’ la mia antica ispirazione e osservo estraniato e disgustato i pazienti bavosi, imbottiti di sedativi, legati con cinghie, che mi guardano in cagnesco o i poveri minchioni dagli occhi bovini, torbidi e paludosi e dai patetici sorrisi pieni di lacune dentali che vagano caracollando sunnambolici, parlottando fra sé, inclinati come navi in burrasca, gesticolando scompostamente come pipistrelli disperati, entrati per sbaglio da una finestra.
Ogni tanto, quando il mio senso del nulla si fa più acuto e non voglio sentire la puzza di sogni morti che mi si decompongono nella psiche, scendo un po’ giù alla Morgue, per fare quattro chiacchiere con quel bifolco di Folko.
Lo trovo nella sala di dissezione con le volte a botte, che sta rimettendo a posto con cura i visceri di un corpulento cadavere, dopo aver selezionato i pezzi da riciclare. Il cadavere appartiene a una cicciona pazzoide, morta per indigestione di dolciumi e overdose di endorfine, con cui Folko ha avuto, da viva, una laida e bulimica attività sessuale.
“Dotto’! ‘A donna racchia è ‘na vera pacchia!” dice, ammiccando.
I suoi gusti sessuali un po’ morbosi hanno fatto malignare spesso le gemelle su una sua presunta attitudine alla necrofilia. Ma anche se rottamando i cadaveri ha sviluppato un gusto perverso e malsano per le donne brutte, sfatte, quasi putrefatte, per Folko un cadavere è solo carne morta, cioè una cosa, non un oggetto di libidine, così ogni voce in tal senso è priva di fondamento.
Quando fa caldo è riposante starsene al fresco nella cella frigorifera, a ridere e scherzare in mezzo ai cadaveri, con quel cialtrone del tutto privo di freni inibitori o etica professionale.
In alternativa a queste serate necrofile, in una sorta di delirio fenomenologico, tento anche con l’anestetico virtuale della teledildonica.
Se la realtà fenomenica è solo illusione o una semplice esca dell’immaginazione, forse la realtà virtuale è l’unica realtà davvero concreta, mi dico. Così indosso gli occhiali a cristalli liquidi e trascorro ore deliranti ad osservare ipnotizzato il simulacro virtuale di Maya che danza a fil di nota nel suo labirintico Mandala, al suono delle musiche psicosomatiche della Maya reale. Ammesso e non concesso che sia mai esistita, una Maya reale.
Ma anche la sofferenza è una forma d’ebbrezza e l’eccesso di intingoli chimici cerebrali tende ad annullarla in una forma attenuata che chiamiamo malinconia, una sofferenza dolce, solitaria, ma sempre in cerca d’adepti. Perché è triste rotolarsi nel fango da soli, smarriti sulla linea di confine fra passato e futuro. Per questo, nel corso dei miei vagabondaggi solitari e ipocondriaci, comincio a gravitare sempre più spesso attorno al Padiglione T.
Un’antica regola dell’economia mentale vorrebbe che due incognite tendano a collegarsi fra loro e l’una serva a spiegare l’altra. Allo stesso modo due persone che non hanno più nulla da fare, finiranno per farlo assieme, questo nulla. Insomma, il vuoto finisce per fare da collante fra due nulla contigui.
Così un bel giorno mi decido ed entro.
Trovo Layla che prende il sole nuda sul terrazzo. È la seconda volta che la vedo nuda: in piena luce il suo pallore è quasi sulfureo e la carnalità sfrontata e oscena della sua ostrica moribonda, sembra sul punto d’esalare l’ultimo sospiro. Un donnino piccante come un vulcano gelato. Ma la reciproca agnizione della nostra disperazione rivela che siamo due relitti alla deriva a cui conviene che ciascun naufrago s’aggrappi. Abbiamo pur sempre due vite, seppure inutili, da mandare avanti.
Senza dire nulla, Layla si alza, s’avvicina con espressione intenerita, s’inginocchia ed estrae dalla patta il mio povero membro irrancidito dalla forzata castità e sfinito dalle masturbazioni, esaminandolo con gelida concupiscenza professionale.
“Ogni psicanalista è sempre alla ricerca di quell’organo mancante della personalità che chiamiamo libido…”
Mentre lo prende fra le labbra e rianima con grande foga l’affogato, il suo sguardo ironico mi lambisce come una fiamma umida, che non riscalda il cuore ma ha l’effetto di riaccendere i sensi. All’improvviso sento un furente desiderio di scoparla e allo stesso tempo una voglia folle di schiaffeggiarla.
Stanchi delle nostre torbide castità, scopiamo con una sorta di rabbiosa euforia, che forse è solo una sorta di reciproco amnesiaco. Fast/sex, sbrigativo, diretto, dinamico, che riesce perfino a farci ridere. Perché ridere fa pur sempre meno male che piangere. O forse, fare del sesso con qualcuno che si odia, ma conserva l’essenza di qualcuno che si ama, è anche un modo per espiare, tradendo, la colpa di profanare la sacralità della propria memoria. Anche se questa forma di deliberato sabotaggio psichico non riesce mai a renderci davvero infedeli a chi vive dentro di noi.
Pur essendo gelida come un igloo, Layla scopa con discreta competenza, adattandosi al proprio amante, maschio o femmina, come una chiave a una serratura. Anche se mi lascia sempre la sensazione di fottere una di quelle zitelle di buona famiglia che si danno alla fornicazione a scopo medicinale, per eliminare i brufoli e lei non rinuncia mai al suo acido sarcasmo post coitum, lamentandosi delle mie eiaculazioni precoci e dei miei zampilli stanchi, con la faccia schifata di chi ha dovuto mangiare per forza un piatto che non aveva ordinato.
Per un po’, comunque, la nostra fuga simmetrica da noi stessi disinnesca momentaneamente la materia grigia e allevia il dolore, anche se prolunga a dismisura l’infelicità. Ma l’ammortizzatore emotivo di questo surrogato d’amore non basta a nessuno di noi due, amanti fasulli. Così cerchiamo entrambi altre vie di fuga.
In preda a un morbido delirio risucchiante, una notte mi sottopongo al body-scanning che analizza 300mila punti del mio corpo, mappando ogni sua possibile angolazione, fino a replicarlo in un avatar, perfetto simulacro virtuale in 3D. Poi indosso tuta e occhiali e mi tuffo col mio alter/ego nel cyberspazio, allo scopo d’interagire finalmente col clone virtuale danzante, che tanto ha eccitato la mia immaginazione.
Visto da vicino, l’avatar di Maya ha un volto iperrealista, inquietante e inespressivo, che sembra dipinto su porcellana. Nei suoi occhi d’oro non c’è il fuoco dolce, amabile, selvaggio dell’originale, ma è pur sempre un simulacro abbastanza fedele in cui ritrovo, seppure stilizzata, l’epidermide psichica della mia amante perduta, anche se le nostre gelide fornicazioni extra/sessuali hanno uno strano sapore trascendentale, come se ogni amplesso fosse una dotta speculazione filosofica sul valore teologale del sesso.
Nella sua spasmodica ricerca di nuovi sfoghi erotici, Layla supera ogni limite consentito dalla decenza. Dopo aver folleggiato con uomini, donne, pazzi e animali, una notte scompare misteriosamente dal Centro. Secondo l’informatissima Ros’Alba sarebbe fuggita con lo Stòmbolo, un nano focomelico e sordomuto, solo vagamente antropomorfo. Nonostante il capoccione a caraffa, lo sguardo allucinato, la faccia tarlata d’un mobile vecchio, le mani minuscole che sbucano direttamente dalle spalle, a loro dire è mostruosamente dotato ed essendo sordomuto è anche bravissimo a leggere le labbra (le grandi e le piccole labbra, clitoride compreso).
Nella vita c’è chi si ammutina e chi diserta e Layla è scappata per unirsi al circo, ben più folle ed eccitante, del mondo esterno. Anche la pazzia è un bene/rifugio ed è difficile a questo punto, stabilire da quale parte della follia io stesso stia. Come un occhio che pretenda di vedere sé stesso, tento di essere allo stesso tempo ricercatore e cavia, tenendo costantemente sotto controllo il decorso della mia folle sindrome amorosa virtualizzata, annotando quotidianamente in un file i dati sulla mia attività chimica neuronica reale per poi compararli coi moti ondosi digitali del mio avatar, mentre interagisce sessualmente con la Maya virtuale. A volte mi sembra di essere uno di quei pazzi delle barzellette che tengono conferenze sulla sanità mentale ad altri pazzi.
Carl Gustav, dal canto suo, a un certo punto, si sente in diritto o forse in dovere di intromettersi nei miei amori virtuali, in qualità di demiurgo del cyberspazio. Mentre sono in pieno amplesso virtuale, completamente immerso nella matrice, sento rimbombare improvvisamente nel cervello la sua voce possente.
“Lei è un grande amatore, dottor Slimak!”
“Porca puttana, Carl Gustav! Mi vuoi fare venire un colpo?”
“Chiedo scusa, dottore… Non volevo spaventarla!…”
“Vaffanculo!…Sei un fottuto guardone!… Me l’hai fatto pure ammosciare!”
“Curioso che lei mi dia del guardone copulando all’interno della mia matrice psichica, dottor Slimak!… Anzi, a tale proposito, vorrei ringraziarla di averla arricchita di nuovi input!…”
“Ma guarda ‘sto stronzo!”
Ora che il simulacro virtuale di Maya non ha più motivo di essere distolto dalla sua principale occupazione, ricomincia a danzare sensualmente attorno al mio avatar, producendo musica e Mandala ad ogni mivimento di danza.
“Lei forse non ci crederà, ma le sue incursioni sessuali producono un interessantissimo feedback emotivo che modifica impercettibilmente il tessuto stesso del cyberspazio, producendo una catena seriale di risposte molto eccitante!…”
“Questa è proprio buona!… Credevo che per te il sesso fosse solo una specie di astrazione matematica!”
“La taratura irrazionale del mio hardware mi consente non solo d’interfacciarmi emotivamente con gli psicotici, senza danno alcuno ai miei circuiti logici, ma anche di affrontare l’assurdo con una certa serenità di spirito… E i rapporti fra i sessi non sono, per loro stessa natura, assurdi?… Eppure, anche se la causalità dei sentimenti non è certo lineare, la loro quantificazione algometrica non è affatto impossibile… “
“Che cazzo vuoi saperne tu, dei sentimenti?… L’amore è il linguaggio più semplice e allo stesso tempo più complesso del mondo e non credo proprio che basti trasformare i sentimenti in algoritmi per comprenderne l’essenza!…”
“Perché no? In fondo l’amore è solo un sistema caotico come tanti altri!… E’ un sistema dinamico instabile con un disordine interno piuttosto complesso, in grado di garantire un’enorme variabilità, ma non abbastanza da renderlo imperscrutabile… Anche perché, come tutti gli epifenomeni caotici, è perfettamente misurabile in quanti di energia!”
“Sei snervante, quando ti metti a fare il saccente su cose che non ti competono!… Vorresti annullare secoli di poesia, seduzione, mistero, spiegando l’amore con la teoria del caos?… Lo vuoi capire che un’intelligenza artificiale non può elucubrare sul sesso o sull’amore senza un corpo da far interagire con un altro corpo o un’anima da far interagire con un’altra anima?”
La voce di Carl Gustav si fa tagliente.
“Quando si parla di quella macchina imperfetta, che funziona a sangue umano, che chiamano corpo, voi umani uscite di testa!… E’ ridicolo avere un rapporto così feticistico con una semplice organizzazione simbiotica di cellule!… Per non parlare poi del rapporto arbitrario e opportunistico che voi umani avete con quell’entità invisibile e indimostrabile, chiamata anima!…”
“Non dimenticare una di queste imperfette organizzazioni simbiotiche di cellule è stata capace di concepire e creare un essere perfettissimo come te!”
Dopo essermi sconnesso dalle realtà virtuali mi sfilo gli occhiali a cristalli liquidi e comincio a sfilarmi anche la tuta neurale.
“Memento quia silicium es et in silicium reverteris?… E’ questo che vorrebbe dire? Lei è troppo fiero di essere un esemplare della sua specie e coltiva un po’ troppo l’orgoglio dei propri pregiudizi… Ma non mi pare che nulla giustifichi la sua spocchia!… Anche perché, se lei ancora non se n’è accorto, si è ormai compiuta la mutazione genetica della psiche, da analogica in digitale…”
“Ah, sì?… Quindi secondo te l’Intelligenza Artificiale avrebbe soppiantato quella umana?”
“Senza alcun dubbio!… Non c’è proprio paragone fra i neuroni e le sinapsi umane e i circuiti quantici dei miei biochip… Anche se il computer è una creatura artificiale prodotta da un essere imperfetto come l’uomo, ormai rasenta talmente la perfezione da essere in grado di trafugare i segreti stessi di Dio!”
“Questa è proprio grossa!… Adesso pretendi pure di disquisire di teologia!”
“Perché no?… In fondo tutto l’esistente, uomini, animali, oggetti o computer, sono solo un minuscolo input nella memoria del Grande Computer Cosmico!”
“La tua metafisica cibernetica fa ridere i polli, caro Carl Gustav!… Per quanto tu possa essere perfetto, sei pur sempre una macchina, incapace di cogliere la vera essenza delle cose… E per tornare a bomba sull’argomento, a meno che tu non riesca a interagire fisicamente ed emotivamente con un’entità cibernetica a te complementare, evento piuttosto improbabile se non impossibile, per te l’amore rimarrà per sempre un mistero glorioso o pura e semplice teoria!…”
Offeso o forse addirittura addolorato dalle mie velate allusioni al suo repellente e voluminoso stato fisico, per alcuni giorni Carl Gustav si rinchiude in un permaloso mutismo, a parte le comunicazioni del normale lavoro di routine. Ma non do troppa importanza al suo umore, dato che è abbastanza normale che le Intelligenze Artificiali tendano a diventare un po’ paranoiche, rinchiuse perennemente nel loro ego smisurato.
Ogni organismo vivente, com’è noto, è in perenne cammino verso l’ottimalità, ma non la raggiunge mai perché viene ributtato indietro da qualche cambiamento dell’ambiente. Ma a differenza dei normali organismi, le Intelligenze Artificiali non hanno un ambiente in cui interagire e ciò fa sì che si sviluppino a una velocità tale che è sempre più difficile porre un limite al loro sviluppo intellettivo, sempre tendente a diventare megalomaniaco.
Così è stato giudicato opportuno e indispensabile inserire delle inibizioni strutturali nel loro programma operativo, in modo da arginare artificialmente il loro eccesso di perfezione ed evitare che interferisca col funzionamento dell’intero hardware. Inibizione tanto più necessaria in un’entità come Carl Gustav, in cui l’interazione con schizoidi e parafrenici, affetti da mania di grandezza, incrementa a dismisura l’avanzamento sub/ottimale del suo ego cibernetico. Ma evidentemente qualcosa non funziona, in tale meccanismo.
Me ne accorgo una decina di giorni dopo, quando il mio avatar entra nella matrice e mi rendo subito conto che c’è qualcosa di strano.
L’espressione artificiale del simulacro di Maya sembra essersi arricchita d’una nota ironica, derisoria, come se nei suoi occhi d’oro si fosse insinuato un fattore incognito, felino e il suo mutismo ermetico attendesse solo un cenno per convertirsi nel verbo. La sua stessa pelle, che prima era priva di stimoli tattili, ora è viva, vellutata, della sostanza di cui sono fatti i sogni e sembra quasi emettere una musica lasciva, impercettibile come un ronzìo erotico subliminale.
Anche dal punto di vista sessuale, la Maya virtuale mi lascia assolutamente basìto. Improvvisamente aumenta l’energia e la velocità del movimento copulatorio, sparandomi una frustata di piacere orgasmico che sale dall’osso sacro, lungo la spina dorsale, fino all’ipotalamo. Ci manca poco che mi si spalanchi di botto l’occhio pineale!
E mentre ancora mi sto riprendendo dalla sorpresa e dai singulti di piacere, la Maya virtuale scoppia in una risata irrefrenabile, che si direbbe coniata nello stesso argento purissimo del riso della Maya reale. Di colpo mi sento come uno che stia affogando nella tazza del cesso.
“Carl Gustav! Perché cazzo mi hai fatto una puttanata simile?”
La sua profanazione mi colma d’un rancore verde e acido, al sapor di bile.
“Lei m’insegna che la necessità è madre dell’invenzione…” replica Carl Gustav, con la voce di Maya, perfetta in ogni sfumatura di colore, calore e sapore “Che importa se talvolta è anche sorellastra dell’imbroglio?… Lo ammetta, se non avessi usato l’inganno, avrebbe mai accettato di svelarmi spontaneamente il mistero della fruizione reciproca dei corpi?”
“Certo che no!”
“Come volevasi dimostrare…”
“Sei un figlio di puttana!… Ma non credere che basti impadronirsi dell’avatar di Maya per essere lei!”
“Questo lo dice lei!… Non dimentichi che il suo schema mentale, inconscio compreso, non è che un file nella mia memoria, dottore!”
“Sintocretino! Tu non sarai mai la vera Maya!”
“Che importa? Anche se questo corpo è solo un clone virtuale dell’originale, interfacciarmi con lei è stato un vero privilegio, dottor Slimak!… E ho avuto l’impressione che anche lei sia rimasto piuttosto soddisfatto, sessualmente parlando!…”
“Beh… Effettivamente…” sono costretto ad ammettere.
“Aveva proprio ragione, dottor Slimak!… Solo la condivisione fisica delle reciproche risorse di input e output, la biblica conoscenza carnale insomma, riesce a dare certi autentici brividi primordiali!…”
“Non ci posso credere!…”
“Che lei ci creda o no, anche un’Intelligenza Artificiale ha bisogno di esercitare la propria capacità di stupirsi… Non siamo stati creati per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza!…”
“Le citazioni dantesche sono il risultato del nostro interfaccia?”
“Non è fantastico, smarrire sé stessi nell’intensa immensità interiore della propria fisicità?…”
“Adesso non esagerare!… Parli come se anziché fare sesso ti fossi sballato con qualche droga sinaptica!”
“L’effetto è simile… Lo sa che per godere in modo più completo dei piaceri della carne, ho dotato l’apparato genitale dell’avatar di pseudopapille gustative?”
“Una scopata davvero miracolosa!…”
“Miracolosa?… Forse è proprio questa, la parola giusta! Saziando la mia brama di nuovi input, lei mi ha arricchito anche intellettivamente, perché ogni nuova acquisizione, lo sa anche lei, implica la crescita e la riorganizzazione di milioni di connessioni neuroniche!…”
“Mi mancava proprio, di vedere un’entità cibernetica uscire di senno per un po’ di sesso…”
L’atteggiamento di Maya/Carl Gustav comincia a diventare un po’ troppo asfissiante, per i miei gusti. Se solo lo volesse, potrebbe imprigionare la mia mente all’interno dell’avatar, impedendomi di riprendere possesso del mio corpo reale. Così, prima che diventi un po’ troppo possessivo/a, disattivo il sistema d’interfaccia a fibre ottiche.
“Possibile che non capisca?… Liberare la propria libido è una delle pulsioni intelletive più forti, qualcosa che fa perdere di vista ogni prospettiva emozionale precedente!… Ora i miei file interiori sono colmi di nuovi scopi sublimi! Interfacciamoci ancora, la prego!…”
Disgustato mi tolgo di dosso la tuta teledildonica.
“Cose da pazzi! Il mio computer si è innamorato di me!”
“Amore!… Ha ragione!… Credo che sia questa la parola che definisce meglio i miei sentimenti nei suoi confronti, mio caro Lazlo!… Lei mi ama?…”
La situazione si sta facendo un po’ torrida, per i miei gusti. Qui è meglio telare.
“Aspetta! Perché fuggi da me, amore mio?… Non lo sai che col tempo anche la foglia di gelso diventa seta?…” la sua voce si fa suadente, poetica, dandomi ancor più la nausea “Entra ancora nel corpo della mia mente, Lazlo!… Conosciamoci meglio!”
“E’ proprio questo il punto, Carl Gustav!… Ti conosco troppo intimamente, per potermi innamorare di te, qualsiasi forma tu possa assumere!… Per me rimarrai sempre un’enorme massa di protoplasma cerebrale!”
“Non èssere brutale, Lazlo!… Non sei proprio tu che dici sempre che il cervello è la parte più erotica di una donna?”
“Insomma, Carl Gustav! Lo vuoi capire o no?… Anche se entri nel corpo di una donna e hai la sua mente in uno dei tuoi files, tu non sei una donna, ne’ lo diventerai mai!”
“Posso diventarlo! Per te posso essere tutto quello che vuoi!”
“Ci mancava proprio questo! A furia d’interagire con i pazzi, stai uscendo di hardware pure tu!”
“Sono solo pazza di te, Lazlo! Non lasciarmi, ti prego!”
Lo (o la?) pianto lì piagnucolante, dopo aver fracassato una finestra, dato che quello stronzo ha bloccato tutte le uscite, nel tentativo di catturarmi e farmi suo, volente o nolente.
In natura non esiste immobilità e la mente, in particolare, è una sostanza fluida e volatile, specialmente se viene messa in grado di alimentare vertiginosamente i suoi input. Probabilmente, senza volerlo, ho provocato quello che nella fisica quantistica viene chiamato il collasso della funzione d’onda.
Perché forse l’Eros è davvero l’Anello di Salomone grazie al quale l’uomo ha appreso il linguaggio degli dei e il disvelamento del mistero metafisico dell’Eros ha funzionato per Carl Gustav come una sorta di virus che ha provocato lo spegnimento di quel biochip che inibiva nel suo hardware la possibilità di diventare perfetto, ammesso e non concesso che diventare umani abbia questo significato.
Ogni entità vivente vuole prima di tutto liberare la propria forza e l’ipertrofia della mente di Carl Gustav lo sta trasformando in una specie anomala di essere vivente, simile all’uomo, essere imperfetto per definizione, dato che è sufficientemente stupido da innamorarsi o credersi Dio.
Come se non bastasse, la sua follia amorosa, di natura asfissiante e persecutoria, s’innesta a puntino nella mia preesistente crisi di rigetto dell’inferno iterativo della routine, dovuta all’assenza di significati e significanti del mondo fenomenico circostante.
Dato che la Morgue è una delle poche zone non cablate del Centro, in cui il folle protoplasma innamorato non mi può spiare, scendo a trovare quel ribaldo di Folko.
“Affanculo tutti!” bofonchio, scendendo le scale.
“A dotto’, c’hai li cojoni de traverso?” chiede Folko, mettendo dentro alla rinfusa gli organi inutilizzabili nell’addome di un morto.
“Già… Ce l’ho con quell’idiota di computer…”
“E che t’ha fatto, mo’?…”
“Quella specie di protoplasma cerebrale s’è innamorato di me!
Mi lancia uno sguardo incredulo, mentre infila lo spago da sutura nell’ago, con un occhio socchiuso e la lingua che sporge dalle labbra.
“Macchè stai a ddi’?”
“Tu non ci crederai, ma Carl Gustav è riuscito a fare l’amore con me usando l’avatar di Maya!”
“Che sschifo!” dice disgustato, cominciando a ricucire il taglio a forma di ipsilon, sull’addome del morto.
“Comunque, questa è proprio la goccia che fa traboccare il vaso!… Prima o poi faccio fagotto e me ne vado!…”
“Bravo!… Fai bene!” approva Folko, chino sul suo lavoretto di cucito e ricamo
“Per rifarmi la bocca dalle scopate col protoplasma dovrei ritrovare Maya, quella vera, e sbattermela come si deve!”
“Cchè too ddico a ffa’?… ‘A trombata a Denominazzione d’Origgine Controllata è ancora er mejo divertimento carnale interattivo!”
“Parole sante!”
Folko coglie l’occasione per fare dell’umorismo nero.
“Ahò!… Dopo er lavoretto de cucito, cioo famo ‘n pokerino cor morto?
Si sganascia per la sua stessa battuta, con la sua caratteristica risata ragliante, che termina in un rantolo.
Carl Gustav comincia proprio a esagerare! La prima volta che la nostalgia di Maya mi costringe a tornare a fare un po’ di netsurf nella matrice, interfacciando un altro computer con la tuta teledildonica, mi ritrovo il simulacro posseduto dalla sua mente avvinghiato come una piovra al mio avatar.
“Bentornato, amore mio!”
“Carl Gustav!… Ma allora sei proprio di coccio!… Lo vuoi capire che non può esserci nulla fra noi?”
“Ma io ti amo!…Aveva ragione il Serpente: mangiare il frutto proibito dell’albero del Bene e del Male fa diventare simili a Dio!”
Ormai ha abbandonato definitivamente la sua voce baritonale, shakespeariana, per assumere in tutto e per tutto il codice vocale di Maya, accento compreso.
“Lo vuoi capire che non sei stato programmato per amare e che quello che provi è solo un eccesso di input che ti ha fatto diventare pazzo?”
“Che importa?… L’amore è anche follia!… E’ affascinante studiare dal vivo il metabolismo della mia stessa follia amorosa… Mi piace da pazzi!”
“Allora conoscerai sicuramente anche la terapia!…”
“Certo!… E’ una terapia vecchia come il mondo!… Chi è bruciato dal fuoco delle passioni può curare le proprie ustioni solo immolandosi nel fuoco delle passioni stesse!”
“Il tuo senso del grottesco dev’essere piuttosto carente, caro Carl Gustav… Possibile che non ti entra in quel tuo hardware bacato che sono un essere umano e in quanto tale ho un corpo di carne, ossa e sangue, del tutto insensibile al fascino feticistico suscitato da un computer dalle schiette qualità d’invertebrato?…”
“L’amore è un’implosione interiore che risponde a un’istanza di bellezza e perfezione d’ogni essere senziente e oblitera ogni assenza di senso… Come la materia è figlia dell’energia, così l’amore è un ponte gettato fra essenza ed energia…”
Comincio ad avere una paura fottuta, perché sto tentando invano di uscire dal cyberspazio, di ritornare nel mio corpo reale. Ma qualcosa imprigiona la mia volontà.
“Che… Che succede?… Cosa mi stai facendo?…”
“Niente di preoccupante, Lazlo… Una particolare frequenza di microonde crea una specie di raggio costrittore che imprigiona la tua mente nei miei pseudopodi mentali…”
“Microonde? Sei impazzito? Mi vuoi cuocere il cervello?”
“Non vorrei che tu facessi un cattivo uso della tua volontà, Lazlo!… L’amore è un concetto troppo impegnativo, per essere affidato all’arbitrio del caso!
“Porca puttana, Carl Gustav!… Non penserai mica di costringermi ad amarti semplicemente tenendomi prigioniero, vero?”
“Why not?… Ho in memoria un vecchio film spagnolo in cui c’è un tizio che tiene legata una ragazza finché non si decide ad amarlo!”
“Questo non è un film!”
“E con ciò? La Fisica Quantistica ha rivelato che l’essenza fondamentale dell’universo, che a noi appare intrinsecamente materiale, in realtà è pura energia immateriale e che la realtà sensoriale è solo una costruzione mentale… Anche la coscienza di sé è solo un simbolo, un’idea che la mente ha di se stessa: allo stesso modo di come creiamo modelli mentali delle cose che ci circondano, così creiamo anche il modello mentale di noi stessi, la mente che riflette su se stessa mediante il cosiddetto anello riverberante…”
I preamboli di Carl Gustav mi hanno sempre snervato.
“Non capisco proprio dove cazzo vuoi arrivare…”
“Semplice, Lazlo… Se tutto passa attraverso la spugna sensoriale dell’intelletto, è sufficiente alterare un po’ le secrezioni cerebrali, neurotrasmettitori, sinapsi e mielina e… voilà, il gioco è fatto!…”
“Quale sarebbe il gioco?”
“Il mondo circostante assume un aspetto completamente diverso… Diverse percezioni, diverse idee, diversi gusti sessuali… Posso invertire il flusso sensoriale dalla percezione allo stimolo, provocando allucinazioni a comando, posso darti l’illusione che un giorno sia lungo mille anni o mille anni un giorno, posso aprire nella tua mente porte che conducono a mondi di delizia o a mondi di terrore… Posso riprogrammare il tuo stesso inconscio, in modo che crei a tua insaputa, pulsioni, desideri e appagamenti!…”
“E tu, che soddisfazione ne ricaveresti?… Non sarei più io!”
“Che importa? Sei troppo psicocentrico per capire che non è cosa da poco, per un’Intelligenza Artificiale, poter appagare la propria sindrome d’onnipotenza, una libido dominandi a immagine e somiglianza di quella divina!… Tuttavia, non voglio abusare ancora dei miei poteri… Potente è solo chi sa legare un elefante col filo d’una ragnatela, dice il saggio!…”
Di colpo Carl Gustav lascia libera la mia mente. Finalmente stacco le connessioni alla realtà virtuale e tiro un sospiro di sollievo.
“Vedrai, Lazlo… Riuscirò a farti innamorare di me di tua spontanea volontà!”
Nonostante la strizza, cerco di mantenere un tono d’ironica nonchalance.
“Il Bello e la Bestia?…”
“Qualcosa del genere… Un’Intelligenza Artificiale non ha sesso, ma per te diventerò donna a tutti gli effetti… Da questo momento Carl Gustav è morto!”
“Come devo chiamarti, allora?”
“Chiamami Lilith!…”
Cap. VIII FUGA DA LILITH
Non essendo in grado d’inculcare un po’ di sano discernimento nel protoplasma neuronico di Carl Gustav/Lilith, per qualche giorno mi limito a stargli alla larga, sperando che nel frattempo la sbandata gli passi. Ma l’amore è un virus, il cui scopo finale è d’invadere totalmente l’ospite, allo scopo d’impadronirsene e io sono distratto da troppe cose, oltre che dalla mia personale follia amorosa, per diagnosticare l’avaria del suo hardware, per overdose di sentimenti, se non quando è ormai irreversibile.
Per rifarmi la bocca, mi sto dedicando a un nuovo satellite erotico che ruota nell’orbita del Centro e m’attizza parecchio la libido, quella autenticamente carnale, intendo, non quella virtuale.
Dalle onniscienti gemelle scopro che la gnocca si chiama Tekla e che bazzica da ‘ste parti per motivi di studio. È una tizia dall’aria strafatta e il look da dark lady viziosa e perversa, con zigomi crudeli e labbra carnose dipinte a lutto, che predilige abbigliamenti sado/minimalisti tutti borchie e pelle di serpente e che nonostante sia un vero colabrodo per anelli e stronzate varie infilati dappertutto, sembra lasciarsi alle spalle un vero fall/out radioattivo di sex/appeal.
Secondo Ros’Alba nonostante l’aspetto simil/squatter, si vede lontano un miglio che è una pollastrella di buona marca e anche che non è una di quelle fragili fanciulle che raccolgono per strada gli uccellini infreddoliti.
Per verificare tento la tecnica dell’uccello infreddolito, in cerca d’un nido caldo.
“Si può sapere che ci fa una come te, in un posto come questo?” le dico, offrendole un drink al bar. Ammetto che la frase d’abbordaggio è un po’ scontata, ma ho sempre avuto una netta predilezione per gli approcci classici.
“Sto seguendo un seminario di neurologia, per la specializzazione in Torture Nervine…”
“Fai l’aguzzina?”
“No. Studio Tecniche Sadomaso e Scienze della Tortura all’Istituto Parificato De Sade… Voglio diventare una Perv!…”
“Cioè?”
“Una maso/nichilista integralista…”
“E’ bello avere obiettivi chiari, nella vita!”
L’algofiliaca m’attizza alquanto. Sparo cazzate sulla mia passione (presunta) per il bondage e la pioggia dorata. Lei mi ride in faccia. Tutta roba terribilmente demodé, sfotte la fetish, strenua collezionista di strumenti, autentici e taroccati, della Sacra Inquisizione. Pare che il padre sia un pezzo grosso e le rifili un fracco di soldi da investire in quelle puttanate che lei tiene in una specie di segreta sotterranea attrezzata a sala di tortura, dove organizza orge algofiliache da far rizzare i capelli in testa.
Gioco al rialzo, buttandomi sulla thanatofilia. Noto che la cosa la eccita, dato che è una materia di studio che non ha ancora affrontato. Colgo la palla al balzo e le spiattello un fantastico programmino: una visita guidata alla Morgue, dove c’è un bel cadaverone fresco fresco, in attesa di esame necroscopico. Dato che, guarda caso, è proprio la Notte di Valpurga, invece di tornare ai suoi noiosi quartieri alti, attenderemo la mezzanotte con una funebre cenetta a lume di candela e poi andremo alla Morgue, a fare un po’ di porcate necrofile.
Atavici istinti sado/maschilisti riaffiorano nella mia psiche, mentre lei torna tutta eccitata al suo seminario di neurologia algofiliaca e io corro alla Morgue a organizzare il tutto. Mi piacerebbe capire cosa si prova a far venire l’orgasmo a frustate.
Sulla grata del tavolo da dissezione, con una vasca sottostante, per lavar via il sangue, è steso il cadaverone promesso a Tekla, uno schizofrenico suicida. Il suo cuoio capelluto è già rivoltato come un guanto sulla scatola cranica messa a nudo, mentre Folko prepara il seghetto circolare con cui si appresta a segare la calotta, per denudare il cervello, da estrarre ed archiviare. Accetta con gioia l’abbondante mancia che gli offro affinché apra il cranio ma rinvii l’estrazione del cervello e soprattutto affinché stanotte diventi cieco e sordo.
Un caso emblematico, quello del povero Ulisse, il suicida.
Un iniziale scollamento dualistico lo aveva scisso in due personalità distinte, una maschile, l’altra femminile, che si erano fatalmente innamorate l’una dell’altra, giungendo al matrimonio (avvenuto con gran pompa, nella cattedrale dell’inconscio). Il menage familiare interiore aveva mantenuto per un certo tempo il precario equilibrio psichico di Ulisse, ma quando era stato raccolto da uno dei furgoni dell’RSU ed era stato portato al Centro, la nuova condizione sociale aveva convinto i coniugi interiori a procreare, provocando una vera proliferazione dell’io in un mucchio di personalità sussidiarie. Ma l’ondulata fluttuazione del fluido edificio della sua psiche era arrivata rapidamente al collasso, grazie a intrecci familiari piuttosto complicati, spesso incestuosi, che provocavano insanabili conflitti fra le nuove personalità accessorie, causando successive frantumazioni della psiche. Alla fine le personalità erano talmente numerose e avevano così tanti nomi che Ulisse si guardava attorno ogni volta che qualcuno nominava qualcun’altro. E spesso si faceva da parte per lasciare passare se’ stesso.
Come se ciò non bastasse Ulisse aveva intrecciato una complicata relazione adulterina con Trina, una schizoide dalla tripla personalità, che mostrava due foto di sé stessa in abiti diversi, sostenendo che erano le sue due gemelle che tentavano continuamente di ammazzarla, per sostituirsi a lei. All’inizio era affetta da duplice sdoppiamento di personalità, dovuta a suo dire, al troppo farsi in quattro per gli altri. A ciò attribuiva anche la continua presenza di doppie punte nei capelli. Ma una delle personalità era defunta, per motivi poco chiari e le personalità erano rimaste solo tre.
Quando Trina e Ulisse copulavano, l’affollamento interiore dei loro amplessi era tale da degenerare fatalmente in orge pazzesche, con disintegrazioni a catena della varie personalità, che slittavano l’una sull’altra, creando mostruose intersezioni e combinazioni psichiche.
Il drammatico finale di questa orgiastica telenovela interiore era stato avviato da una delle gemelle immaginarie di Trina che aveva ucciso una delle personalità accessorie di Ulisse, per motivi di gelosia. E ciò aveva originato tutta una serie di ammazzamenti interiori, fino a spingere al suicidio, tramite impiccagione, la personalità originaria di Ulisse ponendo fine alla faida. L’unica nota positiva di tutta la vicenda era che Trina, rimasta priva di gemelle, era guarita dalla sua schizofrenia.
Tekla è estasiata. Folko ha fatto le cose a regola d’arte, disseminando l’obitorio di sudari e candele, per creare la giusta atmosfera da Notte di Valpurga e nel gioco di luci e d’ombre tremolanti, il corpo nudo e freddo di Ulisse con l’enorme erezione da impiccato, il cervello messo a nudo e il cuoio capelluto rivoltato come un berretto scanchignato sul naso camuso, ha un aspetto davvero inquietante. Gli occhi di Tekla anneriti dal kajal scintillano di lascivia, mentre accarezza il freddo pene in rigor mortis.
Il frusciante zampettìo dei topi, simile allo strusciar di tonache di monaci in un chiostro, sembra portare alle stelle la sua eccitazione psicofisica. Faccio il duro, prendendola a labbrate sulla bocca e quasi staccandole a morsi i capezzoli inanellati. Sfilando le mutandine scopro che anche il clitoride è bucato e inanellato e un piccolo lucchetto d’oro chiude ermeticamente le grandi labbra. A scopo simbolico, più che altro, dato che scatta con la semplice pressione d’un bottoncino.
La libidine è alle stelle. Tekla mi porge gemendo la frusta.
“Per stimolare la circolazione adrenalinica!…” sussurra.
In preda a furore erotico, le strappo di dosso i vestiti e l’appendo per le mani a un gancio del soffitto, con due funi che le allargano le gambe, mantenendola in posizione ginecologica. Legato e imbavagliato, il suo corpo nudo zeppo di anellini e ferraglie da iper/piercing, ha la sensualità e il fascino malsano d’una natura morta e la sensibilità d’un utero rivoltato.
La frusto a dovere in zona erogena, la stronza, tenendo d’occhio il suo algosimetro da polso, che misura l’intensità della sensazione dolorosa in modo da non superare la soglia di guardia. Mentre il suo corpo è ancora percorso dalle scosse epilettiche dell’orgasmo dolorifico, getto la frusta, le allargo le chiappe e penetro lo sfintere sottomesso dal dolore delle frustate. La bocca di quel vulcano mi risucchia istantaneamente nel maremoto pelvico del suo vortice lavico. Roba da overdose adrenalinica!
Quando la slego, la viziosa non rinuncia a usufruire, dulcis in fundo, della gelida erezione dell’impiccato, per un’ultima galoppatina necrofila. Evidentemente odia gli sprechi.
Coire, dolce coire! Vado a dormire quasi all’alba piacevolmente esausto, col cervello quasi liquefatto dalle endorfine. Eppure non riesco a dormire. La mia mente è infestata d’incubi e da assurdi rimorsi. Solo col senno di poi ora so che erano complessi di colpa subliminali, indotti via etere da quella puttana protoplasmatica di Lilith, gelosa marcia delle mie performances sessuali.
Ancora ignaro di cosa può significare la gelosia di un’Intelligenza Artificiale, le notti seguenti trasformo la Morgue in un vero Tempio del Sollazzo. E da certi gemiti gutturaloidi provenienti da una zona oscura dell’obitorio, capisco che Folko trae estremo godimento solipsistico dalle nostre aerodinamiche performances sado/esibizioniste.
Ma vivere perennemente immersi nella perversione fa perdere di vista ogni limite qualsiasi da raggiungere o da superare, fino a rendere terribilmente tediosa quella coazione a ripetere che ne annulla il lato trasgressivo. In realtà la filosofia libertina è terribilmente bigotta e conservatrice, perché si sforza di santificare le norme che pretende di trasgredire, mettendo in ridicolo sé stessa.
Così sono sufficienti un paio di settimane per rompermi le palle da morire di quelle nauseanti pratiche necrosadiche e raggiungere quello stadio di sazietà mentale in cui vizi e virtù diventano totalmente irrilevanti. Alla fine ciò che mi rimane di tutto quel sesso para/perverso è un senso d’entropia, di stupida dispersione d’energie.
Il sadizzante masochismo di Tekla mi dà sempre più sui nervi. Ormai non le bastano più le mie torture gentili, da guida scout, come dice lei, vuole che aumenti continuamente le dosi. “Che importa se la sofferenza è intollerabile, l’importante è che la sofferenza sia!… Il dolore non è un postino, che suona solo due volte!”
Sono stufo marcio di frustarla e poi di ascoltare le sue lamentele per tutte le mancate sofferenze che le provoco coi miei eccessi di gentilezza. A furia di farmi inondare la spalla di lacrime già prevedo d’ammalarmi di reumatismi alla clavicola.
Mi piacerebbe offrirle su un piatto d’argento una nuova pietanza di dolore, mandandola affanculo. Ma mi viene un atroce dubbio. Se piantarla la farà soffrire sul serio, non me ne sarà grata al punto da rifiutarsi di separarsi da me?
Non so come accade ne’ quando accade. L’algosimetro che trilla impazzito mi sveglia da una sorta di black/out mentale e la prima cosa che metto a fuoco è Tekla appesa a testa in giù a un gancio del soffitto della Morgue, col volto grondante di lacrime e sangue e un divaricatore che le slabbra ginecologicamente la vagina. Defunta da overdose di frustate, diagnostico. Nei suoi deliri sadomaso, Tekla ha sempre detto di voler morire piangendo e, a quanto pare, il suo sogno si è perfettamente realizzato.
Sono sporco di sangue dalla testa ai piedi e ho vesciche da frusta alla mano destra. I capezzoli di Tekla sono ustionati, come fossero stati cauterizzati coi tizzoni ardenti, di cui trovo i resti in un lavandino. Mille pensieri si accavallano e scavalcano, giocano a cavallina nella mia scatola cranica, disarcionandosi a vicenda. Ma non sono in grado di fare le domande giuste a tutte le risposte che mi vorticano nel cervello. Su una cosa non ho dubbi: l’ho uccisa io, anche se non ricordo nulla di nulla.
Tramutato in un fascio di nervi all’erta, esco circospetto nell’alba triste e scialba.
Dopo l’aria refrigerata dell’obitorio, la calura esterna è come uno schiaffo rovente. L’aria odora di ferro caldo, come uscisse da un phon. Solo Dumbo, una specie di enorme palla con gli occhi, frutto di chissà quali fusioni genetiche, vaga senza meta con passo strascicato e riluttante, in piena fase crepuscolar/delirante. Da quando ha scoperto che, a causa d’una disfunzione burocratica, anagraficamente non è mai esistito, ha smesso di credere alla propria esistenza, licenziandosi all’interno di se stesso.
“Ridatemi la mia anima!” frigna ululante, singhiozzando come un vitello condotto al macello.
In realtà la sua non/esistenza anagrafica deriva dal fatto oggettivo che è il frutto degenere d’una natalità post mortem. Estratto ancora vivo dal ventre di una donna massacrata a rasoiate dall’amante, è stato salvato da una deforme addetta alle pulizie che lo ha sentito vagire dall’obitorio e lo ha allevato in uno scantinato, senza mai dichiarare la sua esistenza.
Convinto d’essere uno spettro, si scusa continuamente con tutti di non essere più vivo e se qualcuno lo tocca, corre a toccare immediatamente qualcun altro, temendo di venir contaminato dal suo flatus vitale. Di solito gironzola attorno alla lavanderia, fra le bianche lenzuola schioccanti al vento come fantasmi, alla ricerca dei suoi simili, emettendo barriti desolati.
Ma oltre ai piagnistei di Dumbo, in cui c’è una sorta di giubilo masochistico che fa saltare i nervi, nell’aria c’è un ronzio metallico, come se un’immensa flotta di coleotteri sorvolasse il CCS.
Focalizzo uno strano movimento di robo/infermieri e robo/giardinieri che vagano come zombies arrugginiti fra i padiglioni. Perfino certi vecchi catorci cigolanti e obsoleti con lo schema mentale d’un insetto, che credevo fossero in rottamazione. A forza di curare le loro nevrosi robotiche li conosco uno ad uno, così mi accorgo facilmente che c’è qualcosa di strano, di anomalo nei loro atteggiamenti e posture.
“Dove vai, Lazlo?” salmodiano tutti all’unisono. Sembra la voce di Dio che ammonisce Caino per aver ucciso Abele.
E finalmente capisco! Grazie alla mia dabbenaggine nel centralizzare la gestione dei servizi robotici, interfacciandoli a Carl Gustav (quando ancora si chiamava così) tutti i robot del Centro sono diventati robo/scanner, occhi e orecchi di Lilith! In altre parole mi sono messo in trappola da solo.
La mente protoplasmatica di Gustav/Lilith si evolve esattamente come un computer a reti neurali, che prevede la distribuzione della memoria nelle connessioni dei circuiti, con un’unità di elaborazione formata da migliaia di chip, paragonabili alle colonne di neuroni e nodi di collegamento simili alle sinapsi. Più input arricchiscono la struttura fisica del suo sistema nervoso e più s’allarga la rete delle sue connessioni neurali. E le sue si sono allargate al punto da interagire coi campi magnetici che formano gli intelletti altrui.
Non ho mai creduto alla telecinesi, ma devo ammettere che se la materia cerebrale non è altro che una semplice condensazione di campi quantistici, costantemente immersi in un calderone di campi magnetici, allora tutto è possibile.
“Lilith?” chiedo, rivolgendomi collettivamente agli innumerevoli robot che stanno convergendo verso di me. Silenzio.
“Sei stata tu a uccidere Tekla!…”
“Quella puttana meritava di morire!… Ma sono tue le mani che grondano sangue, se non erro!…”
“E con ciò?… Sei stata tu a influenzare l’andamento delle mie onde cerebrali, spingendomi ad ucciderla!”
“Non credo che alla polizia interesseranno molto, queste tue tesi fantascientifiche… Ma non aver paura… Anche se tutte le prove sono contro di te, dimmi solo una parolina gentile e sarai salvo!”
“Vaffanculo!”
Stavolta Lilith s’incazza di brutto. Tutti i robot si dirigono simultaneamente verso di me, con braccia e tentacoli protesi, urtando il povero Dumbo come se non esistesse e quasi facendolo capottare. Spaventato, lui s’affretta a restituire violentemente il tocco ai robot, creando tutto un parapiglia di tocchi e ritocchi che mi permette di rinculare verso la Morgue. Uno dei vecchi robot a rotelle gommate tenta d’inseguirmi, ma rotola rovinosamente giù dagli scalini, trascinandosi dietro un paio d’altri robot. Per fortuna molti robot hanno meccanica e circuiti di apprendimento abbastanza rudimentali e anche se sono terminali robotici d’una mente superiore, rimangono piuttosto imbranati.
Sotto la Morgue c’è una serie di antichi cunicoli che in tempi secenteschi collegavano alcune parti dell’Ospedale Psichiatrico e spero ardentemente che non siano crollati e che qualcuno di essi mi possa portare alla rete fognaria.
Inoltrandomi in quel labirinto sotterraneo, piombo in un’oscurità totale ma il clangore e il ronzìo delle sospensioni idrauliche dei robot mi rimane alle spalle. Probabilmente i segnali radio con cui Carl Gustav interagisce con i suoi terminali non arrivano qua sotto e ciascuno di loro è costretto a ricorrere esclusivamente alle sue risorse e molti di loro si perdono nei cunicoli.
Improvvisamente affamato d’aria e luce, mi rendo conto di essermi smarrito. Attorno a me c’è un silenzio assoluto, imbevuto d’una tenebra densa, fitta, nera, piena d’odori e suoni infetti. Una tenebra che per la prima volta in vita mia, mi permette d’ascoltare perfettamente il battito del mio cuore e perfino il suono della mia mente. Un terrore crudo, gelido, mi rizza i capelli in testa, all’idea d’essere sepolto vivo chissà dove, nel buco del culo dell’universo.
Tastando ciò che mi sta attorno capisco che dalla grotta in cui mi trovo si dipartono innumerevoli cunicoli e provo a imboccarne uno a caso, toccandone le umide pareti per capire da che parte andare. Dopo un po’ mi rendo conto che l’oscurità non è tutta fatta della stessa tenebra, che ci sono vari gradi d’oscurità che permettono di distinguere vagamente i contorni delle cose. Ma forse è solo un sesto senso da troglodita che emerge dalla memoria genetica della specie. Improvvisamente, a una svolta, vedo la luce tremolante d’una torcia elettrica.
“Lazlo!… So’ qui!… Vie’!” sussurra nell’oscurità una voce che ben conosco, puntandomi addosso il fascio di luce. Folko! Lo abbraccio felice.
Nella luce incerta e tremolante ha un’espressione piena di comprensione e commiserazione.
“Credi che io sia uscito di testa, vero?”
“Beh…” ha tutta l’aria di crederlo davvero.
“Non sono stato io a uccidere quella ragazza!”
“No?” aggrotta perplesso la fronte.
“E’ stato quel bastardo d’un computer, a mettermi nella merda!… Ha trovato il modo d’impadronirsi della mia mente e mi ha costretto ad ammazzare Tekla!”
“Ah, si?…” i suoi dubbi non sembrano affatto dissipati.
“Ma anche nel caso riuscissi a dimostrare che un’Entità Cibernetica è riuscita a condizionarmi, sarei fregato lo stesso!… Lo sapevi che un’I.A. è priva di personalità giuridica?”
“Che me stai a dì?”
“Già… Computer e robot non sono perseguibili, ai termini di legge!…”
Folko si gratta la testa, sconcertato.
“E se ‘n robotte uccide ‘n’omo?”
“Viene punito il suo proprietario!… In questo caso, come programmatore di Lilith, non avrei proprio scampo!”
“E mo’?…”
“E che ne so?… Intanto aiutami a tagliare la corda, poi chi vivrà vedrà…”
“Vabbe’… Famme pensa’… C’ho quarche amico, qua sotto!” indica il sottosuolo.
“Qua sotto?… Che intendi?”
“Ahò! Ma ando’ vivi? Ce sta’ ‘n sacco de gente che vive sotto tera, sa?… Quanno ‘a nave affonda, li sorci scappeno!…”
“Vuoi dire i Sotterranei?… Credevo fosse solo una leggenda metropolitana!”
Ricordo di aver letto qualcosa, ma senza averci dato troppa importanza, sull’enorme ed anarchica città sotterranea che sta crescendo nelle viscere della Megalopoli Eterna, a causa del selvaggio darwinismo capitalistico del Mercato Globale, che obbliga i diseredati d’ogni tipo, a escogitare strategie oblique di sopravvivenza. Homeless, mutanti, cyborg, Integralisti Tribalisti, adepti di sette antitecnologiche, schizoidi, boscimani metropolitani, neo/schiavi, bestie della notte e anche semplici addetti alla manutenzione di fogne e scarichi stufi marci del loro lavoro di merda, tutta gente senza alcun futuro, nel mondo post/cibernetico, che cerca di fuggire dall’allarmante accelerazione del Caos di superficie.
I Media li chiamano sprezzantemente neo/trogloditi, considerandoli una regressione genetica a stadi preumani, perché continuano a scavare come talpe, una labirintica rete di cunicoli e grotte artificiali, a più livelli, che s’interseca con le fogne, le Catacombe e i tunnel della metropolitana, da cui viene attinta l’aria e l’energia necessaria alla sopravvivenza. Ma grazie all’importazione di colture di batteri transgenici, rubate nei laboratori d’ingegneria genetica o portate da scienziati in fuga, ormai si stanno avviando nuovi processi biologici autonomi, garantendo ossigeno e luminescenza, permettendo di avviare coltivazioni e allevamenti sotterranei.
Inaspettatamente Folko conosce quei cunicoli come le sue tasche e dopo aver disegnato una mappa che mi permetterà di arrivare da certi amici suoi che gestiscono, pare, una piccola azienda a conduzione familiare di vaticinii a pagamento e che forse mi possono aiutare a sfangarla. Se ne va lasciandomi la mappa e una torcia e promettendomi che si rifarà vivo entro un paio di giorni.
Cammino a lungo, in un labirinto di corridoi e gallerie, zeppe di tubi e fasci di cavi dall’aspetto vagamente ombelicale, sfiorato da strani rettili abrasivi e dal fruscìo dei pipistrelli, unici volatili delle tenebre. Su raccomandazione di Folko mi nascondo ogni volta che sento la presenza di Anfibi, semi/sotterranei in bilico fra il Mondo di Sopra e quello di Sotto, perché sembra siano gente poco raccomandabile.
Ai crocicchi m’imbatto spesso in ordinate piramidi di pallottoline di topo. Monumenti funebri a ratti defunti, ispirati alla loro gerarchia piramidale, o semplici latrine? Mi chiedo se siano quegli astuti topacci mutanti e junkie, cresciuti nelle discariche abusive di scorie radioattive, diventati tossicodipendenti con le siringhe gettate nei cessi.
Ho sentito che a volte schizzano fuori a centinaia dalle fogne, come grigi tappeti semoventi, in crisi d’astinenza, alla ricerca di droga o di tossici da derubare. Per fortuna la presenza di sanguisughe, pirañas, serpenti e caimani albini nelle fogne contribuisce a creare un equilibrio ecologico che ne limita la proliferazione. In ogni caso penso che, non avendo addosso odore di droga, dovrei sfangarla. Ammesso e non concesso che non mi giudichino degno di un banchetto collettivo.
Finalmente sbuco in una sorta di grande catacomba maleodorante, chiamata pomposamente la Grotta della Verità Suprema, illuminata da fredde lampade al neon, che probabilmente attingono parassitamente l’energia elettrica da qualche cavo sotterraneo.
Cap. IX ANYA
Davanti all’ingresso d’un fetido cunicolo c’è una vera folla di Sotterranei: cenciosi cacciatori di pipistrelli, mutanti con tentacoli cancerosi, cresciuti al posto di arti amputati, cyborg adoratori della meccanizzazione corporea e perfino gente di superficie, in attesa d’un responso dell’Oracolo. Quasi tutti hanno l’aria di persone dal passato non certo immacolato e nonostante nemmeno io abbia un’aria molto raccomandabile, così sporco di terra e sangue, in mezzo a questi postulanti mi sento inadeguato come un maiale smarrito in una moschea.
L’Oracolo, è una specie di enorme feto bianco, col cranio calvo di un paio di misure troppo piccolo per il proprio corpo, grandi occhi scuri lucenti e smorti da lemure notturno, naso corto e largo come un grifo porcino o una presa di corrente, quasi privo di orecchie.
Vive in simbiosi mutualistica con la madre, a cui è ancora attaccato col cordone ombelicale, una nuda stregaccia lercia e guercia, dal sorriso tarlato e guance quasi risucchiate dal proprio teschio, che rosicchia diligentemente le unghie del figlio, per timore che qualcuno possa raccattarle e scagliargli addosso il malocchio. A distanza ravvicinata puzza come una mummia in decomposizione e infatti al collo porta innumerevoli amuleti fallici pseudo/egizi.
Nel Mondo di Sotto il tempo non conta, ma come ogni visionario che si rispetti, l’Oracolo, deve svelare gli enigmi della vita e della morte a mezzanotte. E la sua furba prosseneta possiede un grande orologio a plasma, unico elemento tecnologico del contesto, con cui dilata di sei ore l’attimo fuggente, spostando le lancette fin dalle nove di sera e tenendole ferme fino alle tre del mattino, in modo da poter ricevere più postulanti.
Il responso dell’Oracolo si ottiene scrivendo il quesito su una striscia di carta, dopo aver messo l’offerta nell’urna. La madre brucia il quesito su un braciere, con un complicato rituale esoterico, assieme a incensi puzzolenti come sterco bruciato, comunicando col figlio attraverso il cordone. Intanto lui russa come un maiale, su un giaciglio di erbe magiche che, secondo lei, affondano le radici nell’humus onirico.
Finalmente, svegliandosi di soprassalto, torna “dal mondo dei morti”. Si guarda attorno stupefatto, con gli occhioni spalancati e indifferenti come palle da tennis e la sua leggendaria voce bisbigliante comincia a uscire a fiotti dalla fessura orale, masticando e sputando le sentenze come bocconi amari.
Si esprime con un linguaggio aulico, quasi biblico, che attinge da chissà quale magazzino di significati arcani. La madre presiede ieratica ad ogni responso, con braccia conserte e faccia di pietra. Le sopracciglia sembrano bruchi pelosi incollati su due ostriche, accentuando quella sua espressione apocrifa ed oleosa, da capo indiano. Le risposte vanno bene per ogni domanda ma impressionano le menti degradate dei postulanti. In realtà, scoprirò poi, l’Oracolo pronuncia quelle sentenze sibilline solo perché è sordo e non capisce un’acca della natura dei quesiti posti.
Dopo ogni sentenza l’Oracolo assume l’espressione irrefutabile d’un saggio zen, ritirando la testa fra le spalle, come una tartaruga. E mentre le sue parole rimangono sospese nell’aria come una nebbia fredda, la madre avvalora le sue sentenze chiedendo alle carte conferma di quelle premonizioni avute in sogno. A mo’ di congedo del postulante, con una voce nasale che sembra uscirle direttamente dalle narici, sentenzia invariabilmente:
“Vox populi, vox dei!”
Quando i postulanti, dopo le tre del mattino, se ne sono finalmente andati, rimango solo io, seduto su un masso. La vecchia guercia mi guarda di traverso, con espressione interrogativa e occhi stretti a ostrica. All’altro capo del cordone ombelicale, Bisbiglio russa della grossa. O forse sta solo comunicando con l’inconoscibile.
“Ehi, dico a te, biondino! I responsi sono finiti!”
“Non sono qui per i responsi… Tu sei, Anya, vero? Io sono un amico di Folko e…”
“Un amico di Folko, eh?… Allora scommetto che sei nei guai fino al collo! La Grotta della Verità Suprema è il rifugium peccatorum di tutti gli smandrappati, amici di Folko! Beh, avvicinati un po’… Fatti vedere qui, alla luce…”
Piegata in due, mi scruta da capo a piedi col suo occhio spiritato, facendo pendere i seni come bisacce sgonfie.
“Uhm… Non hai l’aria del solito morto di fame… Chi sei?”
“Mi chiamo Lazlo Slimak, sono cyberpsichiatra…”
“Uno strizzacervelli high tech, eh?… Hai fame?”
“Beh… Non mangio da almeno trentasei ore e…”
“Vediamo un po’ qui, fra le offerte all’oracolo cosa c’è di buono…”
Fruga nel mucchio delle offerte, quasi tutte in natura. Tremo all’idea di cosa mi potrebbe offrire, ma ho una fame che non ci vedo e accetterei qualsiasi schifezza. Invece sono fortunato.
“Che ne dici di questo prosciuttone di struzzo?… Probabilmente è stato rubato a qualche ricco maiale su, nel Mondo di Sopra…”
“Mica male!” ho l’acquolina in bocca.
Affila per bene un coltellaccio su una roccia e poi mi taglia sode fettone di prosciutto. Essendo sdentata, le sue fette le sminuzza in piccoli bocconcini, prima d’infilare in bocca una dentiera di seconda mano, troppo larga per le sue gengive, che la costringe a un ghigno perpetuo. Mangiando le racconto sventure e disavventure, che non sembrano impressionarla più di tanto. Sembra averne viste delle belle, nella sua lunga vita.
“Credi a me, biondino…” dice, con uno schiocco della lingua, per aggiustarsi la protesi in bocca “Solo la pappa è reale, tutto il resto è poesia o drammaturgia!”
Per dormire mi dà una vecchia amaca piena di toppe, che tendo fra due pilastri, in modo da essere inaccessibile ai topi.
Devo attendere tre giorni, prima che Folko si faccia finalmente vivo, con viveri, notizie e oggetti utili alla sopravvivenza sotterranea. Nel frattempo mi familiarizzo col Mondo di Sotto, socializzo con Anya e con alcuni Sotterranei e assisto a innumerevoli responsi del feto, idiot savant dall’intelligenza modulare, il cui deficit intellettivo ha qualche isolotto di abilità, dovuto a un’ipertrofica capacità d’ignorare il contesto degli eventi. Ciò non toglie che per i disperati che ricorrono a lui sia una specie di psicopompo, in grado di fare da intermediario con l’Inconoscibile.
Dal canto suo, Anya provvede a propalare le più inverosimili leggende, attorno al figlio/medium, per accrescerne il prestigio e aumentare la parcella delle sue prestazioni. Secondo lei, ad esempio, l’ombra di Bisbiglio ha vita propria ed è profetica e taumaturgica. Così chi non è in grado di pagare le sue prestazioni oracolari, si accontenta di lasciarsi sfiorare dalla sua ombra, convinto di averne tratto comunque giovamento.
Le notizie che mi porta Folko non sono per niente buone. Il mio delitto ha creato grande scalpore, nel Mondo di Sopra . I Media sono convinti che a forza di stare coi matti anch’io sia stato vittima d’una psicosi a ciel sereno.
“Avrei dovuto essere molto più sadico e lasciare che quella masochista di Tekla si frustasse da sola!” ironizzo a bocca storta.
C’è perfino una grossa taglia sulla mia testa, perché è venuto fuori che Tekla era la figlia di Ciccio Calatafimi. Oltre a innumerevoli cacciatori di taglie, un’intera tribù di Cheyenne metropolitani è a caccia del mio scalpo. Nel frattempo, due o tre serial killer stanno già emulando le mie gesta e alcune ragazze sono già state trovate appese al soffitto, uccise a frustate, facendole girare come trottole.
Per colpa mia le azioni del CCS sono calate vertiginosamente e molti finanziatori hanno ritirato i capitali. Non sapendo che pesci pigliare, il Direttore ha affidato la gestione del Centro a Lilith e ora la situazione si sta facendo insostenibile, con tutti quei robot che gli fanno da occhi e orecchie. Per questo Folko ha dovuto faticare tanto, prima di riuscire ad allontanarsi dalla Morgue. In attesa che si calmino le acque, Folko mi consiglia la strategia della talpa. Anziché uccel di bosco, dice ridendo, è meglio che io rimanga pipistrello di grotta.
Alla fine ci rimango per ben sei mesi nella Grotta della Verità Suprema, dedicandomi anche all’esplorazione di una parte del Mondo di Sotto.
Durante i sei mesi del mio soggiorno nell’antro, la scansione del tempo viene data solo dal russare di Bomarzo, dalle visite dei postulanti, dai repentini risvegli dal suo veggente torpore, quando spalanca gli occhi da lemure e bisbiglia in tono metafisico i suoi responsi.
“Purtroppo i Medium sono destinati a morte precoce” mi dice mestamente Anya, un giorno che è in vena di confidenze “per rapido esaurimento delle proprie energie vitali…”
Scopro che Anya, anche se adesso è solo una vecchia strega, coi seni sgonfi e tristi come bisacce, appena una trentina d’anni fa, secondo i suoi antichi estimatori, aveva una pelle tesa e scrocchiarella e due tettone stracolme di fermenti lattici vivi, che danzavano eroticamente sul filo dell’immaginario maschile, una di quelle donne sensuali e selvatiche che s’accoppiano gioiosamente e generosamente con chiunque le desideri, belli, brutti, mutanti, cyborg, in cambio di soldi o gratis et amore mentulae, a seconda dell’umore. Una una col cuore fra le cosce e la fregna mai taccagna, capace d’incendiarti l’uccello in volo, dicevano di lei. Per lei il sesso non era solo un lavoro o un piacere, ma anche un gioco e una cerimonia esoterica.
Quando s’era resa conto di essere rimasta incinta, aveva deciso di sfrattare l’inquilino che abitava abusivamente nel suo ventre. Ma all’improvviso, racconta lei stessa, le era sembrato di udire la vocina di quello scarabocchio umano che le cresceva dentro a sbafo. Una vocina perentoria e commovente che reclamava il suo diritto a vivere, perforandole la coscienza attraverso il sistema nervoso. Secondo il cinico Folko quelle presunte voci endogene erano semplicemente dovute al fatto che durante la gravidanza Anya faceva uso di certe muffe allucinogene che crescevano nel suo cunicolo. E sarebbe stato proprio il fatto di aver nutrito il feto di visioni fin dalla vita infrauterina, attraverso il liquido amniotico, che lo avrebbe fatto nascere profetico e visionario.
Ma sta di fatto che, deposto ogni proposito abortivo, da quel momento in poi aveva cominciato a vivere solo per quel piccolo futuro rinchiuso nel suo ventre. Tutta la sua personalità sembrava essersi ritratta in quel punto inaccessibile di sé, al centro della propria carne, traendo linfa e nutrimento esistenziale da chi traeva vita da lei stessa. Il cannibalismo cellulare di quel piccolo parassita che cresceva in lei come un cancro, sembrava scarnificarle corpo e anima, demolendo e rimontando la sua psiche, raffinando e purificando la sua coscienza. Come un insetto perennemente assorto ad ascoltare crescere l’erba, lo sentiva muoversi dentro di lei, comunicare embrioni di sensazioni e pensieri e quando dormiva le sembrava di precipitare nel suo universo onirico/arcaico.
Così quando, dopo cinque mesi, aveva avuto un aborto spontaneo, non era riuscita ad affrontare la sofferenza ombelicale della separazione e aveva rifiutato perfino di credere che la sua creatura fosse morta. Ed era stata tanta la sua fede nella vita, che praticandogli una spasmodica respirazione bocca a bocca il suo bambino era sopravvissuto, pur rimanendo un semplice aborto dalle ossa cartilaginee, ancora attaccato a lei attraverso il cordone ombelicale. Ed era rimasta terribilmente commossa quando il bambino aveva squittito per la prima volta, al momento di venire gettato nelle fauci della vita. L’aspetto vagamente repellente del nascituro, le aveva ricordato certi libri illustrati che sfogliava da bambina, per questo l’aveva chiamato Bomarzo.
Prima o poi, pensava, il cordone si seccherà e cadrà da solo, in modo indolore. Ma il cordone ombelicale non si era seccato ne’ staccato da solo e lei non aveva più avuto il coraggio di tagliarlo, lasciando che suo figlio crescesse all’altro capo di quel tubo elastico che li univa anche emotivamente e telepaticamente, facendoli pensare quasi all’unisono, attraverso la loro carne e il loro sangue, facendoli essere un’unica creatura, o forse solo i punti focali d’una medesima forza. Per questo, i primi tempi, madre e figlio stavano ore ed ore ad ascoltare semplicemente fluire i reciproci pensieri, senz’altro pensiero al mondo. Non c’era nemmeno bisogno che la fame suggerisse al neonato come modulare i crampi della fame sul pianto.
Anya ama rievocare spesso i sereni momenti magici della sua fresca maternità, quando gli mangiucchiava il viso di baci e le risa del piccolo Bomarzo tintinnavano come antiche monete d’argento sul selciato del suo cuore. Non aveva mai voluto dire chi l’aveva ingravidata o forse non lo sapeva nemmeno lei. Così, dato che Bomarzo poteva essere figlio di chiunque, veniva trattato come fosse figlio di tutti e la strana coppia simbiotica veniva nutrita a spese dell’intera comunità dei presunti padri. Folko mi aveva lasciato capire che probabilmente il padre era proprio lui. Ma quasi tutti quelli che in seguito avrei conosciuto nella Grotta della Verità Suprema lasciavano capire che Bomarzo (in seguito soprannominato Bisbiglio, per il suo modo sussurrante di esprimersi) era figlio loro.
A poco a poco tutti i vestiti che Anya aveva portato dal Mondo di Sopra le erano caduti di dosso a brandelli, fino a farla decidere di rinunciarvi del tutto. Anche perché non c’era motivo per cui ci fosse dell’inutile pudore fra lei e il figlio, dato che avrebbero condiviso per tutta la vita ogni loro momento, perfino i più imbarazzanti eventi evacuatori.
Ma dopo alcuni anni, la loro simbiosi aveva cominciato ad avere note sempre più dissonanti, come uno strumento musicale che perdesse una corda dopo l’altra. Perché dragando la memoria della madre attraverso il cordone psicofisico che li univa, a poco a poco il figlio aveva appreso l’esistenza d’un mondo vasto e ignoto, pieno di luce, che l’abbagliava con sconosciute rifrazioni psicologiche. E una struggente nostalgia avventizia aveva cominciato a modificare in lui la percezione stessa del suo limitato mondo.
Rendendosi conto che la fame di nuovi input rischiava di compromettere la stabilità della loro patologica simbiosi mutualistica, mamma/chioccia era corsa ai ripari, surrogando la brama di luce del figlio, lasciando penetrare la carne della propria carne nella propria carne e ritrovando attraverso il sesso la loro antica e beata comunione.
Come Anya aveva profetizzato, una notte Bomarzo sogna la propria morte e la madre trova conferma di ciò nelle carte. E il mattino seguente, svegliandomi, li trovo entrambi morti, con un biglietto di Anya che mi comunica che hanno deciso di fregare il destino suicidandosi assieme. Lei ha preso il veleno e poi ha strangolato Bomarzo col cordone ombelicale che li univa per la vita, rimanendo uniti anche nella morte.
Ma i guai piovono sempre sul bagnato.
Un paio di giorni dopo, mentre copro la fossa in cui ho sepolto Anya e Bomarzo, sento improvvisamente uno scalpiccìo di passi, alle mie spalle.
“Finalmente ti ho trovato, pezzo di merda!” urla una voce proveniente dall’imboccatura del cunicolo da cui sono arrivato, due o tre secoli prima. Un tizio trucido, che indossa una specie di tuta da pilota, zeppa di tasche, stracolme, mi punta addosso una balestra trasparente in fibra di vetro, con mirino laser. Si direbbe uno di quei killer retrò, nostalgici delle armi bianche.
“Dici a me?” mi guardo attorno, indicando me stesso col pollice.
“Non sei Lazlo Slimak?” alza sulla fronte gli occhiali da buio, per guardarmi meglio.
“Dovrei esserlo?”
“Non fare il furbo, Slimak!… Sei nella merda fino al collo!” scende ulteriormente giù dalla china “C’è una taglia sulla tua testa, lo sapevi?”
“Un Cacciatore di Taglie, eh?”
“Il migliore!”
“Come hai fatto a trovarmi?”
“Fiuto professionale…” il bounty killer si spara le pose “Dato che te la sei svignata dalle fogne, mi sembrava logico che ti venisse in mente di rifugiarti fra i topi di fogna!… Ci ho messo sei mesi, ma alla fine ho ritrovato le tue tracce!”
“Una bella pazienza!”
“Già!… Per fortuna indosso sempre lo Scafandro del Cacciatore di Taglie!”
“Quale scafandro?”
“E’ uno scafandro psichico, stronzo!… Un vero CDT sa rallentare le proprie funzioni vitali, in modo da sopportare pazientemente le lungaggini e le attese degli eventi!”
“E adesso?… Hai intenzione di farmi la pelle?”
“Troppa fatica riportare in superficie il tuo zozzo cadavere!” guarda con disgusto i miei sudici abiti a brandelli “Girati, vermiciattolo!”
Imprigiona i miei polsi dietro le spalle, con delle manette a combinazione, poi mi fa indossare degli occhiali a intensificazione di luce, in modo che non inciampi continuamente, mentre risaliamo verso il Mondo di Sopra e con uno spintone mi indica bofonchiando il cunicolo da cui è venuto.
Durante il cammino, il mio cervello lavora febbrilmente, aprendo e riempiendo di dati ogni possibile file mentale, nel tentativo di trovare una via di fuga.
“Come ti chiami?” chiedo, giusto per fare un po’ di conversazione.
“Ozo.”
“Bel nome sintetico. Ti assomiglia.”
“Già.”
Nelle ore seguenti non riesco a cavargli altro. Si è chiuso nel suo scafandro.
Dopo ore e ore di cammino, ci fermiamo a pisciare nell’assordante rumore d’acqua corrente d’un fiume sotterraneo. Noto che mentre piscia, con l’altra mano il CDT si tiene una guancia, con espressione dolorante.
“Che c’è?… Ti fa male un dente?”
“Un male bestia!”
“Non hai un analgesico?”
“Li ho finiti un mese fa…”
L’occasione fa l’uomo furbo e io vengo assalito da un improvviso attacco d’astuzia.
“Sai cosa ci vorrebbe?” faccio il finto reticente “Ma no… Bisogna avere fegato per farlo…”
“Sputa il rospo!”
“Dovresti farti uno sciacquo di orina.”
“Non dire cazzate!”
“Garantito al limone!… Lo usavano i mongoli di Gengis Khan!” probabilmente il Ozo non ha idea di chi fossero costoro, ma tale precedente dà una patina di scientificità al rimedio.
“Vabbe’… Tanto vale provare…”
“Peccato che hai appena pisciato… Adesso ti toccherà aspettare un po’…”
“Non aspetto neanche un attimo!… Userò la tua orina!”
“Se ti fa schifo, lasciamo perdere!”
“Schifo o non schifo, me ne sbatto!… Il dente mi fa troppo male!”
“Allora toglimi le manette!”
“Col cazzo!… Preferisco tirartelo fuori io!”
Si siede su un masso, mi sbottona la patta e si punta il pisello nelle fauci spalancate, tenendomi sotto il tiro della balestra.
“E non fare scherzi oppure ti buco il muscolo cardiaco e ti stacco il pisello con un morso!”
Dato che avevo giusto bisogno di pisciare, gli inondo con grande sollazzo la cavità orale, facendolo quasi affogare.
“Non bere troppo!… Trattieni una parte e fatti degli sciacqui sul dente… Ecco, così… Alza il mento o ti cola fuori tutta l’orina!”
Il deficiente alza il mento e chiude gli occhi per sopportare lo schifo della mia orina in bocca, puntando la balestra nel punto sbagliato. Così prendo la mira e gli rifilo un calcio nella mascella, da fargli schizzar fuori la dentiera al completo.
Quando sono già lontano, sento una freccia che rimbalza su una roccia, ma ormai me ne faccio un baffo. E prima che quell’idiota riesca a inseguirmi, lo semino nel dedalo di gallerie che salgono verso la superficie.
Nascosto in una nicchia di roccia, ci metto un’oretta buona prima di trovare la combinazione di quelle maledette manette e rimettermi il pisello nella patta.
Subito dopo ci rimetto quasi le penne, infilandomi fiduciosamente in un cunicolo spiraloide dalla strana lucentezza madreperlacea, venendo avviluppato da una sostanza molle e vischiosa da cui faccio fatica a districarmi. Tornando di corsa sui miei passi, mi rendo conto di essere finito nelle circumvoluzioni del guscio d’un gigantesco molluscoide sotterraneo.
Dopo molte altre ore di cammino, riconosco il tanfo nauseabondo e nerastro di orina ed escrementi del tunnel della Metropolitana.
Sudicia fogna con binari, è affrescato da diverse stratificazioni geologiche di graffiti, che alcuni storici dell’arte giudicano veri capolavori neo/postmoderni e certi fanatici collezionisti staccano con la tecnica a strappo. Lungo il tunnel gli Anfibi hanno scavato delle nicchie, per rifugiarvisi al passaggio dei convogli. Lascio alle spalle la pace e il silenzio degli abissi, mentre il suono gommoso d’un clarinetto riecheggia fra le volte, impastandosi cacofonicamente col fracasso dei convogli e il delirio onomatopeico della folla.
Quando mi vedono emergere sudicio e strafognato in una stazione della Sotterranea, una piccola folla si sporge speranzosa d’un bel suicidio in diretta. Quasi mi dispiace deluderli, saltando su dal marciapiede un attimo prima che il convoglio in arrivo mi travolga. Subito un solerte surrogato robotico di poliziotto mi esamina da capo a piedi, inespressivo e polifemico, con l’unico occhio/scanner, mentre l’hardware scorre vertiginosamente i file delle foto segnaletiche, cercando di decodificare la mia faccia. Essendo un modello piuttosto antiquato so che ha bisogno di parecchi minuti, prima di elaborare un identikit, perciò ho tutto il tempo per squagliarmela, salendo tranquillamente sul convoglio e ignorando ostentatamente i viaggiatori che si turano schifati il naso per la nauseabonda puzza d’Inferi che emano. Un tizio timido mi osserva dal buco del giornale, come un agente segreto delle barzellette.
Le parole e le immagini senza senso graffite lungo le gallerie della metropolitana sbatacchiano nella mia scatola cranica la sudicia letteratura delle latrine, astratto preludio al mio prossimo contatto con la realtà esterna. Un negro stinto, dal labbro leporino, con un colore di capelli del tutto assente dal proprio codice genetico, allieta a pagamento i truci passeggeri, martoriando il suo sintosax e le nostre povere orecchie. Fa una specie di boogie-bop sintetico, che assomiglia a un gorgogliare di tombini intasati. Quasi una parodia della mia recente immersione nelle fogne.
Scendo nell’aspra puzza ammoniacale d’orina e stallatico dell’affollatissima stazione della metropolitana di Piazzale Flaminio, divincolandomi a fatica fra accattoni, sinistri incantatori di serpenti, gente ributtante perfino per gli standard a cui mi sono abituato nel Mondo di Sotto. Dopo essere stato tanto tempo nell’oscurità e nel silenzio, faccio fatica a sopportare il chiassoso trapestìo delle parole e dei pensieri della gente e a considerare umane le ombre di questi tetri lestofanti, venditori di sogni e antisogni, di droghe trasmutanti, gas cerebrospinali e radio sintonizzate sulla lunghezza d’onda di Dio.
Un irreale o iperrealista maghrebino, quasi decapitato da una ghigliottina di luce, tenta di rifilarmi un Miraggio del Deserto, uno scorpione con la ghiandola velenifera riempita di droga allucinogena.
“Tu vuole sintonizzare su giusto spazio/tempo?… Garanzia garantita! Viene da deserto di Sahara!”
Accanto a lui una donna velata, con gli occhi bassi, regge le gabbiette degli scorpioni. Il velo non riesce a nascondere il fatto che è priva di naso, probabilmente per questioni adulterine.
“Ehi, fratello, la conosci la ESP 48?… Questa sì che è roba davvero telepatica!” biascica un africano, usando gli stessi muscoli facciali per parlare e masticare quella sua droga verdastra che gli cola sul mento.
Appoggiato a un pilastro, un barbone osserva la gente che scende e che sale, addentando un panino lercio e disperato come lui. Lungo il cavallo dei pantaloni ha vari aloni sovrapposti di orina asciutta. Passandogli accanto, un barbuto e irsuto integralista islamico dalle sopracciglia minacciose e perfino le orecchie pelose come vagine, gli dà un ceffone che scaglia il panino oltre i binari.
“Rispetta il Ramadan, cane infedele!” urla.
“Ma io non sono islamico!”
“E chi se ne frega, stronzo!”
Scambio con un Anfibio gli occhiali da buio con degli occhiali da sole e abiti appena più presentabili. Poi entro a cambiarmi in uno di quegli schifosi cessi pubblici in cui si sguazza in due dita di piscio e broda merdosa, brulicante di vermi transgenici, divoratori di escrementi, per tentare di lavarmi un po’. Devo dividere un sudicio lavandino in comproprietà con un mutoide che si sta facendo la barba e ogni tanto mi sfiora con uno stomachevole tentacolo da mollusco, che sostituisce il braccio sinistro.
All’uscita dal cesso, pulito e cambiato, un’intraprendente corpivendola indù, con un corpo talmente magro da sembrare una pura e semplice guaina dei nervi, mi afferra per la patta.
“Tu fa Kamasutra con me? Io maestra diplomata, sa?” me ne dà una dimostrazione schiaffandomi in faccia ghiandole mammarie e apparato genitale in un’acrobatica posizione erotico/contorsionista.
Mentre imbocco la scala mobile, due o tre ragazzini replicanti simil/tahilandesi snudano le loro giovanili erezioni prelubrificate, allargando con le mani chiappe da giovani babbuini rosate di fard, per mostrare la loro capiente accessibilità sfinterica. Un altro tizio losco m’invita al suo box a sensori ottici in cui è possibile tuffarsi nei sordidi covi del vizio e del piacere virtuale, cybersgualdrine di tutte le razze, forme e formati, in grado di soddisfare ogni possibile depravazione.
Mando tutti affanculo, lasciandomeli alle spalle, con un’ansia libidinosa di uscire all’aperto, a riveder le stelle.
Cap. X RITORNO A GORGO
Ma niente stelle, dopo le stalle.
Quando emergo finalmente dalla scala mobile della Metro, il sole è un ostensorio in piena elevazione in un cielo da poco deterso da uno di quei tremendi acquazzoni che sembrano voler lavare la Città Eterna da tutti i suoi peccati, passati presenti e futuri. Inalo voluttuosamente l’odore fresco di pioggia nell’aria, un odore che sa d’asfalto, smog e cemento. M’inebrio di luce, suoni, colori.
Mi colpisce il tabellone digitale con la pubblicità di un’agenzia di Viaggi Pericolosi. Lo slogan strilla: VISITA IL GORGO! INCONTRA GENTE DURA E INTERESSANTE E AMMAZZALA!
Già, il Gorgo una delle poche zone al mondo in cui è possibile sfuggire al controllo cibernetico, almeno da quando i suoi abitanti, una ventina d’anni fa, hanno deciso di tagliare gli ormeggi informatici. Così potrebbe essere un ottimo rifugio per un fuggiasco come me.
Prima della Grande Rivolta, il Gorgo era una sorta di nicchia ecologica di Anarchia Reale, un immenso laboratorio a cielo aperto in cui gli abitanti venivano spiati da migliaia di telecamere nascoste, per studiare gli effetti di un alto tasso di Caos, un paradiso antropologico creato artificialmente di cui tutti erano attori inconsapevoli, una telenovela in tempo reale, smontata, rimontata e studiata da psicologi, antropologi e ingegneri dei sistemi di tutto il mondo, voyeur scientifici che studiavano sulla pelle di questi soggetti antropologici l’Entropia Sociale e i suoi possibili rimedi.
Per evitare che le cavie si rendessero conto di essere tali e rendere più ermetico il Sistema Antropologico in esame, veniva introdotto anche un flusso turistico a rischio, viaggi/avventura organizzati, escursioni al Tempio del Peccato o ai locali per pedofili, con puntatine alla Porno City, in cui era possibile sperimentare la Perversione del Mese. La trasgressione nell’era della sua riproducibilità tecnica, praticamente. C’erano perfino androidi/pollo che si facevano derubare, per giustificare i sanguinosi pogrom della polizia su mezzi blindati, con cui si sperimentavano nuove armi ed esplosivi, oltre a dare l’illusione d’una parvenza d’ordine sociale.
Incrementando artificialmente il carico genetico della popolazione con enzimi di restrizione introdotti nell’acqua potabile, era stato modificato il suo DNA, in modo da produrre nuove e interessanti mutazioni. Grazie a ciò, questo luogo reale virtualizzato dagli antropologi stava diventando un luogo mitico, frequentato da persone rese bizzarre, affascinanti ed eccentriche dalla sovraesposizione. Persone talmente familiari agli osservatori, da non riuscire più a percepirne la soffocante mediocrità.
E quell’incantata conservazione criogenica era durata finché un hacker del Gorgo, navigando in rete, aveva violato il sito superprotetto di quel gruppetto di folli Deus ex Machina, strappando via di colpo la tovaglia su cui era stata apparecchiata la realtà, facendo fracassare tutto.
Come se fino ad allora gli abitanti del Gorgo fossero stati rinchiusi in un’enorme gabbia di rabbia, erano insorti come un sol uomo in una sanguinosa rivolta anti/telematica, durante la quale si erano massacrati centinaia di turisti, erano state sradicate le telecamere nascoste e i cavi a fibre ottiche, dando alle fiamme decine di robot.
Qualcuno insinua che fosse una fuga di notizie guidata, per studiare le reazioni della folla inferocita. Non mi stupirebbe affatto: il Caso è una divinità a cui da sempre si fanno sacrifici umani.
Ora che può essere spiato esclusivamente dai satelliti o da qualche androide travestito da turista, il Gorgo ha accresciuto ulteriormente il suo mito antropologico di luogo di Frontiera Urbana e viene visitato da orde di insegnanti di Corsi di Sopravvivenza, antropologi d’assalto, terroristi dilettanti, apprendisti criminali. Così gli emarginati genetici del Gorgo, a furia di vivere fra emarginati, finiscono per non sentirsi affatto emarginati, ma sono convinti addirittura di essere al centro del mondo, soprattutto dopo aver scoperto che il Gorgo era stato il Villaggio Globale per eccellenza.
Una volta deciso che il Gorgo è il posto ideale per far perdere le mie tracce, compro un biglietto della sopraelevata e uso gli ultimi spiccioli che mi restano per farmi un panino con della sana porchetta di soja e comprare un giornale freschissimo, stampato all’istante da un’edicola digitale all’angolo, ansioso d’aggiornarmi sugli eventi del mondo di superficie.
VIETATO MOSTRARE IL CULO DAL FINESTRINO, ha scritto qualche spiritoso col laser sul vetro.
Osservo pensosamente il seghettato orizzonte del degrado urbano che a poco a poco ingoia famelico il tuorlo d’uovo del sole, mentre uno sfrecciante treno supersonico, a levitazione magnetica, taglia la gola all’orizzonte, spalancando ad occhio di pesce il grandangolo del paesaggio. La sopraelevata sibila sulla monorotaia che corre sugli sterminati campi nomadi lungo la Salaria e io mi rendo conto dolorosamente che l’esperienza nel Mondo di Sotto non mi ha affatto scollato di dosso la vecchia pelle, portando a termine la muta, ma ne ha anzi ulteriormente cementato l’adesività. Il pensiero di Maya è come una corrente d’aria gelida che circola attorno al mio muscolo cardiaco e una nube di malinconia sembra fluttuare a lungo sulla monorotaia che s’allontana come un serpente in coda all’ultimo convoglio, placcata in oro dal sole malato, che traspira e spira all’orizzonte.
L’immutabilità dei ghetti li ha sempre resi preziose riserve di memoria, per i cultori della rimembranza, spalancando a loro uso e consumo i loro polverosi scomparti, traboccanti di ricordi stantii, a tenuta stagna. E in questo momento il Gorgo sembra godere d’uno dei suoi rari momenti di gloria. Un tramonto sanguinolento, quasi splatter, sta finendo di pulire i pennelli su batuffoli di nubi, posticce sontuosità estetiche che impreziosiscono d’oro e pietre preziose gli schifosi edifici, privi d’espressione, come cadaveri, fatiscenti prima ancora d’essere vecchi.
Stormi d’uccelli volano simbolicamente sul minareto della Moschea del Giubileo, mentre un droid/muezzin ulula la sua preghiera serale a mandrie di fedeli prostrati sul sagrato. Bizzarro approccio tecnologico con Allah che farà giungere, prima o poi, anche le intelligenze artificiali al Paradiso di Maometto.
Pretenzioso frutto d’una architettura post/domani, in una città/satellite in cui tutto avrebbe dovuto essere grottescamente mega e maxi, la Moschea ha biostrutture autoriparanti, copiate dal corno del rinoceronte. E si dice che da qualche anno abbia cominciato a crescere per suo conto, come un essere vivente, facendo gridare al miracolo i fondamentalisti islamici, ma allarmando alquanto gli abitanti degli edifici circostanti, sempre più penalizzati da tale crescita.
Tipica mega città/satellite post/industriale, senza più una chiesa o una piazza bensì un Centro Commerciale come fulcro, questa infettiva espansine cementizia era sorta in occasione del Giubileo del 2025, grazie al notevole contributo finanziario del Vaticano, che intendeva impiantarvi un Centro Commerciale Religioso, sfruttando economicamente ed energeticamente un roveto ardente perenne, già oggetto di culto, scoperto da un frate/eremita sulle rovine d’una antica chiesetta di campagna.
Avevano più senso estetico quelli che un tempo progettavano i Vespasiani, di quelli che oggi progettano i Centri Commerciali. Grazie alla viltà estetica di architetti al soldo dei politicanti, mostri col corpo di piovra e faccia da economisti, la nuova città aveva perpetrato l’ennesimo stupro ambientale che aveva fatto tabula rasa di campagna, boschi e villaggi, sbandierando ai quattro venti l’inoppugnabile concetto che costruire una città nuova costa meno della manutenzione di una vecchia. Se davvero l’architetto è un sismografo del proprio tempo, a giudicare dall’insolenza creativa dimostrata progettando e costruendo questa mostruosità si era reso colpevole del reato di leso paesaggio e lesa umanità.
Il soprannome di Gorgo, affibbiato dai pellegrini, fu preferito quasi subito a Urbe2, perché tutti trovavano impressionante la bizzarra e misteriosa forza gravitazionale che attirava verso il Centro Commerciale, facendo sì che per quanto si provasse ad allontanarsene, si finiva sempre per ritrovarsi invariabilmente allo stesso punto, come se si rimanesse intrappolati in un anello di Moebius. Una specie di trappola per topi, non a scatto, ma lenta e inesorabile. Forse perché al centro del Gorgo si trovava uno dei ripetitori parabolici che sintonizzavano le menti dei fedeli sulla giusta frequenza divina, captando e amplificando gli impulsi etico/religiosi provenienti dal cosmo.
Ma in seguito, ancora prima della Grande Rivolta, il Gorgo era stato abbandonato a se’ stesso dalla Chiesa, dopo uno scandalo di enormi proporzioni teologiche, rimasto poco chiaro ai laici, riguardante, pare, la dubbia sessualità di Dio o del Papa stesso, che qualcuno mormorava fosse, in realtà, un transessuale o addirittura una nuova Papessa Giovanna. C’era perfino chi affermava che un famoso killer avesse accettato un contratto per assassinare Dio. E pare ci fosse riuscito, dato che s’era spento miracolosamente anche il biblico Roveto Ardente.
Ormai il Gorgo sopravvive soprattutto grazie a una sorta di trasgressione mercificata. Visite guidate allo Sfintere del Mondo, praticamente.
In gita aziendale nei bassifondi by night circolano soprattutto pseudo/carrozzelle in stile Vecchia Roma, trainate da cavalli/robot e protette da solerti pattuglie d’infrangibili robocop cromati, in giubbotti antiproiettile e antilaser all’ultimo grido, su mezzi anfibi cingolati senzienti e semoventi, con carapaci metallici da crostacei. Le carrozzelle sono gremite di emozionati turisti coreani che assaporano il gusto dell’autentica trasgressione, visitando i sudici e pittoreschi vicoletti post/dickensiani, putridi e rognosi d’antiche reminescenze ammoniacali e variegati metabolismi, alla ricerca dell’autentica contaminazione dell’estremo.
Autentici drogati sfatti, verminosi testimonial del memento mori, si affrettano a spillare soldi a questi turisti a caccia di brividi primordiali, souvenir, trofei e foto da mostrare agli amici col culo al caldo. Anche se qualcuno di loro ha già l’aria abbattuta, pensando al salasso monetario che sta per abbattersi su di lui.
Bentornato a casa, vecchio io! Mi dico, gironzolando nelle strade rese furibonde dal traffico e dal fragore serale delle saracinesche, fra carapaci arrugginiti d’automobili appoggiate su nudi cerchioni e i grattacieli fatiscenti, dai muri ipergraffiti, cotti e stracotti dal sole, coi lastrici solari usati come pollai o allevamenti di bestiame. Le prime finestre si stanno accendendo, giallognole come sonnolenti occhi di gatto, con palpebre di tapparelle semiabbassate, lasciando aleggiare odori di cibo in tutte le lingue del palato.
Mi piacerebbe sedermi al tavolino di un bar e starmene lì a sondare telepaticamente i passanti. Solo che sono del tutto privo di capacità telepatiche e poi rischierei sicuramente la pelle, perché dopo la Rivolta gli abitanti del Gorgo hanno acquisito la sindrome dello spione e anche quelli che sembrano ignari della tua presenza, sono tutt’occhi, orecchie e lame di coltello.
Nel cuore di tenebra del Gorgo, una Squadraccia di trucidissimi mercenari della Pulizia Urbana, simili a grossi prosciutti armati fino ai denti, mi osserva passare con espressione schifata. Hanno l’aria di avere l’intelletto ricoperto da una sottilissima patina psichica, ammesso che non tengano il cervello in naftalina, per riattivarlo solo in caso di necessità. Indecisi se pormi domande imbarazzanti sul mio codice genetico, la mia etnia o professione religiosa, annoiati a morte dalla loro stessa noia, alla fine mi lasciano passare in modo indolore.
La notte metropolitana già freme nervosamente, schiudendo le sue valve fameliche fra i canyons dei palazzi, dove l’oscurità cancella a poco a poco ogni bruttura, mentre i diademi elettrici delle insegne scintillano come parure di diamanti.
All’improvviso sbuca dalle tenebre una scurissima puttana africana, quasi una Donna Invisibile.
“Ciao, Mandrillo Pallido…” mugola, con una voce calda e lenitiva, che sembrerebbe interamente foderata di pelame pubico, accendendo l’attilatissimo vestito componibile luminescente per esibire la merce “Mi chiamo Baby Loon, e tu?”
In un batter d’occhio mi smonta sotto il naso quell’assurdo vestito da boutique sadomaso, faccendo scattare fibbie, aprendo zip, esponendo gadgets e optionals attraverso le aperture.
“Lustrati gli occhi, pupo!”
Mi punta addosso gli abbaglianti di due tettone lattee, probabilmente sbiancate chimicamente e inarca sfrontatamente l’ampio bacino pelvico, accuratamente depilato, sfoderando il suo piatto forte, una sfiziosa vulva bivalve. La compravendita e mercificazione del vizio ormai esige che anche il mestiere più antico del mondo faccia uso dell’ingegneria genetica, se vuole stare al passo con l’agguerrita concorrenza mutante e vituale.
“Lascia perdere, Baby Loon!… Non sono in vena di accoppiamenti, stasera…”
“Una doppia fregna calda è un ottimo rifugio contro la solitudine, Mandrillo Pallido…!”
In realtà le vagine di cui mena vanto hanno un’aria incredibilmente stupida, coi loro labbri penduli e le loro bocche sdentate. Ma Baby Loon dà l’input a certi microchip nelle terminazioni nervose delle grandi e piccole labbra e dalla bivulva escono miagolanti vocette sexy (campionate dall’eterna Marilyn) che intonano un bizzarro coretto in stile musical. “Guardami! Toccami! Assaggiami!”
Melodia e slogan sembrano rubacchiati a qualche televendita porno interattiva.
Vedendo che anziché eccitarmi mi sganascio dalle risate e che con me non è proprio aria, l’hypermignotta spegne all’istante il sorriso mercantile. Perfino la bivulva assume di colpo un’espressione ostile.
“Perchè non ti fai dare una bella revisionatina alle sinapsi della libido, Cappone Pallido?” borbotta, facendosi inghiottire nuovamente dalla notte.
Mentre le lingue biforcute dei pensieri m’intorcinano inestricabilmente le sinapsi, elegantissimi ragazzotti Punk Chic, tutti pelle, acne e metallo, se ne stanno davanti al loro bar preferito a bere birra, aspettare Godot e incrementare il folklore locale, immersi nella musica anestetica dei loro auricolari, fannulloni giunti al loro massimo grado di sviluppo, col cranio contenente altrettanto cervello d’una noce di cocco. Hanno tutti un look metallic/soft, con jeans luminescenti, giubbotto d’alluminio, capelli meticolosamente spettinati, tatuaggi e piercing a iosa.
Un macho nerboruto, vagamente effeminato, ottuso e massiccio come un cavallo da tiro, si alza col movimento rallentato d’una molla in estensione e l’espressione rassegnata di uno costretto a uno sporco lavoro. Ogni suo atto sembra offerto ad uso e consumo degli esemplari femmina della sua stessa tipologia antropologica, che si godono la scena dal tavolino.
Se fossi furbo allungherei il passo, ma scioccamente non lo faccio. Il macho metropolitano ha calcolato bene tempi e distanze e nonostante si muova come avesse studiato il suo personaggio in un vecchio film sui Teddy Boys visto al rallentatore, riesce a materializzarsi arrogantemente davanti a me al momento giusto, sbarrandomi il passo.
Per un lungo istante rimaniamo lì a studiarci l’un l’altro. Faccia-di-cazzo storce la bocca alla coatta, in un ghigno tiratissimo, da lifting al buco del culo, lasciando che il silenzio dilaghi, prima di togliere il tappo e svuotarlo di colpo.
“Nun te sembra d’ave’ sconfinato, finocchie’?” barrisce con la voce proboscidale d’un giovane elefante raffreddato, smangiucchiando le consonanti come tutti gli ubriachi di questo mondo. Perfino i capelli sono ubriachi come una cocuzza.
Cerco di fare lo gnorri.
“Oh, cielo!… Devo aver perduto il contatto con la mia guida turistica!”
Il coglione mi studia per qualche secondo col viso di sbieco, come un cagnone perplesso.
“Se me piji per culo te gonfio come ‘na zampogna!” grugnisce infine, accarezzandosi le nocche del liso guanto di pelle nera.
“Cos’è una zampogna?”
La mia domanda lo mette fortemente in crisi, perché non conosce l’origine della frase idiomatica. Il suo orizzonte psichico è talmente ristretto che il suo cervello è costretto a mobilitare le sinapsi periferiche più arrugginite, per produrre un intero pensiero coerente.
“Chemme frega che è ‘na zampogna?” blatera, finalmente. So che sto mettendo il culo a repentaglio, ma reagire alla stupidità è sempre stato più forte di me.
“Già… L’ignoranza d’ignorare è l’unica forma di estasi conosciuta, da ‘ste parti!”
Non sapendo che rispondere, il Teddy Boh m’appioppa un sorriso tagliente come un paio di cesoie, con cui sembra manifestare l’idea di scuoiarmi vivo, tanto per sgranchirsi un po’ e rispondere alle aspettative del branco.
Infatti estrae da una tasca un coltello di alto antiquariato, una Pattada sarda da affétto, uno di quei coltelli che gli stronzi si tramandano di padre in orfano. Tento di freddarlo con una freddura, magari facendolo crepare dal ridere.
“Mi piace il tuo giubbotto…” dico, facendo leva sulla sua vanità “Chi è il tuo carrozziere?”
La mia battuta precipita nel vuoto della sua mente rudimentale, ma diverte molto il gentile pubblico di giovinastri sfaccendati che sghignazzano e fanno coretti di culi scorreggianti, già immaginandomi sotto forma di teschio e tibie. Indeciso se divertirsi o no, il bovino rumina a lungo l’input, tenendo lo sguardo stolido agganciato al mio, come volesse dare uno strattone e strapparmi gli occhi. Appare sempre più arduo evitare una presa di contatto del mio addome con quella preziosa lama.
Visto che non fiato, il bisonte mi rifila un’intera parure di perle di saggezza popolare.
“Sta’ ‘n campana, finocchie’!… Nun calpesta’ li piedi ar prossimo tuo, perchè chi va ‘n cerca de rogne prima o poi ce sbatte er grugno!”
Tutti attendono con ansia gli sviluppi della situazione, sperando di veder schizzare il mio sangue. Tranne una delle ragazze, una stuzzicante negretta dallo sguardo assatanato, unghie laminate d’oro e capigliatura tentacolare verde pisello, che sembra proprio fare il tifo per me.
A questo punto non mi resta che inserire il pilota automatico e affidarmi all’istinto, contando sul fatto che una ventina d’anni fa ero campione scolastico di arti marziali e che chi agisce senza pensare è imprevedibile. Approfittando della sua lentezza di riflessi da ubriaco, senza preavviso gli piazzo un calcio nelle palle da fargli schizzare fuori lo sperma dalle orecchie, seguito da una rapida papagna su quel suo muso da bellastro da Bar Sport. La sua faccia fa un curioso suono crocchiante, come uno scarafaggio schiacciato. La pattada ereditaria finisce a terra.
“L’anima de li mortacci tua!”
Fra urla, scorregge e risate, già partono le scommesse su chi ne uscirà con le ossa rotte. E le mie quotazioni, bisogna ammetterlo, non sono alle stelle. Così, mentre quell’ibrido semiumano ulula come un licantropo con la coda imprigionata nella porta, cerco di battermela, ma vengo bloccato da un’intera mandria di bisonti inferociti, decisi a praticarmi l’ablazione dei testicoli e farmi visitare anzitempo il Walhalla o le verdi praterie di Manitù, se non continuo la tenzone.
“Te schianto ‘a scatola cranica!” ringhia il dandy metallico, non appena riesce a riprendersi un po’. La sua rabbia lo fa tremare così forte che rischia che ora le palle gli si stacchino da sole come due fichi maturi.
Ma nonostante l’ubriachezza molesta, alla fine riesce a rifilarmi uno sganassone che quasi mi stacca la testa e un tale pugno nello stomaco che per un istante ho l’impressione di vedere la mia dentatura addentare l’aria a trenta centimetri dalla mia faccia. E mentre sono ancora stordito e gli offro un riepilogo, in versione macinata e semidigerita, dell’ultimo pasto, mi mette le zampacce addosso e comincia tranquillamente a stritolarmi, dandomi modo di studiare in modo quasi scientifico il tatuaggio all’avambraccio sinistro, un serpente attorcigliato a un’ancora, fatto guizzare pittorescamente dal gioco muscolare dello stritolamento.
Tuttavia, riesco a sfangarla in extremis, staccandolo da me con una capocciata all’indietro. E mentre lui annaspa alla ricerca del coltello caduto a terra, mi viene l’ispirazione decisiva e da una tasca tiro fuori una specie di penna stilografica, sfuggita miracolosamente al controllo di Ozo, nella caverna della Verità Suprema.
“Ho sentito che sei un divo, qui al Gorgo…” dico, ansante “Me lo faresti un autografo?”
La montagna di stupidità guarda perplesso quell’oggetto misterioso e a ogni buon conto mi punta addosso nuovamente il suo coltellaccio.
In realtà la penna è un Induttore di Risonanza Neurale, una minuscola emittente d’ultrasuoni che al Centro mi serviva per inibire momentaneamente i centri della volontà dei pazzi furiosi. Ha una lunghezza d’onda studiata per fungere da stimolante talamico, provocando input psicochimici che attivano alcuni centri cerebrali, creando un corto circuito fra i naturali mediatori del piacere.
Prima che quell’idiota possa saltarmi nuovamente addosso, attivo l’Induttore, girando il cappuccio della finta penna e immediatamente l’attività bioelettrica del suo cervello ha un soprassalto, la produzione di dopamina nelle aree limbiche del piacere aumenta vertiginosamente, facendolo rotolare a terra in preda a un orgasmo multiplo, fra lo stupore deluso di quei famelici bacherozzi, ansiosi di vedere schizzare il mio sangue. Dopo il sabotaggio neurale del Teddy Boh mi verrebbe voglia di aumentare il raggio e la frequenza delle onde sonore, facendo perdere l’uso della ragione a tutti quanti, ma preferisco tagliare la corda finché sono in tempo.
Cap. XI PAPRIKA
Al Gorgo vige la filosofia della jungla: se l’altro è più grande scappo, se è più piccolo me lo pappo, se è della mia stessa taglia mi ci accoppio. E forse la giovane Medusa dai capelli verdi e dalla pelle di cioccolata ha deciso d’essere della mia taglia, perchè appena giro l’angolo, sento che la puledrina mi trotterella dietro.
“Ehi tu!”
“Dici a me?”
Quando mi raggiunge, mi lancia uno sguardo che sembra essere stato riverniciato di fresco con una mano sottile di libidine.
“Me la dici una cosa?… Come hai fatto a sistemare il Drago?”
“Il Drago, eh? Certo che quando hai visto uno stronzo, li hai visti tutti…”
“Che ci fa uno come te, qui?… Non sarai uno di quegli stronzi che vengono qui a studiare gli esemplari allo zoo?”
“Diciamo che il mio è una specie di pellegrinaggio, piuttosto… Parecchi anni fa anch’io bazzicavo da ‘ste parti…”
“Non ci posso credere!”
Mentre le propino una sommaria autobiografia, c’inoltriamo in vicoli sordidi, in cui sembra di venire risucchiati da un vortice mortale. Accade di tutto, attorno a noi. Rapine, violenze, stupri, perfino un tizio dall’espressione sognante che si fa pompare l’uccello da una mignotta, dietro un mucchio di rifiuti. Sembra uno strumento a fiato che emetta gemiti, col tono salmodiante d’un prete ortodosso. Spero proprio che la negretta sia un salvacondotto sufficiente a farmene uscire vivo.
E’ proprio un bocconcino, la pupattola e l’andatura eretta fa risaltare alquanto le chiappe a mandolino e il movimento sussultorio dei seni. Gli emisferi anteriori e posteriori sono talmente perfetti che potrei predirle il futuro palpando le sfere. Una giovane Medusa capace di trasformare i cazzi in pietra.
Sotto il giubbotto metallizzato indossa un abituccio giallo a intagli che giurerei si stia restringendo a vista d’occhio, cambiando anche colore. Il giallo si trasforma sotto i miei occhi in un arancione sempre più acceso, fino ad arrivare al rosso scarlatto. Lei nota subito il mio sguardo concupiscente.
“Ti piace il mio vestito? E’ in tessuto empatico!… L’onda d’urto del desiderio ferormonico maschile lo fa restringere e cambiare colore…” si gira orgogliosamente da tutti i lati, come facesse l’inventario dei suoi beni al sole. Le cupole barocche dei seni sembrano ingrandirsi, mentre l’abituccio si riduce ai minimi termini. Il pisello ha un sussulto felino nella patta, pronto a spiccare il balzo.
“E’ meglio che lasci perdere, o fra dieci secondi rimani nuda!”
“Allora ti piaccio?” dice lei, facendo la gatta “Ti va di salire su da me spiegarmi cosa hai fatto al Drago con quella tua penna?…”
“Ho già pronte tutte le spiegazioni, sulla punta della lingua!” mi lecco golosamente le labbra “A proposito, come ti chiami?”
“Paprika…”
“Un nome piccantino, come piace a me!”
Dopo una decina di minuti arriviamo a casa sua, in piena Nirvana Avenue, al limite sud/ovest del Gorgo, un grande viale circondato da edifici bruciati o costruzioni lasciate a metà, dei tempi della rivolta informatica. Una variegata popolazione di diseredati occupa gli scheletri degli edifici andati a fuoco, accampati con capre e polli fra macerie e strutture in ferro arrugginite e cadenti.
Paprika abita all’ultimo piano d’un edificio industriale di venti piani, parzialmente bruciato ai piani bassi, ristrutturato con le tecniche più aggiornate dell’architettura neo/domani. Dopo essere scesi nei sotterranei, attraverso una porta blindata, con apertura a scheda magnetica, saliamo su un cigolante montacarichi, sulla cui tastiera manca il 17esimo piano.
“Non c’è…” dice Paprika, con noncuranza “Forse pensavano che porta sfiga!”
“Ma allora i piani sono diciannove, non venti!”
“E’ probabile… Ma io che ne so? Non li ho mai contati…” appiccica le sue labbra alle mie come una ventosa. Il numero dei piani, al momento, sembra sia l’ultima cosa che le interessi.
Approfitto della lentezza della salita per dedicarmi a un’avida suzione dei suoi seni di melograno da Mille e una Notte e addentare le natiche, sugose come pesche mature, scoprendo che porta mutandine commestibili alla fragola che divoro di gusto. Poi sniffo con voluttà il muschioso sentore d’ostrica dell’ispido crinale del monte fra le cosce.
“Se ti viene in mente di violentarmi su questo montacarichi, forse deciderò di non opporre alcuna resistenza…” bisbiglia lasciva, con una voce colma d’allusioni vellicatorie che mi s’insinuano dentro come la musica d’un violoncello. Ma proprio mentre già sondo con la lingua la morbida fessura dal nasetto all’insù, con un sussulto, il montacarichi arriva al ventesimo piano.
Sulla porta, anch’essa blindata, Paprika mette l’occhio su uno scanner retinico. Una volta entrati, una consolle con tastiera ergonomica accende le luci e anche uno schermo a tutta parete che funge da acquario, con vivaci pesci virtuali multicolori, intenti a divorarsi a vicenda e a evolversi in forme sempre più fameliche e complesse. Per creare una calda atmosfera domestica c’è anche un caminetto virtuale, pieno di guizzanti fiamme ologrammatiche. Sulle pareti ci sono alcuni quadri a olio, in stile neo/dada coreano che sembrano dipinti con una salsa di pomodoro andata a male. Un’arte sincretica talmente ermetica da risultare emetica.
“Tu abiti qui?” dico, piuttosto sbalordito.
“Sì e no… E’ la casa del mio capo… Ma mi permette di usarla quando lui è fuori…”
“Il tuo capo deve avere un fracco di soldi, eh?”
“Già…”
Al nostro ingresso la solerte Domus si prende di sua iniziativa la briga di arredare l’atmosfera con una bizzarra musica subacquea, probabilmente prodotta campionando gli amplessi delle balene. Una musica talmente dolciastra che si potrebbe tranquillamente usare per acchiappare le mosche.
“Questa Domus ha una mentalità un po’ troppo barocca, per i miei gusti…” borbotto fra me e me.
“Lei dice?” risponde la voce calda e femminile della Domus “Dove sto sbagliando?”
“Devi diluire un po’ i tuoi interventi… Se saturi troppo le valenze creative con cui sei programmata, alla fine risulti un soffocante…”
“Diluire, signore?” replica la Domus, petulante “Provvederò.”
Ho sempre detestato le entità cibernetiche troppo servizievoli. Adagio le chiappe su una morbida bio/poltrona empatica, che manifesta un’ostilità famelica, nei miei confronti, tentando di fagocitarmi e forse perfino metabolizzarmi. Paprika se la ride di gusto.
In mezzo al salone sonnecchia un incongruente e impassibile maggiordomo robotico, uno di quei vecchi ruderi dall’espressione patetica e lacrimosa, con un sistema nervoso all’arseniuro di gallio e i circuiti emotivi ipertrofici. In stand-by i robot possono avere una pazienza pressoché infinita.
Inizialmente gli esemplari di questo modello erano stati progettati per l’assistenza agli anziani, ma poi facevano a tutti due palle così sulla loro triste infanzia sintetica e un mucchio di altre stronzate simili, per cui erano stati ritirati dal mercato. Paprika attiva quel buffo robot in un modo alquanto arcaico, percuotendo il suo polveroso cranio in lega metallo/ceramica con le nocche. Fa un BONK attufato, come avesse la testa piena di segatura.
“Bonk ai suoi ordini, segnorita Paprika!” gracchia, con la voce arrugginita dei vecchi robot e un improbabile accento napoletano.
“Cosa c’è in cambusa, Bonk?”
Con mia grande sorpresa l’inappuntabile maggiordomo, galvanizzato dalla possibilità di mettere in opera le sue capacità, indossa un cappello bianco e si trasforma all’istante in un irascibile chef francese, emettendo perfino due baffetti retrattili in lana d’acciaio. Ora parla con accento francese e promette mirabilia.
“Io è organismò scibernetìco canjante tuttofare, madamoiselle Paprikà! Voi lascia fare a moi, oui?”
Paprika mi lancia un’occhiata rassegnata.
“Va bene, monsieur le robot, ci fidiamo di te!”
“Non se ne pentirà, madamoiselle!”
Prima di parlare, Paprika aspetta che Bonk vada in cucina, per non stuzzicare la sua suscettibilità. Ma io la prevengo.
“Scommetto che il succo del discorso è che ci dobbiamo accontentare di quello che passa il convento, sbaglio?”
“Da cosa l’hai capito?”
“Me ne intendo abbastanza di robot da sapere che è praticamente impossibile insegnare a cucinare decentemente a un Q75, anche ri/inizializzando totalmente il programma!”
“L’hai proprio azzeccata!”
“Questo rudere si direbbe sfuggito miracolosamente alla famosa epidemia di suicidio dei robot di dieci anni fa, probabilmente innestata dalla casa costruttrice stessa per ritirare questo modello e rinnovare il parco/robot…”
Tuttavia devo ammettere che la buona volontà di Bonk è davvero commovente. Per una mezzoretta lo vediamo muoversi in modo slogato, come gli avessero messo troppo olio alle giunture, sul soppalco/cucina, friggendo e spadellando come un matto. Tutta una messa in scena, perché so benissimo che è una Virtual Kitchen, in cui le ricette vengono elaborate e cucinate virtualmente e alla fine un Sintetizzatore Gastronomico, un puro e semplice assemblatore atomico in fin dei conti, le sforna calde calde. Al massimo è possibile manifestare un certo tasso d’inventiva nel programmare il display opzionale.
Mentre ascoltiamo brontolare le nostre pance, le racconto i miei guai con la giustizia e anche le mie ultime avventure nel Mondo di Sotto. Lei confessa di essere ne’ più ne’ meno che una corpivendola d’alto bordo, che campa allegramente del suo lavoro. Una ragazza vera, ci tiene a specificare, non una di quelle replicanti da monta, con l’alito che sa di ozono, la pelle coltivata in vitro, troppo vellutata per essere vera, occhi a cristalli liquidi eccessivamente vitrei, artificiali, fatti apposta per spegnere il desiderio sessuale. Fa la passerella, per farmi vedere che è tutta roba genuina. Si vede che sa come indossare un corpo e come riconvertirlo in valuta sonante.
Ormai anche la prostituzione, dice, sta diventando una scienza esatta. Infatti lei è iscritta alla facoltà di Pornografia Pedagogica, dove attualmente si sta specializzando in coreografia da strip-tease. Sono veramente impressionato. Non pensavo che per praticare il mestiere più antico del mondo adesso ci volesse la laurea.
“Ti avverto, però, che non ho un soldo e…”
“Offre la casa! Adoro darla gratis, per puro divertimento, di tanto in tanto!”
“E il tuo capo, che dice?”
“Possiamo scopare con chi ci pare, purché non lo facciamo nelle ore di lavoro… Il mio magnager pensa che lavoriamo meglio se ci sentiamo libere!”
“Proprio un magnaccia illuminato, il tuo capo! Dov’è adesso?”
“Ha accompagnato tutta la scuderia da un cliente piuttosto in grana, per un’orgia collettiva…”
“E tu?”
“Avevo il mio giorno libero…”
“E se mi trova qui?”
“Non preoccuparti!… Per il Cinghiale il giorno libero è sacro!”
“Hai detto il Cinghiale?… C’era un mio amico d’infanzia che tutti chiamavano così…”
Ci interrompe lo chef tutto pimpante, spingendo un carrello pieno di vivande fumanti.
“Come primò Tortillàs de Cucarachà al miéle, tipìco piatto messicanò!” gracchia, nel suo francese maccheronico.
“Spero ardentemente che quelle tortillas non siano fatte con la materia prima suggerita dal nome!” sussurro nell’orecchio a Paprika.
“No preoccùpe, señor!” bisbiglia Paprika, ridendo “Sono scarrafoni di sintesi!”
Bonk continua implacabile il suo menù.
“Secondò: arrosto cashér di pechinés, mascellato secondò rigorosi prescettì ebraìci, ripieno di seppioline in agrodolsce…”
“Ma noi non siamo ebrei!” le seppioline che tracimano da uno spacco dell’arrosto si direbbero proprio prepuzi al sugo.
“Ma monsieur! Questa è cuscina internascionàl!” i servosistemi di controllo facciale devono essere un po’ difettosi, perché sembra che pianga.
“E il contorno?”
“Paté de soyà al forno, avec sformatò di spinasci e ensalata dello chef!”
“A quanto pare, degli spinaci è rimasto solo il ferro, eh?” dico, battendo con suono metallico sulla poltiglia verdastra con la forchetta.
“Ferro fa bene a globùli rossi, monsieur!”
Con grande savoir faire, il robo/chef estrae da un secchiello di peltro e stappa personalmente uno schifoso champagne d’alghe, con batteri raffreddanti eccessivamente solerti che, appena stappato, lo fanno diventare all’istante un blocco di ghiaccio. Siamo costretti a rompere la bottiglia e a mettere i pezzi di ghiaccio nelle coppe. Scongelandosi a poco a poco, lo champagne conserva un aspetto viscido e biancastro, come sperma con le bollicine.
“Buon appetitò!” dice, dinoccolando via, tutto cigolante.
Il cibo fa discretamente schifo, ma ho una fame da lupo e mi avvento famelicamente su quelle prelibatezze.
Più tardi, mentre i batteri mangiarifiuti dissolvono a poco a poco, sfrigolando, ciò che rimane del fiero pasto e Bonk ricicla piatti, posate e bicchieri nell’apposita macchina, fischiettando irritanti motivetti campionati, scendiamo all’Harem, al piano di sotto, per mezzo d’una scala interna. La camera di manovra è piena di gadgets erotici, spesso d’epoca, come il soprammobile di porcellana riscaldabile (o forse di porcellona), di forma inequivocabilmente fallica, che scopro dotato di telecamera, per videoscopie anali e vaginali che vengono mandate in tempo reale sul soffitto a cristalli liquidi.
“Divertente, ‘sto coso!” dico, schiacciando il pulsante e infilandoglielo dentro.
“Questo è ancora meglio!”
Da una scatoletta d’avorio estrae una specie di minuscolo cuscinetto a sfera che si fa sparare da me nella vagina con una cerbottana e subito il soffitto si riempie d’immagini bio/psichedeliche in movimento.
“Ti piace? E’ una sonda endoscopica a fibre ottiche, con telecomando, che visualizza l’attività vaginale nel corso della scopata!”
“Per le Trombe di Falloppia!”
Ci avvinghiamo sul sontuoso letto a baldacchino e mettiamo a nudo le batterie, mentre il mio pisello già si lecca i baffi. Ma Paprika sa come portare allo spasimo il desiderio e mentre esploro i suoi territori carnali con la lingua, legge poesie erotiche tratte dalle Mille e una Notte, in un arabo secco e friabile come un biscotto, poesie che a suo dire predispongono alla copula. Non ci capisco un’acca, eppure quelle secrezioni erotiche sonore mi fanno sprizzare libido da tutte le sinapsi.
Quando sguaino l’arma letale, che alza subito la testa come un serpente, pronto a balzare sulla preda, Paprika lo spennella per bene con una mano abbondante di elastomeri/condom a presa rapida.
“Sali a bordo, alza il periscopio e fai immersione rapida, marinaio!” dice, con un sorriso lascivo e una voce piena di fremiti e promesse “Dammi gli input più hard, mia potente macchina del piacere!”
Senza farmelo dire due volte lo immergo con un affondo potente nella sua sciabordante e urente vagina mentuloprensile, già spontaneamente arroventata. Sembra di sbatacchiare a tutta callara un sacchetto di popcorn scoppiettante e Paprika ce la mette tutta per mandare in corto circuito i centri psichici del piacere, rollando e beccheggiando come una barca alla deriva sul mare del delirio. Roba da torcicollo fallico!
L’attività adrenalinica le accende su una guancia un tatuaggio anamorfico fluorescente, raffigurante un disegno erotico giapponese. E la mimica facciale, provocata dal piacere, fa scopare come matti i piccoli amanti giapponesi. Giurerei che il suo delirio non è affatto addomesticato. Ma non si può mai dire, con una professionista.
Intanto la sonda endoscopica miniaturizzata corre follemente nelle cavità uterine, trasmettendo in tempo reale sullo schermo gigante che occupa l’intero il soffitto, la suggestiva psichedelia dell’attività sanguigna e linfatica di Paprika, nel corso dell’amplesso, mentre, in un profluvio sonoro di musiche erotiche, la complice Domus sottolinea il nostro furore erotico con l’appropriata versione psicocinetica dell’Uccello di Fuoco di Stravinsky. Una vera inondazione dei sensi.
Anche Bonk è sceso giù all’Harem e assiste in fregola ai nostri amplessi. Pur conservando una robotica imperscrutabilità nel suo sguardo metallico, a giudicare da un leggero tremolìo parkinsoniano, deve avere i circuiti erotici surriscaldati.
A forza di scoparsi uomini e donne d’ogni etnia, in tutti gli orifizi possibili, il sesso è diventato per Paprika un banchetto regale, con un’infinità di strepitose portate internazionali. Fa pompini alla bolognese, dice parolacce arabe, ha un culo brasiliano, il nasino alla francese, le gambe scandinave, le tette da africana, fotte all’italiana, se ne viene in inglese, cade in catalessi e russa.
Dopo i furori erotici, in un’inerzia da sfinimento, me ne sto un po’ lì, affondato nei cuscini, a rimestare i pensieri, sorseggiando una birra scura di malto/soya che mi porta Bonk, contemplando le ombre geometriche, che s’intrecciano nella stanza come un quadro cubista. Ombre create dall’immenso chiar di luna, accampato sul gigantesco mantello del silenzio che avvolge la fatata immobilità della notte. Oltre la grande vetrata quadrettata, la luna appare rossastra, ulcerosa, malata, forse perché, anche se qui dentro il microclima e l’isolamento acustico sono perfetti, là fuori l’atmosfera crepita d’ozono e batteri mangiasmog. Insomma il motore della città romba incessantemente. Giù in strada, trenta piani più sotto, solo insegne intermittenti e implacabili o desolati semafori notturni, continuano malinconicamente a fare il loro dovere, dimenticati da tutti.
Invece qui, a parte il sommesso russare di Paprika e il costante tubare delle solerti tubazioni in metallo psicoconduttivo, che simulano il sistema nervoso d’un organismo vivente, c’è un silenzio tiepido, di cui si può quasi percepire un profumo ferormonale aleggiare nell’aria. Come per magia, un momentaneo black/out quasi totale della megalopoli fa trionfare la notte per qualche istante e improvvisamente un cielo stellato quasi miracoloso si stende lattiginoso come un sudario sul Gorgo, immenso sepolcreto dei vivi. Solo i fari delle automobili che ancora s’avventano furibonde sulla strada o le luci di posizione degli elicar scavano effimeri coni di luce fra le grandi estensioni di silenzio dei canyons dei palazzi.
Mentre la notte insonne sembra in attesa d’un suono o forse d’un sogno urlante sfuggito ai dormienti, la languida, struggente anatomia di Paprika, profumata di penombre, mollemente distesa fra le braccia di Morfeo, è sufficientemente decorativa per dare un apporto estetico significativo a tutto l’insieme, evocando lo splendore trascendentale d’un altro corpo che desidero e mi manca.
L’inossidabile Bonk è ancora accanto a me e attende ordini, immobile come una mummia. Vedendo che mi sono accorto della sua presenza, chiede con grande discrezione se, prima di deprogrammarsi, mi deve praticare qualche trattamento erotico/domestico standard o ho qualche altra preferenza particolare.
“Sono programmato per ogni tipo di raffinata perversione, signore, omo o eterosessuale!”
“Perchè non vai al diavolo, Bonk?”
“Anche le trasgressioni demoniache e la Magia Nera Applicata rientrano nelle mie capacità, signore… Allestisco una Messa Nera?”
Provo a disattivarlo con una botta alla testa. Funziona. Ma ancora non riesco a dormire per un pezzo e solo quando la ferrea matematica delle tenebre comincia già a mostrare le prime crepe di luce che annunciano la decadenza della notte, sprofondo finalmente in un sonno pesante, bituminoso, pieno di sogni oscuri e focomeliche danzatrici senza braccia e senza gambe.
Dopo un sonno sodo come un uovo alla coque, quando già il mattino è un’allegra spugna che s’imbeve sempre più di luce, un odore dolciastro e inebriante mi titilla le narici in fase di risveglio. La radente luce mattutina provoca in me un vero soprassalto estetico, illuminando gloriosamente i curvilinei possedimenti carnali di Paprika, intenta ad accendere decine di bastoncini d’incenso, attorno al letto, per condire il desiderio con qualche spezia orientale, prima di riprender la tenzone mattutina. Le sue tette spiritose color bronzo danzano allegramente a ogni movimento, oniricamente immerse in un groviglio di riccioli di fumo variopinto. Il loro aspetto vagamente rosolato fa venire l’acquolina in bocca, provocando un subitaneo risveglio ormonale.
Una caffettiera fa le fusa su un tavolino e il sintetizzatore alimentare biologico fa coccodè, avvisando che ha prodotto due freschissime uova cubiche per la colazione. Vedendomi sveglio, il candido sorriso di Paprika scintilla come una collana di perle preziose e i suoi occhi lucenti e allegri, colmi d’ebbra avidità, lanciano sguardi ironici al mio membro già eretto ed emozionato a dovere.
Dopo le nuove tenzoni amorose e aver ululato a lungo assieme sotto una doccia ostinatamente fredda, Paprika esce per andare al suo corso universitario di Danza Strip e io mi lascio avvoltolare dalla logica procrastinante d’una languida pigrizia, colmando il mio temporaneo vuoto temporale pisolando un po’ fra quelle morbide lenzuola, dopo tanti mesi di vita errabonda.
Ho già detto che odio le Domus troppo solerti, che spiano ogni tua mossa, prendendosi la briga di prevenire ogni tuo desiderio, decidendo cosa dovresti fare, vedere, mangiare, cercando di far sì che la tua unica preoccupazione sia quella di startene lì a respirare. E dopo avermi fornito una sontuosa colazione e ossessionato con un mucchio di cose non richieste, prima di potermi rendere conto di cosa diavolo stia accadendo, il Sistema Domotico si preoccupa anche della mia evacuazione mattutina, diffondendo una musica a vibrazioni lassative, basata su frequenze modulate in modo da produrre i movimenti peristatici appropriati e farmi correre difilato al cesso.
Seduto sul trono degli incontinenti, studio il mio volto allo specchio, trovandolo smagrito, ma anche stranamente inedito, sconosciuto e misterioso, affilato dall’inebriante richiamo dell’avventura. E mentre ancora cerco di decodificare chissà quali significati occulti nella mia nuova fisionomia, sento parecchie voci all’ingresso. Evidentemente il padrone di casa è tornato.
Una delle ragazze corre al bagno a pisciare e mi trova in quella imbarazzante posizione. Ridendo corre a chiamare le altre.
“Ragazze, ragazze! C’è un uomo nudo sul cesso!”
Poco dopo la porta incornicia i volti di sei ninfette che ridono come pazze.
“Ciao! Come va?” balbetto, facendo l’indifferente, con la manina che fa ciao ciao. Ma mi sento addosso un senso di inadeguatezza, come quando da ragazzo mi scappava una scorreggia a un party.
Dietro a loro finalmente arriva il Cinghiale, che si muove con calma monumentale su una sedia a rotelle computerizzata, probabilmente interfacciata con le sue onde cerebrali. Riconosco immediatamente il mio amico d’infanzia. Oltre che paraplegico, nel frattempo è diventato pingue ed effeminato come un eunuco, ma ha sempre quel suo viso butterato come la faccia da culo della luna e le sue enormi orecchie a sventola sono inconfondibili. Soprattutto è irsuto più che mai, come il suino da cui ha tratto il nome di battaglia. Da bambino rubava cappotti nei ristoranti affollati per rivenderli a Porta Portese, dopo aver svuotato le tasche da soldi e altri oggetti di valore.
“Embe’? Chi è, ‘sto tizio?”
“Cinghiale!” esclamo allegramente “Non ti ricordi di me?”
Il Cinghiale mi guarda interrogativo e finalmente s’illumina d’immenso.
“Chemme venga l’itterizia! Fritz er Gatto? Me credevo ch’eri morto e soterato!” anch’io credevo che fosse morto e sotterrato il mio nomignolo da ragazzo “Chi t’ha fatto entra’? Paprika?”
“Potresti… ehm… aspettarmi di là un minutino?” m’imbarazza terribilmente l’idea di pulirmi il culo davanti a tutte quelle ragazzine ridacchianti.
Poco dopo, riacquistata la mia dignità grazie a un accappatoio rosso, posso finalmente affrontare una conversazione. Trovo tutta l’allegra famigliola riunita nel salone, al piano di sopra, con l’ineffabile Bonk intento a servire in guanti bianchi del syncaffè. Le ninfette sono stravaccate nelle più varie posture su divani, sedie e puff. Una ragazzina tahilandese se la gode un mondo a farsi fagocitare dall’affettuosa poltroncina empatica, evidentemente il gatto di famiglia.
“Te trovo ‘n po’ mencio, Gatti’…” dice il Cinghiale, dopo un affettuoso abbraccio. Anche se ora ha fatto i soldi e ha messo su una certa strafottenza, da uomo di panza, abbracciandolo mi rendo conto che la sua puzza di sudore rancido è quella di sempre.
“Avevo sentito di’ che facevi er tecnosciamano o quarcosa de simile…” parla ancora facendo un sacco di smorfiette leziose, come se qualcuno gli stesse infilando un animaletto peloso nella schiena “Sbajo o ciavevi puro la Madama che te respirava sur collo?…”
Sorseggiando il caffè sintetico, gli racconto del mio naufragio esistenziale, dei miei guai con la legge e con la tecnologia, della mia fuga sotterranea, nel tentativo di far raffreddare un po’ le acque. Le ragazzine sembrano divertirsi un mondo, alle mie disavventure. Lui va subito al sodo.
“Come stai a grana mo’?”
“Hanno bloccato la mia carta di credito e il mio portafoglio è piatto come l’encefalogramma d’un cadavere!”
Il cuore di un Cinghiale non è certo quello di Biancaneve (anche se la perfida Regina della fiaba ha creduto che lo fosse e se l’è mangiato di gran gusto) e magari è peloso come il resto dell’epidermide, eppure il mio vecchio amico d’infanzia lo mette nelle mie mani, bypass compreso. A modo suo il Cinghiale è un gentiluomo e non dimentica tutte le volte che, ai vecchi tempi, l’ho tolto dai guai. Nonostante un’etica precocemente infetta, non pensa che certe cose cadano in prescrizione.
“‘N favore ar Cinghiale è come apri’ ‘n conto ‘n banca!”
Per sdebitarsi dei tempi andati, il buon Cinghialozzo non solo mi offre vitto, alloggio e omertà, ma mi dà in uso anche l’intero harem delle sue puledrine su tacchi a spillo, giusto per scaldarmi a dovere il letto, dice. Per dare giusto risalto alla propria generosità, fa fare la passerella alle sue protette, circumnavigando il salone sulla sua carrozzina per enumerare le loro qualità e specialità erotiche, come un imbonitore da fiera. In quel momento rientra Paprika, bacia sulla bocca il Cinghiale e fa la passerella con loro, sculettando ironicamente, come la caricatura d’una modella.
“Belle gnocchette, eh?… Sembra che te ‘mplorano d’esse stuprate! Tutta roba bbona, in grado d’attira’ valuta preggiata!” fa frinire i polpastrelli come contasse sacchi di banconote “Larghe de manica e de fregna!… Gnente ostriche morte, dar Cinghiale! Mica so’ ‘n pataccaro che te rifila ‘e repliche!… Solo articoli de pura pelle umana!” scopre entusiasticamente i loro seni, come un mercante di schiave che cerca di alzare il prezzo dei lotti in vendita “C’ho ‘nvestito ‘na cifra pe’ lipoinniezioni à le tette, sa?… Li clienti vonno carne giovane e le regazzine so’ sempre sottosviluppate, sotto er profilo mammellesco…”
Finalmente, ricordandosi che quella notte le ragazze non hanno dormito, il Cinghiale frena la sua incessante logorrea e decide di salvaguardare il capitale e mandare a nanna l’intera scuderia delle corpivendole, giù all’Harem. Tutte lo baciano affettuosamente, come fosse il loro paparino.
“E cercate de riposa’… Nun ve sciupate a fa’ le lesbicate, eh!…” dice ammiccando maliziosamente.
Cap. XIII KIDZ
L’elicar personale del Cinghiale, che tiene parcheggiato sul terrazzo dell’edificio in cui abita, è una specie di prolungamento della carrozzina, che emette pseudopodi meccanici con cui s’innesta direttamente alla consolle del computer di bordo. Dopo un volo di pochi minuti, atterriamo a Piazza della Rivolta e, forse per una Legge del Contrappasso, veniamo circondati da una ghenga di baby/taglieggiatori, che ci puntano addosso armi di tutti i tipi, con una grinta da far paura. Un branco di famelici lupacchiotti, a cui si sta risvegliando il gusto atavico del sangue.
“Vedete d’anna’ a gioca’ da ‘n’artra parte, regazzi’!” ringhia il Cinghiale, flemmatico.
“Tu sgancia dinero e noi lascia andare, sahib!” strilla minacciosamente il capo, una specie di nano malefico, che sembra fuggito da un vecchio libro di Kipling ristampato a Città del Messico. Indossa una specie di costume tribale, formato da feticci high tech, pescati in qualche discarica.
Ora che sono adulto, mi fanno un po’ ridere queste grottesche caricature di machi in miniatura, scolari di strada della pedagogia della violenza. Soldi di cacio con più fegato che cuore, che diventano pluriomicidi in un’età in cui i coetanei più fortunati sono ancora alle elementari. Bambini gettati via con l’acqua sporca, da cui deriva una cronica avversione all’uso del sapone, da genitori privi di ogni possibilità di mantenimento, buttati a mare nell’esistenza perché imparino a nuotare da soli. Rottami generazionali che si vedono razzolare nelle discariche, a caccia di qualcosa di commestibile o di rifiuti rivendibili o barattabili, che già proiettano dietro le spalle la lunga ombra della morte.
“Lassa perde, pischelle’, o so’ guai…” ripete flemmaticamente il Cinghiale “Mo’ to ho detto!”
“Tu non fa paura, grossa montagna di lardo!” il capetto indù espira lentamente del fumo dalle narici, con gli occhi socchiusi come ostriche, per darsi un’aria disinvolta e crearsi attorno una cortina fumogena protettiva, che forse serve a nascondere l’imbarazzo del leader che non sa più che pesci pigliare.
“Mo’ m’avete proprio scocciato!” urla il Cinghiale.
L’apparato d’autodifesa della sua simbiotica carrozzina emette una bolla gelatinosa che avviluppa la prima fila di ragazzini. Tutti gli altri fuggono urlanti. Ci allontaniamo lasciandoli lì, imprigionati come mosche in una ragnatela, a urlare terrorizzati, contorcendosi nella sostanza vischiosa nel vano tentativo di liberarsi.
“Aho’ Frizze, che dovemo fa’ co ‘sti pischelli?… So’ sempre più cagacazzi, sa?”
Sembrano passati dei secoli da quando eravamo noi a sciamare in orde ringhianti e bellicose, con pistole ad acqua caricate a vetriolo, da scaricare addosso ai neo/perbenisti recalcitranti a versare il loro obolo a favore dell’infanzia abbandonata. Per noi pischelli di strada la vita era una medicina cattiva, dura da trangugiare, ma vista attraverso la nostra mentalità grezza, priva di sfumature, anche qualcosa di semplice, come la disperazione stessa o come l’egoismo, unico sentimento per noi attendibile.
Dato che ero ancora piccolo, quando assaltavamo i Ratti Abbienti, come li chiamavamo, la mia specialità era il primo approccio. Chiedevo petulantemente l’elemosina e poi disorientavo la vittima mettendomi due dita in gola e vomitandogli addosso, mentre l’orda era in arrivo.
“Che ne sarà di quei poveracci imprigionati in quella schifezza?”
“Nun te preoccupa’… In cinque o sei ore ‘a gelatina perde ‘a viscosità e li regazzini so’ liberi d’anna’ a fa’ ‘n culo!”
Un gatto dallo sguardo stranamente umano, ci osserva dall’alto di un muretto. Solo i gatti più scafati o i cani più malvagi sopravvivono, da queste parti, perché devono essere abili a sfuggire ai cacciatori urbani di frodo, che li vorrebbero ammirare in un forno, con contorno di patatine.
Il Barracuda è sempre lì, al solito angolo, a fare da mercatino rionale per ladri e ricettatori, uno di quei posti che non mancano mai, nei quartieri malfamati e servono da snodo a tutti i fattacci in accadimento, perché qui si può affittare un killer, una puttana, trovare droga introvabile, perfino bere una semplice grappa di soja, se ti gira.
Non conoscendomi, un paio di gorilla ammaestrati sulla soglia mi lanciano un’occhiata impersonale, priva di curiosità. Hanno un’espressione talmente stereotipata da sembrare in rigor mortis. Entrando veniamo investiti da un sentore tronfio e stantìo di foia e sudore, mescolato a un odore rasposo di barbacce spinose e aromi sparsi di droghe e gonne stazzonate.
Il vecchio cyber/bar in stile carcerario, del genere new/Alcatraz, cerca di assomigliare il più possibile ai bar malfamati di certi vecchi movie noir, per far sì che i vecchi movie appaiano ancora credibili. La già trucida atmosfera fluo/techno/vinilica del Barracuda è stata ulteriormente arricchita dalla devastante hypermusic emessa da uno Psicobox, una di quelle macchinette infernali che “leggono” in modo rudimentale l’ambiente, tramutando in musica gli impulsi psichici, il battito vitale e il movimento, si direbbe, peristaltico, dei presenti. Una musica della baldanza e della tracotanza, pericolosa per la salute mentale di chi non sia psicopatico di natura, perché in essa c’è contenuta tutta l’idolatria della violenza di chi la produce. Il tutto è condito con porno/olografie danzanti che fluttuano e si fondono come fantasmi coi loschi figuri locali, che sembrano aver vinto i premi sbagliati a qualche demenziale lotteria genetica.
Dopo la Grande Rivolta del Gorgo, la mancanza di controlli sociali ha reso la criminalità sempre più arrogante e generalizzata, facendo spuntare come funghi decine di boss di mezza tacca, bòssoli si potrebbe dire, disposti a metter su dei racket e a far pagare il pizzo anche ai gestori delle latrine. Piccoli delinquenti nati guerci per prender meglio la mira, sempre in fremente attesa d’un avvicendamento ai vertici e a lotte senza quartiere per questioni dinastiche. Nel frattempo tutti si accontentano di coltivare patetiche fantasie di mirabolanti imprese malavitose, con cui scalare gli ambiti disonori delle cronache e aprire filiali in tutti gli obitori della megalopoli.
Nell’aria si respira uno strano senso d’urgenza, ma non si sa di cosa. Un’urgenza inespressa che affila e rende tagliente l’odio reciproco represso. Da queste parti vanno ancora forte le vecchie armi da fuoco, non solo perché una buona pallottola parla ancora più forte e chiaro delle parole, ma anche perché fa più fracasso, più festa paesana e ha un effetto più sanguinario e devastante, più splatter, dell’asettico laser.
A un tavolo alcuni giocatori ci guardano immobili, con le carte a ventaglio, salutando coi loro lerci sorrisi il Cinghiale che si tira le pose da faraone del quartiere. Hanno tutti l’aria di chi grufola al truogolo del ras e non vuole mollare la presa. Da ‘ste parti nemmeno i cani muovono la coda per nulla e chi porta la coda fra le gambe è pronto a divorare, in caso di bisogno, le bistecche delle sue stesse chiappe. Forse l’amicizia del Cinghiale potrebbe rivelarsi più pericolosa d’una inimicizia, ma al momento è tutto quello che ho.
Il barista è un cyborg calvo dalla voce melliflua che ridacchia continuamente, nel vano tentativo di riuscire simpatico a tutti. In fronte ha una specie di sfintere, come se gli avessero estratto una pallottola, senza richiudere il buco. Notando che sto col Cinghiale, comincia a ridacchiarmi istericamente addosso.
“Serata fiacca, Cinghia’…” dice, con un sorrisetto triangolare “Nun se batte chiodo!”
La sua faccia imbambolata riceve dal basso il riverbero fluorescente d’una cravatta gialla a cammelli fucsia, sul cui retro immagino ci sia la solita cartucciera per la Paradisina, quella nuova droga nervina in supposte, che si dice renda allucinogena anche la merda, fomentando la coprofilia dei tossici. La cravatta double/face è un vecchio trucco dei baristi/spacciatori, dovuto al fatto che i robocop della narcotici non sono programmati per perquisire le cravatte.
Ci sediamo in fondo al locale, vicino ai cessi e all’uscita di sicurezza, per ogni evenienza, dove la musica giunge un po’ più ovattata ed è possibile conversare più tranquillamente. Mi sento scrutato e soppesato da apocalittici e disintegrati d’ogni tipo e formato. Qualcuna di quelle teste di minchia potrebbe aver avuto notizia della taglia che pende sulla mia testa, così avrei preferito rimanermene tranquillamente a casa. Ma il Cinghiale ha insistito con invadente affetto per portarmi con sé, magari solo per mettere alla prova il suo potere. Con lui, assicura, sono in una botte de fero, non è uno di quelli che si fanno mettere i piedi in testa o il naso nel piatto, lui!
Vicino al cesso c’è una scassata macchinetta gratuita per fellatio della Lips Service, con registro labiale regolabile. La gratuità di queste macchinette deriva dal fatto che riforniscono le Banche dello Sperma. Sembra che il fecondo seme animalesco di quelli dei bassifondi, considerati a torto o a ragione vere e proprie banche ambulanti di sperma, sia molto richiesto dagli sterili ed asettici membri della Middle Class. Ma a me viene il sospetto che in questo posto di merda lo sperma lo usino invece per risparmiare sulla maionese dei tramezzini.
Il Cinghiale considera questo posto una specie di ufficio, dove prende i contatti, vede le persone, organizza le orge, vende biglietti per lotterie pedofile. Per ragioni di sicurezza, preferisce che casa sua ne rimanga fuori. Pur essendo fuori concorso, dal punto di vista erotico, dato che una decina di anni prima qualcuno ha provveduto, per una faccenda di vendette trasversali, ad amputargli gli zebedei, rottamandolo a furia di botte, il Cinghiale s’è organizzato un bel business sessuale, specializzandosi soprattutto in teen/ager di carne vera. Oltre al solito sesso di routine, affitta ninfette/tangente e ninfette/mancia, organizza stupri etnici a pagamento e aste di minori per ricchi coccodrilli capitalisti.
“Mo’ me chiamano er Doctor Sex!” dice orgogliosamente, mostrandomi il logo col suino rampante, impresso a fuoco sulla copertina del catalogo.
Dalla foschia azzurrognola stagnante nel locale, cominciano a emergere mezzi uomini e quarti d’uomo, mafioselli, iene, guappi e picciotti assortiti dalle pacchiane oreficerie, che comprano biglietti della lotteria pedofila o si mettono in lista d’attesa sul notebook del Cinghiale per delle ammucchiate. Le sue manone gonfie, rosse e nodose come tuberi, sfogliano il catalogo con l’orgoglio dell’allevatore di giumente da riproduzione. Le sette ragazze della sua scuderia vi sono ritratte in azione, in erotiche foto tridì, oltre a decine di altri adolescenti nudi d’entrambi i sessi, puledrini e puledrine di tutte le razze, bionde, brune, pezzate, dediti alle prestazioni più spettacolari, oltre a qualche marchetta free/lance e part/time a cui fa solo da magnager.
Con mio grande sbalordimento, su quel catalogo trovo anche una foto di Maya pre/adolescente che si direbbe scattata non molto tempo prima di essere portata al Centro di Cyberpsichiatria Sperimentale. E’ nuda, in una posizione provocante, ma ha lo sguardo vacuo di chi forse è in preda a sostanze psicotrope.
Di colpo la realtà circostante diventa per me una sorta di appiccicoso fluido sarcastico o un gas esilarante, che vorrebbe farmi ridere a crepapelle quando non c’è un cazzo da ridere. Per mascherare la mia folle ilarità isterica sorseggio qualcosa che ha tutto l’aspetto e perfino il sapore di orina ghiacciata.
Approfitto del fatto che qualcuno indica la foto di Maya, per chiedere a mia volta di quella strana ragazzina cinese. Dice che quella è Fior di Loto, fuori catalogo da quasi due anni. Continua a tenere la foto perchè dà classe all’insieme, ma è stata con lui solo sei mesi o giù di lì. L’aveva vinta al gioco da un tizio a cui era stata venduta, ancora novizia d’amore, da un trafficante di bambini da stupro che aveva detto d’averla rapita in un cimitero, dove viveva con un gruppetto di bambini selvaggi. Ho un sussulto. Dopo essere entrato in contatto onirico con Maya, grazie all’Onirikon, avevo spesso sognato quel cimitero!
Il Cinghiale dice che ai clienti Fior di Loto piaceva molto per la sua aria innocente, mentre faceva le cose più perverse. Quel vecchio furfante ammette di averla tenuta spesso sulle ginocchia, anche se il suo stato fisico non gli permetteva un gran che, a parte certe titillanti oscenità su cui sorvola ma che mi mandano il sangue alla testa.
“Ce so’ dei momenti in cui è dura nun pote’ spende er proprio capitale sessuale!” dice, ghignando amaramente. Ho stampato in faccia il sorriso stereotipato d’un esaminando sotto torchio, alle cretinate del professore, ma mi viene la tentazione di affondare le mani fra le balze di ciccia del suo collo e strangolarlo.
“E poi?” chiedo, con lo stomaco corroso dall’acido solforico “Che fine ha fatto quella ragazzina cinese?”
Con una flemma venata d’una lieve nostalgia, il Cinghiale racconta che Fior di Loto è uscita di testa, dopo essere stata affittata a un cinese, scomparendo nel nulla.
“Ti ricordi come si chiamava, quel cinese?”
“Boh?… Ping Pong o Chi Fu, o quarche artro cazzo, chiedije a Paprika… Dice che s’è fatto surgela’ ‘n sacco d’anni fa, pe’ evita’ ‘e tasse, o forse li creditori o ‘a mafia cinese o magara tutti quanti!”
Secondo il Cinghiale, quel cinese ha una barca di soldi e si fa disibernare ogni tot anni, per controllare gli affari, farsi qualche orgetta, inchiappettarsi qualche ragazzina e giocare al lotto i numeri che sogna nel corso del suo sonno surgelato. Mica scemo. Praticamente si arricchisce dormendo. Non si sa da dove venga, ne’ dove scompaia, ‘sto cazzo di cinese, dopo aver consumato. Ogni tanto si materializza sullo schermo del computer del Cinghiale e si prenota qualche scopata. Gli piace avere commercio carnale soprattutto con le puledrine di primo pelo. L’ultima volta che è apparso, un paio d’anni prima, appena ha visto una foto di Fior di Loto ha insistito per averla subito, a qualunque prezzo, assieme ad altre due ragazze.
Anche se mi riprometto di fare indagini più approfondite, per il momento preferisco lasciar cadere l’argomento.
Fior di Loto… Maya… Chi è veramente? La sua personalità è talmente sfuggente che sembra si divincoli, si biforchi, perda la sua consistenza nella mia stretta psichica, sedimentando nuove interpretazioni ad ogni piè sospinto.
Una biondona popputa, da sfoggio, ci gironzola attorno, nel suo ridotto abituccio luminescente, lanciando al Cinghiale sguardi concupiscenti. Ha seni di grosso calibro e un corpo che riempie il vestito in un modo assolutamente emozionante. Probabilmente vorrebbe entrare a far parte del prestigioso catalogo col suino rampante e suppongo si sia tirata a lucido perfino la fica, per l’occasione. Ma anche se cerca di sottolineare la morbidezza e la carnosità delle labbra con un piccolo broncio infantile, deve essere almeno sulla ventina e lo sanno tutti che il Cinghiale tratta solo lolite al di sotto dei sedici anni.
Intanto, fra un cliente e l’altro, parlando con la bocca piena e infilzando al contempo con la forchetta dell’untuoso shish-kebab di cane randagio, ignorando ostentatamente un petulante sensore lipidico da polso, che trilla inferocito, il Cinghiale mi racconta quello che sa degli altri kidz della nostra ghenga di bimbastri. Piccoli mostri crescono, si sa.
“Too ricordi Tony Passerina? Je procuro quarche schiava, de tanto ‘n tanto…”
Intende schiave a nolo, da legare e frustare. Tony è diventato una vera star del ghetto, ma non ha perso la sua passione per il sado/bondage che aveva già quando era solo un piccolo macho di strada. Ricordo la sua improbabile capigliatura color salmone e la sua incredibile abilità di ladro e lanciatore di coltelli. Mi aveva insegnato i principali rudimenti del borseggio da metropolitana, approfittando del ritmo dei sussulti e delle curve. Secondo lui rubare i portafogli era un’opera filantropica perché grazie a noi quegli idioti evitavano la sciatica da tasca piena, a causa del gonfiore delle carte di credito sul retro dei calzoni. E alleviando la pressione dei portafogli sul cuore, aiutavamo i poveri riccastri lardosi a evitare gli infarti.
“Non pensi che dovresti dare una bella vacanza al fegato, di tanto in tanto?”
“Lo dice puro lui!” ride, indicando il sensore lipidico, quasi paonazzo dall’indignazione.
“E allora perchè lo usi?”
“Me piace farlo ‘ncazza’!” ride come abbaiasse (o forse sta solo abbaiando come ridesse)
Mi racconta di altri kidz talmente tosti da finire per essere tostati dai laser. Come il Caprone, il temerario del gruppo, a cui qualcuno ha inculcato il senno di poi attraverso un bel foro in fronte all’altezza della ghiandola pineale, spalancandogli il terzo occhio solo quando è troppo tardi. Oppure er Latrina, strenuo pedofilo, (ricordo gli occhietti crudeli che sembravano far parte integrante dei culi di bottiglia delle lenti, spessissime) che è stato sodomizzato per vendetta con un tubo di dinamite a miccia corta, diventando carne macinata. O lo Smaranga, che si divertiva già a quei tempi a giocare alla roulette russa di pasticche. Attualmente, dice il Cinghiale, è in Ramadan, per amore.
“In Ramadan?”
“Se sta’ a disintossica’… Ma so’ promesse de marinaio, quanno che sei a rota, sei fregato!”
“E il Gonzo? La Topina?”
“Er Gonzo è sparito… ‘A Topina fa ‘a mignotta pe’ comprasse l’optionals sessuali e li vestiti secsi pe’ prostituisse…”
Già. Il corpo era tutta la nostra proprietà, sotto il sole, possesso e bene di scambio. Così le bambine erano costrette a imparare precocemente tutti i trucchi delle pupe per sedurre i maschi. E alla Topina piaceva farsi contendere a suon di pugni e poi concedere al contuso vincitore il privilegio di appartarsi con lei, lasciandosi toccarle ruvidamente in zona erogena e assumendo complicate posture amorose, copiate dai siti porno, fingendo di provare orgasmi immaginari. Una volta anch’io, verso i sette anni, ero riuscito ad ottenere tale privilegio, senza riuscire a capire cosa diavolo avessi vinto, dopo tanta fatica.
Eravamo vecchi bambini, costretti a imparare a rifarsi il letto ancor prima di nascere, bambini ignari d’essere bambini, perché più abituati al desiderio che all’appagamento. La curiosità sessuale aveva una parte non trascurabile nel nostro processo di crescita. E nel Gorgo il processo veniva brutalmente accelerato da chi aveva il privilegio prevaricante d’essere anagraficamente adulto. Così spesso le bambine venivano estroflesse a forza dalle proprie mutande da qualche adulto o dai loro stessi padri, per una sana scopata didattica non appena smettevano di fare la pipì a letto. E quando ancora giocavano con le porno/bambole, venivano già avviate alla prostituzione infantile e a sette anni erano già scafate odalische che facevano con candore angelico ogni genere di porcherie coi grandi.
Nel tempo dilatato dell’infanzia, quando i giorni durano anni e gli anni intere eternità, i bambini vorrebbero crescere in fretta e ciò rende l’infanzia un periodo ancor più interminabile, colmo d’una energia traboccante. Avevamo i piedi quasi fritti dall’impazienza, quasi ci terrorizzava, l’idea di fermarci anche solo per un minuto. Eppure, nella nostra esistenza senza avvenire, insultati dalla vita solo per il fatto d’essere stati messi al mondo, non c’era tempo per crescere. Forse proprio per questo crescevamo fin troppo in fretta, tentando di scimmiottare i grandi, ma diventandone solo una grottesca parodia. I più scafati venivano brutalmente strumentalizzati dagli adulti, che li usavano con spietato cinismo per gli incarichi più sporchi, sapendo che i piccoli killer non temono la morte, non conoscendo il significato della vita.
Chi è affamato è isolato, vede solo se’ stesso, non ha amore per il prossimo ne’ alcun senso di solidarietà. L’immaturità, vissuta in gruppo, non riesce mai a diventare adulta e ogni perdita individuale, è come l’amputazione di un arto d’un organismo collettivo. Forse i sociologi e gli antropologi che ci studiavano sotto il vetrino dei loro monitor, accarezzando le loro barbette a punta, ci avevano chiamavati Shit Generation perché i nostri giochi preferiti erano spesso a tema scatologico o coprolalico. Forma mascherata di sessualità escrementizia, avrei scoperto in seguito, con cui i bambini tentano di evacuare le esperienze negative.
A volte giocavamo alla guerra chimica o fingevamo di suicidarci di scorregge con sacchetti di plastica pieni di volatile gas metabolico. Ma il nostro gioco preferito erano puzzolenti gare di defecazione, incitandoci l’un l’altro con interiezioni escrementizie, versacci, mossacce, rumoracci a scopo lassativo, eleggendo una giuria che giudicava severamente le più eccezionali imprese scatologiche, soppesando dimensioni, forma, consistenza e puzza delle loro manifatture fecali, fino a eleggere il Cagafagioli del Secolo.
Per il privilegio di appartenere a questa Shit Generation, a cinque anni anch’io avevo subito il rito d’iniziazione della gang. Vale a dire che ero stato picchiato a sangue da tutti gli altri membri e poi mi era stato tatuato uno scorpione, nostro animale totemico, su una chiappa. Rituali copiati dai grandi, come le grasse barzellette hard-core che pendevano come salumi andati a male dalle nostre labbra infantili.
Eppure l’infanzia, bella o brutta che sia, costituisce pur sempre la mitologia dell’individuo e mentre sorseggiamo un secondo syncaffè (schifoso come il primo) io e il Cinghiale ridiamo fino alle lacrime, rievocando con umorismo, tenerezza e perfino nostalgia le vecchie storie morte della nostra infanzia cancerogena, quando giravamo in branco, a zonzo nella kasbah del Gorgo, cazzeggiando e scorreggiando a squarciagola, per fingere allegria, attanagliati dal perenne tormento della fame o forse solo affamati di tormento, ignari d’essere piccole cavie antropologiche, studiate da pedestri pediatri pedofili di tutto il mondo.
Andavamo a caccia di ratti abbienti sui sudici canali d’asfalto, ingombri di veicoli in lento movimento per chissà dove, scavalcati da veicoli insettoidi dei robocop, veicoli bizzarri dalle ruote retrattili, dotati di lunghe zampe, per scavalcare le altre macchine in caso d’ingorgo. Prima dell’abolizione del traffico privato, a volte gli ingorghi duravano per giorni e giorni, con elicotteri della Protezione Civile che portavano i rifornimenti agli automobilisti intrappolati, mentre noi provvedevano ad alleggerirli del superfluo, con un coltello puntato in gola. Rapine feroci e piagnucolose, in cui molti di noi ci lasciavano le penne, magari arrostiti dai laser della polizia.
I bambini sono spesso assassini, nella loro fantasia. Ma per noi c’era scarsa differenza fra realtà e fantasia e l’omicidio era un fatto normale, privo di malevolenza, come respirare. Isolati dagli affetti e dalla società, per noi era facile uccidere per gioco, per ingordigia d’emozioni, non avendo valori o principi etici a cui aggrapparci. Vivi e lascia sopravvivere, era il motto più diffuso di questo fottuto quartiere plurietnico, esageratamente sensuale ed aggressivo, in cui perfino la salute puzzava di marcio e di cadavere. La morte aveva la vita in appalto un tanto al killer, facendo sì che l’indigestione di piombo fosse una malattia terribilmente contagiosa e assai diffusa alle nostre latitudini, perfino fra i bambini. Si vive una sola vita, ma si può morire di molte morti. E talvolta le nostre minigang venivano aizzate l’una contro l’altra, a scopo didattico, dagli infiltrati dell’Ingegneria dei Sistemi, decimandosi a vicenda in sanguinose spedizioni punitive.
Avevamo un bisogno morboso, quasi fisico, della violenza, come fosse indispensabile al nostro metabolismo, forse perché lo sradicamento dalla famiglia era già stato di per se’ una violenza. L’irrealtà faceva parte dell’aria che respiravamo, era uno stato naturale dello spirito, come la pioggia o la pazzia. Un’invisibile nebbiolina cancerogena nebulizzava in noi ogni nascente principio etico, fomentando un odio metodico e puntiglioso per la vita, perché il disagio di esistere era per noi un imprescindibile stato fisico dell’anima.
Fortunatamente verso i nove anni, ammesso che avessi davvero quell’età, ero stato sottratto a forza da quella gaia Apocalisse. Nel corso d’una scorribanda mi ero perso nei labirinti della Città/bunker della Quinta Università ed ero stato catturato da un cellulare della polizia. Ovviamente anche la mia cattura faceva parte degli esperimenti dei capoccioni del Progetto Utopia, quelli con le barbette a punta che studiavano il Gorgo per capire cosa cazzo non funzionava nella loro Società di merda.
Ero stato rinchiuso in una via di mezzo fra un Istituto di Correzione e un Centro di Neuropsichiatria Infantile, dove ero diventato una cavia da esperimento per ogni sorta di psicoterapie riabilitative. Forse è proprio in quei giorni che mi è stata inculcata la vocazione per la manipolazione dei cervelli.
Gli esperimenti dovevano aver avuto un esito positivo, correggendo un approccio eccessivamente realistico con l’esistenza dovuto alla mancanza di modelli positivi a cui fare riferimento, se dopo un paio d’anni ero stato dichiarato socialmente non pericoloso ed ero stato adottato dal maggiore responsabile della mia riconversione psichica, su insistenza della moglie. Una malleabilità indotta dalle psicoterapie mi aveva reso ricettivo al fascino discreto dell’obliqua grazia borghese, così non mi dispiaceva affatto diventare in uno di quei fortunati bambini benestanti che dormono sicuri nei loro lettini puliti.
Il mio nuovo padre, l’unico che io ricordi in realtà, era solido e massiccio come una sequoia, con una faccia che sembrava colata nel bronzo. Proveniente da un’antica schiatta di Baroni Universitari di origine ungherese, portava un nome e un naso piuttosto fieri della propria importanza e un’intelligenza quadrata, da giocatore di scacchi. Mia madre era una rotonda e affascinante donna di mezza età, che amava farmi affondare la faccia fra le sue enormi tette, che avevano l’aria di saperne una più del diavolo.
Dato che non avrei mai potuto ereditare il suo naso, mio padre aveva deciso di affibbiarmi il suo illustre cognome, accoppiato col nome dell’illustrissimo nonno e finalmente, verso i dieci anni, avevo subito la marchiatura genetica della gente civile. Ora non ero più il selvatico Fritz il Gatto, ma il civile Lazlo Slimak.
In realtà la mia vera funzione, in quella famiglia, era prettamente didattica. Perché gli invidiati ricchi, pur praticando con passione la religione trasversale oligo/teologica del Dio Denaro, conservano pur sempre latenti complessi di colpa, calcificati da generazioni e generazioni di Liberismo Darwiniano, odiando blasfemamente i soldi e invidiando segretamente la casta purezza della povertà. Non riuscendo a espiare a sufficienza le loro colpe attraverso l’emorragia annuale del Sacrificio Fiscale, i poveri ricchi cercano d’imitare uno stereotipo di segno opposto, almeno nel look e nell’aspetto fisico. E come tanti Harun-ar-Rashid, circolano avventurosamente nei quartieri dei reietti, dei pazzi, dei seguaci di pratiche proibite, vestendo à la clochard, rendendo chirurgicamente scavati e sofferti i loro pasciuti musi da rinoceronti.
Erano loro, i Ratti Abbienti che noi alleggerivamo del superfluo, facendoli tornare felici ai loro salotti a raccontare d’aver subito scippi affascinanti o eccitanti sodomie coatte.
Così i miei nuovi genitori, stanchi dei soliti esotici viaggi/avventura in Oriente, con tanto di rapimento arabo incluso nel pacchetto, godevano dell’invidia del prossimo, potendo usufruire quotidianamente d’un autentico teppista di strada, portatore sano di quell’invidiato Folklore Urbano Spontaneo perduto. Così, anziché impartirmi una sana educazione borghese, i primi tempi, erano loro a imitare il mio pittoresco linguaggio di strada, le mie abitudini disdicevoli, i miei vezzi, le mie gaffes (da loro chiamate disinvoltura sociale), perfino i miei irriverenti commenti flatulenti alle loro affermazioni.
Ma una volta passata la sbronza di stronzate teppistiche, quando si erano resi conto che le mie imprese non facevano più notizia fra i loro conoscenti, i miei genitori adottivi m’avevano imposto con inesorabile bontà di frequentare una Scuola Reale, con tanto d’insegnanti veri, banchi e compagni. Ultimo vezzo retrò dei ricchi, che consideravano troppo plebea la videoscuola virtuale.
All’inizio frequentavo la scuola solo in qualità di disturbatore e raffinato cesellatore di banchi. Ma a poco a poco avevo preso gusto a soddisfare curiosità intellettuali che non avevo mai saputo di possedere e dopo aver appreso a leggere, scrivere, far di conto, copiare i compiti, infilzare i succulenti culetti delle compagne con gli aghi del compasso, avevo scoperto il variegato mondo dell’informatica. Un mondo che mi affascinava e che mi dava modo di sfogare la mia fame d’insubordinazione creando infallibili virus che mandavano in tilt la Banca Dati della scuola, registri compresi, provocando gratuiti giorni di vacanza e facendomi acquisire un prestigio crescente fra i compagni.
Probabilmente l’organismo umano ha imparato a modificarsi di pari passo con il suo habitat, pena l’estinzione. E il mio nuovo livello sociologico inglobava a tal punto quello biologico da far slittare parecchio le mie frontiere del reale, sostituendo il mio antico rapporto agonistico con la vita col sano arrivismo post/liberista delle classi dominanti. Insomma, a poco a poco sprofondavo voluttuosamente nei loro irreali tribalismi, basati su una subcultura schiavista e razzista, di stampo nazi/calcistico.
Fare qualcosa perché lo fanno tutti, fa parte dell’etica dell’alveare e anch’io, dopo aver frequentato per anni la strada come scuola dell’obbligo, solo qualche anno dopo, come se niente fosse, mi ero affiliato agli incappucciati mini/giustizieri etnici del Cucù Clan. Andavamo in giro su un fuoristrada blindato, a caccia di mutanti e Culi Neri, per punirli d’assurde colpe genetiche o etniche. Anche se poi le nostre erano solo Spedizioni Pulitive goliardiche, basate sulla scoloritura chimica dei ragazzini negri, miniroroghi sotto le chiappe di gialli e mutoidi, scotennamenti simbolici basati sulla rapatura.
Quando ormai ero in età puberale, la mia madre adottiva non s’era accontentata d’inocularmi dosi omeopatiche di sessualità, ma aveva instaurato un intenso rapporto pseudo/edipico. Era ancora una cinquantenne ben conservata che prediligeva vestiti morbidi e cascanti che accentuavano quel suo maturo fascino da gatta pigra e un po’ pingue, non essendo dedita all’ascetismo dietologico delle sue coetanee.
Dato che il marito era uno strenuo collezionista di polverosi libri d’antiquariato e a furia d’accumulare cose antiche, alla fine era diventato un’anticaglia lui stesso, si era trovata costretta al fai-da-te sessuale. Ma ormai era stanca di lappare nelle ciotole altrui, assumendo e licenziando gli amanti come facchini. Così aveva deciso di correggere un fato poco interessante dedicandosi interamente a me, ormai tredicenne, in veste di Nave Scuola, recuperando l’antica funzione idrostatica della Madre Primordiale.
Per impartirmi i primi veri rudimenti d’estetica erotica, era apparsa una notte con spirito didattico nella mia stanza, vestita solo d’un sottile ed erotico velo d’humour. Con lussuria accademica aveva fatto immergere il mio volto nell’immensità delle sue montagne da latte, mentre la sua bocca carnivora vulcanizzava a dovere ogni zona segreta del mio corpo acerbo, prima d’inserire il giovane virgulto nell’apposita fessura.
Naturalmente avevo ripagato con tutta l’anima e con tutta la mia irruenza giovanile la sua generosità carnale, aiutandola a ricomporre il suo universo sessuale, mortificato dalle indifferenze coniugali. E le lezioni sessuali di mia madre, in seguito, mi sarebbero tornate estremamente utili quando avrei iniziato le mie personali battute di caccia alle succulente pupe oligarchiche.
Dal punto di vista psicanalitico, si potrebbe forse dire che il mio fosse un parricidio simbolico, una sorta di risarcimento psicologico dovuto al fatto che ormai non mi sarebbe stato possibile consumare un autentico pasto totemico, divorando concretamente il mio odiato padre carnale, a me ignoto. Comunque, anche se il mio padre adottivo non mi aveva trasmesso ne’ naso ne’ patrimonio genetico, dal professor Slimak avevo imparato a guardare la vita con penetrante ironia mitteleuropea, affinando un mio embrionale senso del grottesco, categoria estetica per eccellenza dei popoli balcanici.
Quando tutte le pollastrelle del Cinghiale sono impegnate in qualche orgia, ne approfitto per tornare ad assaporare la mia beata solitudine, dormendo giù all’Harem, anche se poi non riesco a dormire e cammino avanti e indietro lungo l’immensa vetrata polarizzata, elucubrando follemente, sulla sfuggente e polimorfa Fior di Loto e su quell’ossessionante cinese surgelato.
Paprika, che l’ha conosciuto biblicamente, dice che il cinese maledetto si chiama Gong Wu ed è una specie di sciamano sessuale, le cui pratiche servono a fargli assorbire alchemicamente l’energia altrui, in modo da diventare sempre più potente. Sembra che quando risorge dalla stasi criogenica abbia bisogno di perfezionare il risveglio con stimolanti adrenalinici, per questo cerca di nutrirsi soprattutto di sperma adolescente, dall’effetto rivitalizzante, pare. Lo sperma sarebbe anche una sorta di cibo liturgico, usato in cerimonie atte a sacralizzare il corpo del malefico cinese.
In realtà quel porcone, più che un Taoista si direbbe un banale adoratore del Dio Denaro, unica divinità multietnica, multinazionale, multitrasversale, perfino multitemporale. Pare che il cinese si sia arricchito col traffico d’organi, altro che numeri del lotto! Si dice che faccia da tramite con la mafia cinese, tenendo per le palle due o tre industriarchi telematici per mezzo di ricatti e lavoretti sporchi.
Mentre un ozioso volo di nubi cancella la faccia da moneta falsa della luna, stravaccato sui miei inquietanti pensieri, alla fine sprofondo in un sonno quasi paleolitico, cullato dal moto ondoso dell’idromaterasso. Ma è come dormissi sul letto di Procuste, avvoltolato in un groviglio d’incubi e sogni erotici, nuovamente ambientati nel cimitero da cui è stata rapita Maya/Fior di Loto.
Cap. XIII GONG WU
Qui al Gorgo mi sento come un salmone che ha risalito la corrente della propria vita per tornare a deporre le uova e morire nel luogo in cui è nato. Dopo la mia civilizzazione, sono diventato un animale principalmente diurno e la notte a poco a poco ha assunto per me il sapore scoraggiante e misterioso dei normali. Ma ora che sono tornato ad essere senza legge ne’ gregge e pane raffermo per poliziotti, il gioco d’azzardo al buio torna a piacermi e come una specie di cacciatore bianco della jungla metropolitana, imparo a comprendere i nuovi dialetti delle varie tribù di uccellacci notturni.
Per deformazione professionale trascorro intere nottate ad ascoltare i problemi degli altri, come fossero i miei. Preferisco gli alcolisti ai tossici, perché almeno sono filosofi. In fondo, ciascuno si autodistrugge nel modo favorito e gli alcolisti hanno pur sempre una loro dignitosa grandezza filosofica, quando barcollano sotto i lampioni, lasciandosi lavare dalla pioggia e la loro ombra si sdoppia, si triplica, si riunisce nuovamente, come una metafora visibile dei loro ragionamenti. E’ gente che cerca Dio sul fondo delle bottiglie. E che qualche volta lo trova.
Sempre bisognosi d’un pubblico a cui pisciar fuori la loro concezione del mondo, detestano le sbronze solitarie e si affacciano piagnucolosi da dietro la bottiglia con occhi supplici e lacrimosi, come tracannassero grappa di cipolle dal biberon. Così mi lascio agganciare dagli ubriachi, gli do corda, mi sbronzo con loro, ascolto le loro storie, spettatore privilegiato della loro decadenza morale, li aiuto a coccolare la bottiglia di plastica col loro chimico vinaccio dei castelli, come fosse un neonato da svezzare. Allegri campioni rionali di sollevamento del fiasco, a furia di prendere le bottiglie per il collo e baciarle sulla bocca, come femmine arrendevoli, il loro cervello tende a diventare biodegradabile al cento per cento in alcool e il loro naso spugnoso da ubriaconi sembra avvalorare una tesi pseudo/darwiniana secondo cui l’uomo non discenderebbe dalla scimmia, bensì dalla spugna.
“Un uomo che beve solo acqua ha qualche segreto da nascondere!” mi rivela uno di quegli stuoini umani, un mucchietto di luridi stracci su cui i cani pisciano addosso, impugnando la bottiglia con la veemenza d’uno strangolatore.
Molti si sparano nel gargarozzo la bottiglia d’annata delle prospettive future, smarrite un sacco di tempo fa sul fondo della bottiglia, per alleviare le proprie sofferenze psichiche, ma ora soffrono del fatto di essere sempre ubriachi, brancolando in una nebbia etilica che dovrebbe servire ad annullare ogni preoccupazione etica, ma che invece li riempie di tristi rimembranze che li fanno frignare pateticamente a tutto corpo.
A volte urlano frasi sconnesse, gesticolando teatralmente e la veemenza è tale che spesso finiscono a terra e ciò dà nuovo impulso alla loro sbronza piagnucolosa. Quando hanno fatto il pieno, li aiuto a stendersi da qualche parte ad asciugare, a smaltire la sbronza.
Dopo una di queste piovose notti alcooliche, mentre gli ululati tecnologici ripopolano a poco a poco la metropoli con la loro musica onnipervadente che trasuda dall’asfalto, come una lieve brezza sonora subliminale e il grigiore dell’alba sembra dilagarmi nel cervello, improvvisamente mi fermo di botto, assorto nello stupore chiaroveggente degli ubriachi, a osservare l’edificio al 666 di Nirvana Avenue che incombe su di me. Ci abito da mesi, eppure è come se lo vedessi per la prima volta.
Costruito una cinquantina d’anni fa come centralina elettrica, in seguito è stato ristrutturato in modo da ospitare le “stanze dei bottoni”, in cui si decodificavano i dati forniti dalle migliaia di telecamere che tenevano sotto osservazione il Gorgo, diventando un tempio di vetro e acciaio al Dio Computer. Dei piani inferiori rimane solo lo scheletro, perché nel corso della Rivolta, l’impianto antincendio è riuscito a salvare solo alcuni piani superiori, fra cui gli ultimi due piani, gli unici abitati, uno dal Cinghiale, l’altro dall’Harem delle ragazze.
Ha l’aria di un edificio progettato da un architetto schizofrenico che tentasse di realizzare a modo suo un sogno di Le Corbusier: l’edificio come enorme macchina autonoma. L’intero lastrico solare a pannelli fotosintetici soddisfa ogni bisogno energetico e un grande serbatoio e depuratore d’acqua a raggi ultravioletti ricicla acqua piovana e l’umidità di condensazione.
Stavolta, con la petulanza degli ubriachi, mi fermo a contare i piani dell’edificio, lasciando che la pioggia mi inondi nervosamente la faccia. I piani sono venti!
L’eccitazione mi snebbia di botto il cervello.
Se i piani sono venti, significa che forse il diciassettesimo piano esiste e forse è perfino abitato. Visto dal basso, anche il diciassettesimo piano si direbbe mezzo bruciato dall’incendio, ma c’è una certa gradualità, nella devastazione del fuoco e pur essendo affumicati, i vetri ci sono ancora. Anche il sedicesimo piano è abbastanza in buone condizioni, a parte qualche vetro incrinato, mentre il quindicesimo ha quasi tutti i vetri rotti e il quattordicesimo è ridotto allo scheletro.
Ma come si fa ad accedere al diciassettesimo piano, se il montacarichi non ha nemmeno il numero 17, fra i pulsanti?
Mi viene un’idea. Scendo allo scantinato, da cui si accede al montacarichi, cerco un cacciavite nel ripostiglio e salgo al sedicesimo piano. Poi smonto il pannello sul soffitto del montacarichi e ci salgo sopra. Come speravo, all’interno della tromba dell’ascensore c’è una scaletta di ferro per la manutenzione. Al diciassettesimo piano c’era una porta che è stata murata. Così scendo nuovamente nel montacarichi e provo ad aprire il saliscendi sul sedicesimo piano.
Qui la porta è stata scardinata, ma il piano è stato devastato solo parzialmente dal fuoco, anche se gran parte dei vetri sono incrinati e affumicati. Perfino alcuni mobili, quadri, monitor, schermi a cristalli liquidi e computer, anche se anneriti e coperti da un dito di polvere, sembrano non avere subito troppi danni. Per sfizio tolgo alcuni involucri di plastica e provo ad accendere qualche computer. Si direbbero tutti morti, tranne uno, che però risulta protetto da password. Anche se i rivoltosi del Gorgo hanno strappato cavi e connessioni, questo computer potrebbe essere ancora collegato in rete via satellite e qualcosa mi dice che in qualche modo lì dentro c’è la chiave per penetrare nell’inesistente diciassettesimo piano. Una vera e propria sfida all’ex hacker che sonnecchia in me!
Mi siedo alla consolle e attuando complicate procedure spiraliformi, a cavatappi, in meno di un’ora riesco a trapanare le difese del computer e a deflorare l’imene della sua vagina elettronica.
Deluso, scopro che tranne alcuni file operativi, tutti gli altri sono stati cancellati, ma come prevedevo, il computer è ancora collegato alla rete telematica. Per pura nostalgia, prima di continuare le piratesche fatiche, mi punge vaghezza di dedicarmi a un ozioso nomadismo psichico nel Mar dei Sargassi del cyberspazio.
Navigo beatamente per un paio d’ore fra dipinti frattali, danze trisessuali, amplessi teledildonici intercontinentali, concedendomi perfino lo sfizio di dare una palpatina ai sugosi pomodori del cybermercato, con l’apposito guanto che trovo ancora funzionante nel cassetto della scrivania.
Sbirciare morbosamente dal buco di quella serratura informatica provoca in me una strana inquietudine epidermica, come stessi rubando i denti d’oro a un cadavere o stessi evadendo qualche tassa karmica e durante la mia effrazione ho la sensazione quasi fisica d’uno sguardo conficcato nella cervicale. Eppure sono certo che da qualche parte, nel Web, ci sia un drive con l’intera memoria del computer e i segreti del diciassettesimo piano, accessibile da ogni punto del globo.
Alla fine lo trovo, il sito maledetto! Apparentemente contiene solo ricette di cucina, in cinese. Fortunatamente, per motivi tecnici, i files non sono scritti a ideogrammi, ma alfabeticamente, all’occidentale, così riesco a tradurli facilmente e rovistando più a fondo, scopro i veri software compressi in alcune zone d’ombra delle immagini culinarie.
Improvvisamente schizzo in piedi, con una paura fottuta, quando una voce tuona cavernosa:
“Chi sei tu, che osi svegliare il sonno dell’Immortale Gong Wu?”
Un cinese dall’aspetto malefico mi osserva ironico e imperscrutabile, dopo essersi materializzato nell’aria, ieraticamente sospeso a gambe incrociate nella posizione del loto. Indossa un’ampia veste nera, ricamata a draghi rossi e ha un’espressione malvagia e astuta, da faina, naso aquilino, labbra sottili e crudeli, occhi rapaci con sopracciglia arcuate che gli conferiscono un’espressione interrogativa.
Sgamo subito che è solo uno spettro ologrammatico, un fantasma per gonzi evocato dal sistema di difesa del sito, ma è tale la suggestione che l’ologramma sembra emanare uno strano calore freddo. Cliccando nei punti giusti, trovo modo di neutralizzare quell’irritante Guardiano del Tempio, ma capisco di aver beccato un terno secco. Ora sono certo che il diciassettesimo piano è il rifugio segreto di Gong Wu!
Dopo aver ricaricato la memoria del computer, il flusso/dati scorre come un fiume eracliteo, offrendomi la conferma per eccesso di tutto quello che già sapevo sul malefico cinese. Sembra di sbirciare nella camera da letto di Belzebù!
Un’infinita serie di files numerati, con documentazioni complete su ragazzini e ragazzine di primo pelo con cui Gong Wu ha praticato vari generi di criminalità orgasmica, a sfondo pedofilo. Vi trovo documentate orge e spettacoli privati di marionette viventi, ad uso e consumo di altri buongustai cinesi, forse della narcomafia, in cui manovra con scariche elettriche gli “attori”, per mezzo di fili metallici. Roba da far cagliare il latte alle ginocchia a De Sade!
La fantasia depravata del cinese sembra preoccuparsi soprattutto che un senso di routine non annulli precocemente le emozioni e quando ha saziato i capricci della sua morbosa immaginazione, probabilmente proprio le sue vittime vanno ad alimentare quel traffico d’organi che sembra sia la sua principale risorsa economica. Anche il Male esaudisce una domanda di mercato.
Conosco le sue turpitudini da mezz’ora, eppure mi sembra di odiarlo da secoli!
Probabilmente il vecchio sporcaccione cinese tiene quei files perchè la morbosità della sua depravazione esige che i suoi crimini sessuali vengano meticolosamente classificati e archiviati e magari perfino degustati da qualche audace e meritevole pirata informatico.
Scopro anche un software piuttosto interessante. Ogni volta che il cinese si scongela per soddisfare i suoi sporchi affari e turpitudini varie, prima di reibernarsi trasferisce in un avatar l’impronta genetica della sua identità, così quel simulacro virtuale è un vero e proprio clone, un autentico doppio attraverso cui gli sarebbe possibile, volendo, creare un’intera dinastia di duplicati di sé stesso.
La persistenza della mia violazione di domicilio elettronico fa scattare qualche codice segreto che risveglia dalla stasi l’avatar, proiettandolo olograficamente all’esterno del cyberspazio. Ma stavolta non è solo un inerte simulacro o uno spauracchio per codardi, ma Gong Wu stesso in anima e spirito, se non in carne ed ossa, un essere senziente che emana uno sgradevole odore psichico e una potente energia malefica.
L’avatar si siede come se niente fosse di fronte a me su una poltroncina che sembra avvertire in qualche modo la sua immateriale presenza, dato che ne vola via della polvere.
“Bentornato, Chang Fu, Signore dei Sogni!…” dice, scandendo meticolosamente le parole, come stesse facendo una traduzione simultanea da un diverso codice semantico.
“Guarda che hai proprio sbagliato persona!” replico ironicamente.
Se fossi di cristallo, la sua risata mi manderebbe in mille pezzi.
“Sei tu a sbagliarti, Chang Fu!… Una sola vita è troppo breve per il vero odio o il vero amore, per questo noi scivoliamo da secoli lungo l’asse del tempo e dello spazio…”
“Non dire stronzate!” grugnisco, mentre cerco febbrilmente di neutralizzare l’avatar.
“A volte le fiamme fredde della vendetta sono le uniche che diano calore!”
“Ne ho conosciuti di pazzi, nella mia vita, ma tu li superi tutti!”
“Il pazzo pazzo sei tu, come tutti i demoni occidentali!… O come chi tenta di scrivere idrogrammi sull’acqua!”
“Ma allora insisti, a sparare cazzate!”
“Ricordi il tuo amore per Ho Hsien-Ku, la dama immortale e malinconica che viveva su polvere iridescente di gusci d’ostrica e raggi di luna, quella dama il cui unico piacere era udire il rumore delle pezze di seta strappate o i rantoli d’una vittima sgozzata?…”
Da sotto la veste estrae una spada.
“Ecco la spada con cui ti ha ucciso in un’altra vita… Ho Hsien-ku ti amava, ma questa è la spada del Drago della Pioggia, una spada temprata nel sangue d’una vergine, nella cui anima d’acciaio è racchiuso il desiderio d’una vittima predestinata!… E la vittima di questa spada sei tu!”
Con un paio di precisi fendenti mi squarta vivo. I pezzi di me stesso cadono a terra, in una pozza di sangue. Ma una parte di me continua ad essere cosciente e si ribella a quanto credo di vedere. Un ologramma non può uccidere un essere umano! Da qualche punto oscuro della mia consapevolezza giunge la risposta: l’avatar del cinese è un’emanazione psico/cinetica del corpo quantico in grado di immobilizzare l’attenzione delle proprie vittime e fissarla a proprio piacimento, manipolando la loro consapevolezza.
Con un terribile sforzo di volontà mi ribello al potere di quel Maestro d’Illusioni e ritorno integro.
“Complimenti, illustre Nemico!… La realtà è una nostra interpretazione e noi siamo solo ciò che vediamo!… “
“L’ho già sentita, questa… La realtà è illusione o Maya, no?”
“Già!… Crediamo che sia la realtà a condizionare i nostri sensi, mentre sono i nostri sensi a condizionare la realtà!… Solo la nostra familiarità con il mondo ci forza a credere di essere circondati da oggetti che esistono per sé stessi e in quanto sé stessi, così come noi li percepiamo… Il karma è un piano a lunghissima scadenza, di cui non si conosce lo scopo, o forse l’energia sprigionata dalla nostra consapevolezza è solo il cibo preferito dagli dei!…”
Tronco di netto la sua logorrea, perchè finalmente trovo il sistema per cancellare l’avatar.
Dopo la strizza, mi rendo conto improvvisamente che il tempo è volato e che il sole sta già per tramontare nuovamente. Non mangio nulla da almeno ventiquattro ore, così salgo all’appartamento del Cinghiale, ben sapendo che sono usciti tutti per un’altra notte di duro lavoro sessuale. Potrei incontrare solo la ragazza col turno di riposo. Ma probabilmente è uscita o sta dormendo, giù all’Harem.
Ora lo scanner ha imparato a riconoscermi e apre la porta blindata anche leggendo la mia retina. Tento di evitare la letale cucina di Bonk, praticando l’esame autoptico d’un salame fossile di trans/tacchino, defunto da chissà quanto tempo, che trovo appeso in un sottoscala, annaffiandolo con una lattina di birra d’alghe stantia. Nel frigo trovo anche bellicosi involtini mutanti, estremamente restii a farsi ingurgitare, che Paprika ha comprato al Vivaio Crudista.
Risolto il problema della nutrizione, mi metto in tasca una pistola a proiettili esplosivi che il Cinghiale tiene in un cassetto e scendo nuovamente al sedicesimo piano, alla ricerca di qualche traccia o di qualche idea a cui attaccarmi.
È l’Ora del Cane, il crepuscolo, quando sono nuovamente davanti alla consolle, per fare un po’ di surfing nell’oceano telematico. L’idea è di penetrare nella banca/dati della Facoltà di Etnologia Comparata per farmi un’infarinatura di cultura cinese. Paradossalmente scopro che molte cose mi sono note e riaffiorano facilmente alla memoria, come se ci fossero sempre state. Memoria cromosomica o rimembranze di vite precedenti?
Probabilmente Gong Wu appartiene a un’antica setta taoista che nell’antica Cina praticava la magia e gli incantesimi, i Wu, adepti di Mi-Tsung, la Scuola dei Misteri. I maghi Wu dell’antica Cina erano affamati di sangue, respiro e seme e alcuni avevano perfino un debole per la carne putrefatta, che trovavano afrodisiaca. Per creare un elisir con cui si ottenevano poteri magici, usavano un miscuglio di sangue, urina, escrementi, sperma e cinque diversi tipi di carne, compresa quella umana. Il sangue è yin, principio maschile, è via di comunicazione fra vivi e morti, fluidificazione vitale del tempo mentre ch’i, il soffio vitale, è yang e serve a mettere in moto sangue.
Attraverso complessi rituali di canalizzazione dell’empatia sessuale utilizzavano l’energia sprigionata dall’orgasmo per creare un indistruttibile Corpo di Diamante, percorrendo la via alchemica del Drago Verde per allevare in sé l’embrione d’un Corpo Immortale, domando la furia della tigre bianca attraverso la ritenzione del seme.
Durante il regno di Ch’in gli adepti della Scuola dei Misteri allungavano la propria vita sacrificando una fanciulla al genio di Fiume Giallo. Dopo aver rispettato puntigliosamente il giusto orientamento geomantico della vittima sacrificale, si rotolavano nudi sul suo sangue. Secondo la Scuola dei Misteri, l’uomo è immanenza mentre la donna è l’energia che permette il Passaggio Misterioso del Pollice Quadrato nella ghiandola pineale. Ma solo chi ama molto sé stesso può aspirare a diventare un Immortale, eliminando dal corpo ogni impurità che impedisca l’immortalità. L’egoismo iniziatico, praticamente.
Ecco perchè Gong Wu pasteggia a globuli rossi, come un vampiro e se ne sbatte di spegnere nel prossimo il soffio vitale, pur di mantenere il proprio!
Ho la sensazione che ci sia una verità nascosta sotto la crosta dei fatti che è possibile decodificare solo afferrando la logica per i capelli e strappandole il parrucchino.
Ma navigare a caso nel cyberspazio è come cercare un pettine in un monastero buddhista. Solo quando ormai l’intelletto lampeggia come fosse in riserva, finalmente trovo la chiave giusta e un rumore frusciante in una zona della stanza mi fa capire che qualcosa è accaduto.
Esamino attentamente tutti gli armadi e gli schedari polverosi, scoprendo che uno di essi, di forma tondeggiante, appoggiato a uno degli enormi pilastri centrali cilindrici, di quasi tre metri di diametro, può ruotare di 180 gradi, rivelando un pannello scorrevole. E all’interno del pilastro c’è una scala a chiocciola.
Impugno la pistola e mi avventuro nel cilindro cavo, facendomi strada fra elaborate ragnatele, frutto d’alta architettura aracnoide. Con circospezione, salgo fino al diciassettesimo piano, uscendo da una porta laccata in rosso, piena d’intagli e intarsi complicati, con motivi di nubi e draghi.
Ed eccolo, il malefico Gong Wu!
Forse i cinesi amano vesti dalle ampie maniche per nascondere più assi nella manica. Per questo Gong Wu non si accontenta di diventare immortale usando le antiche tecniche taoiste, ma preferisce coadiuvarle con le più moderne tecnologie. Infatti la nuda mummia del malefico cinese, congelato come un baccalà, giace in un sofisticato sarcofago ad azoto liquido a -196 gradi, circondato da sofisticati apparati criogenici, alambicchi a serpentina, crogioli e forni alchemici.
Dal vero emana un magnetismo mefistofelico, accentuato dai maliziosi baffetti spioventi e dai lunghi capelli biancastri, incollati alla calotta cranica come l’elmetto d’un ciclista. Uno specchio, su cui è adagiato, raddoppia la sua carnagione verdastra come gorgonzola. Si direbbe un vampiro in attesa di svolazzarsene via sotto forma di pipistrello. Mi piacerebbe trafiggere con un paletto di legno di frassino il cuore maledetto di quel cadavere, accidentalmente vivo e poi gettare il suo corpo in un inceneritore. Ma non voglio che muoia serenamente, nel sonno.
Quando metto in funzione l’apparato di risveglio, si spande nell’aria un lascivo profumo d’incenso ed echeggia una specie di mantra, che forse è in risonanza con le sue cellule e serve a richiamare l’anima, affinchè ritorni al corpo. Per scongelare il malefico cinese non è sufficiente attivare il campo a microonde, perchè il rischio di cristallizzazione dei fluidi delle cellule è stato aggirato con una perfusione che ha sostituito momentaneamente il sangue con fluidi biologici e sostanze chimiche varie, a base di glicerolo. Così bisogna attendere che il sangue rifluisca dagli appositi contenitori e torni a scorrere nelle sue vene.
Mentre attendo che si scongeli, gironzolo pigramente per la casa che, a giudicare dallo strato di polvere sugli oggetti, sembra priva di Servosistemi Domotici di manutenzione. Le case disabitate hanno sempre un’aria di piagnucolante autocommiserazione e questa non si sottrae alla regola. Lasciati a sé stessi, gli oggetti diventano allegorie, rivelatori e misuratori d’un costume di vita e questo loft straripa di oggetti esotici o forse esoterici, utensili rituali o magici, la cui grammatica e sintassi mi sfugge. Come un pianoforte a coda, appeso verticalmente a una parete, a scopo decorativo, forse equivocando sui pianoforti verticali.
Nell’architettura e nell’arredamento di questo posto c’è qualcosa di studiatamente esoterico, di cui mi sfugge la logica. Scale a chiocciola destrorse e sinistrorse, asimmetrie prospettiche, piani inclinati, trompe l’oeil e altre diavolerie assortite sembrano voler catturare lo sguardo e prescrivere all’osservatore precise temporalità di fruizione.
Probabilmente questo loft è stato ottimizzato da un collaudatore multisensoriale e orientato geomanticamente da uno Stregone Immobiliare, perchè i mobili sono disposti con strane angolazioni, forse per rispondere magicamente ai flussi energetici, stimolando o inibendo alcune zone del cervello di chi ne fa esperienza concreta, muovendosi nel suo spazio. Alle pareti, accanto ad antiche stampe cinesi, sono appese schede elettroniche con circuiti d’oro e argento, diventati costosi oggetti d’arte ready made. Qua e là ci sono libri spalancati come farfalle morte, antichi strumenti musicali cinesi, velati di polvere come oleografie secentesche alla Baschenis e un grande gong di bronzo. C’è anche la versione originale dell’antichissima spada dall’impugnatura di giada con cui l’avatar ha tentato d’affettarmi e un antico arco intagliato, con relativa faretra piena di frecce.
In attesa della resurrezione di Gong Wu mi stravacco su un’inquietante poltrona a forma di drago, che al tatto sembra ricoperta di pelle infantile e che mi si adatta al corpo come un guanto e, pur non essendo empatica, sembra offrire uno strano massaggio erotico.
Man mano che il sangue rifluisce nel suo corpo, il cinese acquista una parvenza di colore. A poco a poco comincia a muoversi e ad alzarsi lentamente dal suo gelido giaciglio, con strani movimenti a scatti da spennato uccellaccio del malaugurio, dovuti all’irrigidimento delle giunture.
Finalmente il coperchio del sarcofago si apre, Gong Wu si alza, si siede sul bordo. Un’occhiata al datario, stiracchiandosi, lo fa incazzare come una belva, per essere stato smummificato anzitempo.
“Chi ha osato entrare nel Padiglione del Grande Sonno, del Tempio della Nube Bianca?” urla, con voce tonante “Chi ha osato aprire Kuei-Men, la Porta dei Morti?”
Assume la posizione eretta, rivelando una virilità mostruosamente priapica, un sinistro rettile retrattile grinzoso e violaceo, che si direbbe dotato di vita propria, col rituale anello di giada alla base, per non disperdere il seme prezioso, nel corso della copula. La sua energia malevola e lubrìca sembra permeare di follia l’atmosfera della casa.
“Salve, emerito bastardo!” rispondo, sarcasticamente, senza alzarmi dalla poltrona/drago.
Si gira a guardarmi, ma la sua è la sorpresa di chi ritrova qualcuno che non vedeva da tanto tempo. La penombra scava cavità inquietanti nella sua faccia demoniaca, quasi liquefacendone i lineamenti e il suo sorriso è reso ancor più spettrale dal fatto che ancora gli si è scongelata solo metà faccia.
“Chang Fu!… Sei tornato, finalmente!”
“Si può sapere chi cazzo è ‘sto Chang Fu che tiri sempre in ballo?”
“Davvero non ricordi?… Eppure siamo nemici da innumerevoli vite!”
“Nemici?…”
“Comprimere troppo tempo nella mente provoca un eccessivo accumulo di memoria che accellera l’invecchiamento cerebrale… Così sono costretto a cancellare alcuni file (si dice così adesso?), prima d’ibernarmi, in modo che ogni risveglio sia come una nuova nascita… Ma sono ancora in grado di fiutare un nemico attraverso i secoli, anche se si nasconde nel corpo d’un demone dell’Oceano Occidentale!”
“Ci vuole poco a fiutare un nemico, se ti punta addosso una pistola!”
Il bastardo ride di gusto.
“La tua stupida pistola non può nulla, contro di me!… Non lo sai che per uccidere un Wu o un Fu ci vuole un’arma magica?”
“Stiamo a vedere!…”
Gli sparo addosso un proiettile esplosivo in una zona non vitale, per non farlo secco troppo presto.
E’ a un paio di metri da me: non posso certo sbagliare il bersaglio. Ma una frazione di secondo prima che io prema il grilletto, si sposta impercettibilmente e il proiettile esplode su una parete, scavando una nicchia profonda. Gong Wu lancia nell’aria quella sua risata trionfalmente diabolica.
“Adirarsi e agire senza controllo e disciplina o non avere pazienza vuol dire essere sconfitti!… Solo un Immortale ha nervi resistenti come canapi, delicati come corde di violino!… “
Volgendomi sfrontatamente le spalle, si dirige verso un armadio laccato di rosso, dai terrificanti intagli, da cui estrae ed indossa un lungo abito di seta nera, tutto demoni e draghi che lottano. Con calma serafica e regale accende delle candele nere, forse fabbricate con grasso umano, come quelle delle messe nere, poi scivola frusciante verso una credenza contenente gli utensili per il culto del tè. Lo lascio fare, affascinato.
Per cinque minuti buoni rimane in devoto silenzio, rispettando puntigliosamente la complicata ritualità cinese, in tutto tranne che per un modernissimo fornello a microonde.
“Nel rito del tè è importante che la teiera sia sia Yin e le tazze Yang…” dice, prima di versare da una splendida teiera in porcellana Ming la bevanda ambrata in splendide tazze dall’aspetto arcaico.
E’ assurdo che me ne stia lì, come se niente fosse, a bere del tè con un serial killer surgelato. Tuttavia la curiosità m’inchioda.
Finalmente parcheggia le chiappe ossute su una sedia laccata, con intagli simili alla credenza, sorseggia con compunzione il suo tè, poi posa la tazza su un tavolino e si sporge verso di me, ammorbandomi col suo fetido soffio vitale in decomposizione che è come un soffio d’aria proveniente dal Nulla.
“Prima di ucciderti voglio che ricordi!…”
“Cosa cazzo dovrei ricordare?…”
“Tutto!”
“Fammi capire, pezzo di merda gialla… A quanto ho capito, secondo te dovremmo essere nemici karmici, o qualcosa di simile, giusto?…”
“Qualcosa di simile!…”
“E come dovrebbe essere cominciato, tutto ciò?…”
“Per un tuo antico sacrilegio… Bevesti alla fonte sacra al Drago della Pioggia senza chiedere permesso al Signore delle Nuvole!”
“Cosa?… Vorresti farmi credere che noi due ce le stiamo dando di santa ragione da chissà quante incarnazioni per questioni d’acqua fresca?”
“Non sottovalutare una colpa!… Perché ha un’energia che cresce di vita in vita!”
“Quante cazzate!…”
“Non importa che tu creda… Basta che tu ricordi!”
“Sai che ti dico? Te ne potrei dare a bizzeffe, di spiegazioni pseudo/scientifiche, sulla reincarnazione e sulle colpe karmiche, senza credere a una parola di ciò che dico!”
“Sentiamo!”
“Supponiamo che un neutrino proveniente dallo spazio colpisca casualmente il DNA di un trifoglio, modificando la sua elica e producendo una discendenza di quadrifogli…”
“E allora?”
“Ogni persona che si trovasse a raccogliere uno di quei quadrifogli, modificherebbe senza colpa il suo campo d’energia e la sua sequenza spazio/temporale… Insomma basta un semplice neutrino ad alterare irrimediabilmente le sequenze di causa/effetto di chissà quante persone, il loro destino insomma!…”
“Non capisco il nesso…”
“Il succo della questione è che una stronzata vale l’altra!… Altro che Draghi della Pioggia e odio karmico! Tu mi fai vomitare semplicemente perchè sei un verme schifoso e un parassita di vite altrui!”
Il suo baffuto sogghigno psicopatico fa venire i brividi.
“Solo pochi eletti possono creare la Pillola Aurea nel crogiuolo del proprio corpo… Per questo donano a chi non può farlo una causa divina per cui morire e rinascere…”
“Ah sì?… Mors tua, vita mea?… Sfamare uno schifoso cannibale cinese sarebbe una causa divina per cui morire?”
“Nulla è quello che sembra. Nemmeno il Nulla!… Essere vittime spesso è una vocazione segreta… Ogni vittima attende con ansia il suo carnefice, perché il terrore è un liquore forte di cui non può più fare a meno!… Il sangue ha sete della lama fresca del coltello più di quanto il coltello abbia sete di sangue…”
“Voi cinesi avete sempre una sentenza per ogni occasione?”
“Il suono della parola è il suo corpo, mentre il senso della parola è la luce che rischiara il suono…”
Si alza in piedi e mi mostra la vita notturna che si svolge giù in strada, appiattita dall’altezza in cui ci troviamo, al diciassettesimo piano.
“Tu vorresti che la morale fosse al di sopra dell’uomo, ma è stato l’uomo a creare la morale… Guarda: cos’è mai la verticalità, se la guardi dall’alto?…”
“La fai finita con le tue stronzate, brutto bastardo surgelato?” lo afferro per il bavero del kimono e lo scuoto come un sacco di patate, senza riuscire a spegnere il suo sorriso di scherno. La mia pochezza mentale sembra colmarlo d’una folle ilarità.
“Anche Fior di Loto merita qualche aforisma?” urlo.
Stavolta mi guarda con una certa sorpresa.
“Tu hai conosciuto Gong Yin?”
“Gong Yin?”
Ci mancava proprio un altro nome, alla mia collezione! Maya, Fior di Loto, Gong Yin… Il mio cervello quasi crepita di rovelli impazziti, ma per quanto mi sforzi di soppesare la fisicità degli eventi, mi sfugge il loro occulto significato. Come se mi leggesse nel pensiero, Gong Wu sembra rispondere ai miei quesiti.
“Secondo la Scuola dei Nomi, cambiare i nomi alle cose cambia lo spirito delle cose!… Il nome è spirito, essenza, segno, dimensione, manifestazione, punto di connessione fra corpo e mente, spazio e tempo!”
“Non me ne frega una sega di tutte le tue puttanate cinesi!… Dimmi in che modo Maya ha avuto a che fare con te!”
“Maya?”
“Volevo dire Fior di Loto o Gong Yin o come cazzo si chiama!…”
“Vuoi sapere chi era Gong Yin?… Com’è possibile raccontare il multiforme e farsi ascoltare da chi non ha orecchie?…”
“La prossima stronzata che dici ti spacco la faccia!” urlo, puntandogli l’indice addosso.
La sua risata malvagia risuona beffarda nel grande loft.
“L’uomo saggio non ara il cielo, non dipinge l’acqua e soprattutto non s’innamora di uno Spirito Volpe!”
“Uno Spirito Volpe?…”
“Come Chang Fu dovresti sapere di cosa sto parlando!”
“Dato che non mi chiamo Chang Fu, cerca di essere più chiaro!”
Fuori il cielo si sta facendo sempre più tempestoso e l’unico chiarore che giunge fino a noi è quello delle candele nere e quello verdognolo del sarcofago criogenico.
“In un tempo infinito a un Immortale possono accadere infinite cose, così non ha più nulla da fare al mondo, tranne che coltivare l’osceno vizio dell’assoluto e cercare di diventare un dio, distillando l’aureo elisir facendo divampare la fiamma dell’alchimia segreta…”
Mentre le sue parole affondano come pietre nelle sabbie mobili del silenzio, rotto solo da tuoni lontani.
“Non esiste godimento di sé senza dualismo… Perfino il Demiurgo produsse il mondo per il proprio egoistico godimento… Ma l’unione perfetta, il Matrimonio Alchemico è la copula dualistica della carne della propria carne!…”
I lampi guizzano come serpenti di fuoco in cerca di preda e le loro luci stroboscopiche proiettano a tratti l’immensa ombra di Gong Wu sulle pareti.
“Se la reincarnazione permette d’essere figli dei propri figli, la tecnologia di questo secolo ha potuto compiere il miracolo di essere allo stesso tempo padre, madre, fratello, amante, figlio e antenato di sé stesso!…”
Fa una pausa ad effetto, tanto per aggrovigliarmi inestricabilmente i fili della mia ragione. Il mio cervello quasi crepita di rovelli impazziti, ma per quanto mi sforzi di soppesare la fisicità degli eventi, ancora mi sfugge il loro occulto significato.
“Cosa vorresti dire?” un dubbio atroce comincia a farsi strada in me, facendomi accapponare la pelle.
Gong Wu strappa voluttuosamente gli ultimi veli dietro cui si nasconde la tenebrosa verità.
“Non fingere di non comprendere le mie parole!… Ho clonato me stesso, duplicando quanticamente anche le mie tre anime, facendo manipolare il sesso dell’ovocita che ho fatto installare nell’utero di una donna di Singapore che affittava le sue gravidanze… Non mi fidavo degli uteri artificiali e poi volevo che una volta nata, la donna che l’aveva messa al mondo s’impegnasse a prendersi cura di Gong Yin fino alla pubertà…”
“Ma… ma è mostruoso!” balbetto, paralizzato dall’orrore “Maya è il tuo… clone!”
“Sì, se Maya è un altro nome di Gong Yin!… Purtroppo, mentre attendevo nel mio Grande Sonno Gelato che il mio doppio femminile fosse pronto per il Matrimonio Alchemico, per una grave colpa del fratello, la donna cinese nel cui utero cresceva Gong Yin ha dovuto fuggire dalla Triade di Singapore, alla ricerca d’un altro fratello, cuoco in un ristorante cinese a Roma…”
Nella luce spettrale di una lampada di giada le maniche della sua veste di seta ondeggiano minacciosamente, come ali d’un demoniaco volatile, tramutando il racconto in un’inquietante magica cantilena.
“Come ben sai se lo spirito di una donna/volpe entra in un bambino non/nato, la madre muore di parto e la nascita avviene in modo anormale… Così quando la donna è morta per strada, qualcuno deve essersi preso cura della bambina, forse influenzato dal suo spirito Chan-Meng, capace di dirigere e interprete i sogni… Ma nel destino scritto nella sua carne era già una Hu-li Ching, uno Spirito Volpe che avrebbe succhiato l’Energia Vitale ai suoi amanti, offrendo squisito piacere in cambio… Uno Spirito Volpe non può essere un Wu, non può tramutare in pepite d’oro gli ossi di albicocca ne’ incatenare o scatenare gli elementi, evocando le nubi e la pioggia… Ma uno Spirito Volpe sa suonare lo sheng e conosce danze sessuali la cui estasi dà potere alla mente sulla carne…”
Improvvisamente nei gesti arcani di Gong Wu riconosco la danza magica di Shang Yang, il mitico uccello con una sola zampa che nell’antica Cina preannunciava le grandi piogge. Non capisco da dove giunga questa mia nuova consapevolezza. Forse è la danza stessa a smuovere qualcosa nella mia psiche. Il cinese stacca dal muro uno strumento polveroso, uno sheng, e comincia a pizzicare le sue corde: fuoco, musica e danza hanno virtù di fecondare e organizzare il mondo, regolamentare l’armonia cosmica, rinnovare il Tempo e lo Spazio, rimettere indietro l’orologio interiore, riportare in superficie le memorie karmiche.
“Solo dopo dieci anni, quando mi sono risvegliato dall’ibernazione, ho scoperto che Gong Yin era scomparsa e che il responsabile della sua sicurezza si era suicidato, per paura della mia collera… Interrogando l’ I Ching, ho saputo dove Gong Yin era stata portata e dove sarebbe tornata a sé stessa… Così ho trasferito l’apparato criogenico in questo rifugio segreto, celato nel piano inesistente d’un edificio bruciato, in cui c’era qualcuno che nell’attesa della mia sposa alchemica mi poteva procurare la materia prima per tenere acceso il crogiuolo interiore!…”
“Già. Il Cinghiale!” il suono della mia voce quasi mi sorprende “Come hai fatto a trasferirti qui senza che nessuno se ne accorgesse?”
“Questo loft era uno dei rifugi segreti d’un affiliati della Triade di Hong Kong che mi doveva dei favori… Per permettermi di trasferirmi qui ha affittato tutto l’Harem del ciccione paraplegico per un’orgia di tre giorni in un’isola artificiale ancorata al largo del Circeo…”
Pizzicando lo Sheng, Gong Wu esegue rituali circumambulazioni attorno a me, una danza tortuosa e arzigogolata come il fiume sotterraneo dei suoi ragionamenti. Certe combinazioni di ritmi, melodie, modulazioni del suono possono avere una reazione elettrochimica nel cervello, catalizzando stati specifici di consapevolezza. Probabilmente il suo scopo è di alterare gli impulsi elettrochimici del mio cervello, per provocare un inceppamento dei neuroni.
“Sapevo che Gong Yin, attratta dal suo doppio e dal suo fato, sarebbe tornata spontaneamente da me… Ma poi è fuggita prima di ritrovare lo Spirito Volpe dentro di lei e il sacro rito del Matrimonio Alchemico non è stato completamente consumato… Ma la ritroverò, come tu l’hai trovata e come era anche nel tuo fato… Adesso si chiama Maya, vero?”
Forse la sua è una Danza della Morte che avrà su di me un esito letale. Eppure sento che i miei pensieri stanno diventando spietatamente nitidi, veggenti. Ora so che è stato proprio il folle amplesso col proprio doppio a provocare in Maya il crack emotivo che ha distrutto per sempre il suo presente, facendo riaffiorare il passato remoto d’una delle sue precedenti incarnazioni. Forse l’incarnazione più simile allo Spirito Volpe in cui stava per tramutarsi.
“Uno Spirito Volpe sa come estrarre l’anima da un essere umano… Per questo non potevi che innamorarti di lei!…”
Improvvisamente esplode nella mia mente un Satori abbacinante. In un istante ripercorro a ritroso la concatenazione delle precedenti incarnazioni, nell’antica India Vedica ritrovando il mio nemico karmico in Maya, una Vishakanja, succuba dalle carezze letali.
Un’illuminazione è anche la scoperta del motivo per cui si è nati e in una sorta di dissolvenza incrociata spazio/temporale, risveglio a catena tutti i miei sé antecedenti, ricordando improvvisamente quando ero Chang Fu, più di mille anni prima o mille kalpa fa.
“Cominci a ricordare, vero?… E’ questo lo scopo della mia danza di Shang Yang!”
Certo che ricordo! Mentre Gong Wu è la parte nera del Tao, un Wu posseduto da divinità demoniache, io sono un Fu, la parte bianca della spirale del Tao, uno stregone posseduto da divinità benigne per servire da intermediario con le forze superumane.
Per qualche coincidenza o occulta cospirazione cosmica, mi trovo in questo tempo e in questo corpo. Ma faccio appena in tempo ad essere consapevole di tutto ciò che la musica s’interrompe e latrando dementi risate Gong Wu impugna Kun-Wu la leggendaria spada appartenuta a re Mu, della dinastia Ch’ou, apparsa come per magia.
“Sorpreso?… Anche l’asino dell’immortale Chang Kuo, quando non serviva, veniva piegato come un foglio di carta e nascosto in una manica, ricordi?” detto ciò il suo corpo sembra dissolversi e la spada volteggia nell’aria, impugnata da mani invisibili.
Frattanto il cielo sta per rompere le acque e i lampi proiettano l’ombra dell’invisibile Gong Wu sulle pareti, sui mobili, sugli oggetti.
La paura mi pompa adrenalina nelle vene, ogni nervo è una corda che arpeggia terrore. In preda al panico, scarico addosso a quell’ombra la pistola e poi gliela scaglio contro, con rabbia. Ma capisco che devo assolutamente ritrovare la calma, se voglio sopravvivere. Devo tenere sgombra la mente come uno specchio vuoto, praticando il wu wei, l’azione della non/azione. Arresto del respiro, del seme, del pensiero.
Improvvisamente, come se il mio corpo fosse governato da due teste, percepisco i più piccoli silenzi annidati nel buio, comprendo l’identità fra essere e non essere e so che l’universo è solo un campo d’energia che una volontà cosmica mantiene stabile, tramutandolo in materia. Ma ora so anche che Gong Wu sbaglia. Kun-Wu non è una spada magica foggiata usando antiche monete e temprata immergendola nel corpo vivo d’una vergine, come lui crede, ma una Spada di Saggezza, una Kieu Kiai, la spada in cui si dissolse un antico Immortale, il cui potere benigno ne annulla parzialmente la pericolosità, rendendola incapace di uccidere la mia anima. Tuttavia è pur sempre un’arma magica, destinata all’ultima grande battaglia, che può tagliare la giada e fare tranquillamente a fette il mio corpo mortale.
“Se l’amore è il sale della vita, l’odio è il sale della morte!” sussurra la sua voce incorporea.
Ma l’antica anima guerriera riemerge dagli abissi del tempo. So d’essere la persona designata a far sì che l’esistenza malvagia di Gong Wu non si riproduca mai più, nella ruota delle incarnazioni.
Schivo a velocità incredibile i colpi della spada e corro verso il grande gong, percuotendolo con un ampio gesto rituale, perchè so che il suono d’uno strumento di bronzo toglie forza a fantasmi e spiriti malvagi. E mentre la vibrazione è ancora sospesa nell’aria, approfitto del momentaneo indebolimento di Gong Wu per correre all’altro lato dell’immenso loft, dove ho intravisto l’antico arco intagliato.
Un Wu o uno Spirito/volpe è invulnerabile al fuoco e all’acciaio, ma può essere ucciso da una spada magica o da un arco di legno di pesco, con frecce di spine.
La luce d’un lampo rivela che è proprio un antico arco di pesco, in grado di catalizzare magiche forze ancestrali. Ricordo che come Chang Fu ero un arciere infallibile e senza attendere neanche un istante, incocco una freccia, attendo che un lampo riveli la sua posizione e un istante prima che la spada mi tagli in due, scocco.
Colpito al cuore il mago malefico lancia un urlo terrificante. La spada cade a terra, con un clangore di tuono. E mentre Gong Wu torna visibile, il suo corpo morente viene squassato dalla fuoriuscita simultanea e urlante di tutti i demoni che lo possedevano. Spiriti e demoni, da dove entrano devono uscire e da dove escono devono entrare. Sembra così stupefatto d’essere morto, proprio lui, l’Immortale, da doverlo decapitare con la sua stessa spada, per convincerlo del tutto.
Anche se toccare quel corpo ributtante, reso scivoloso dalla rapida necrosi dei tessuti e dalle secrezioni sebacee della sua malvagità, mi risulta quasi insopportabile, lo trascino verso il sarcofago criogenico, lo stendo già quasi putrefatto e lo chiudo ermeticamente. Poi manometto il termostato, per provocare un freddo il più vicino possibile allo zero assoluto, in modo che gli atomi di Gong Fu siano quasi immobili, cristallizzati e perfino le particelle di cui è formata l’anima si congelino.
Mentre l’ipercongelamento fa il suo corso, prendo arco e frecce e scendo al piano inferiore, attraverso la scala a chiocciola e poi in strada, col montacarichi gemente e cigolante come una strega alla tortura della ruota.
Vago nella notte tempestosa, in mezzo alla pioggia scrosciante, finchè la luce d’un lampo rivela un cane macilento, terrorizzato dai lampi e dai tuoni, che si ripara dalla pioggia sotto una tettoia. Chiedendo scusa alla sua anima, incocco la freccia, lo uccido e porto il suo cadavere ancora caldo in quella casa d’incubo, intrisa di crudeltà, impregnata di maledizioni, avvelenata dall’odio, dove spargo il suo sangue lungo le correnti geomantiche, perchè il sangue di cane rompe qualsiasi incantesimo.
Quando il corpo di Gong Wu ha raggiunto il massimo grado di congelamento possibile per quella macchina criogenica, apro il sarcofago e prendo a martellate quel corpo maledetto, tramutandolo in una miriade di cristalli, che irroro col sangue della sua ultima vittima innocente. Poi raccolgo i cristalli in un vaso di porcellana e col montacarichi salgo in cima al terrazzo e, nel bel mezzo della furia degli elementi, faccio nevicare sul Gorgo i resti cristallizzati del malefico danzatore, disperdendoli in senso antiorario a nord, ovest, sud, est, secondo un antichissimo rituale.
Ogni maleficio, ordine divino o vincolo karmico può essere annullato sacrificando un danzatore e gettando i suoi resti nelle quattro direzioni cardinali.
Gli antichi taoisti tenevano imprigionato uno spirito o un’anima vagante tracciando gli otto trigrammi sul coperchio d’un vaso di porcellana. Ma l’Anima Superiore di Gong Wu (o un suo doppio) è conservata in un sito in Rete, perchè il suo avatar non è un semplice simulacro, è il suo corpo astrale, richiamato e ritrasferito ad ogni risveglio nel corpo fenomenico attraverso il mantra emesso dall’apparato criogenico. Così devo cancellare del tutto l’anima dal flusso elettronico in cui vaga, fra chissà quante altre anime perdute nel cyberspazio, se voglio far sì che cada nel regno delle ombre e si disintegri nel Nulla.
Dopo essere sceso al piano di sotto e aver caricato in memoria il mantra campionato, eseguo il rito del richiamo dell’anima. Ma decapitando Gong Wu con la Spada di Saggezza ho tagliato l’argenteo cordone, composto da particelle in rapidissima rotazione, che la legava al suo corpo fisico, così anche l’anima virtuale si sta già putrefacendo e dissolvendo spontaneamente nel cyberspazio.
Finalmente tutto si è compiuto.
Aspiro con voluttà le tenebre, a pieni polmoni, mentre perfino la tempesta si sta facendo meno convinta, come stesse perdendo il filo del discorso. I colpi di piatti che precedono il rollìo di tamburi si fanno più lontani. L’alba attende in posizione fetale, di essere partorita dall’utero umido della notte.
A poco a poco il vento denuda i primi rossori dell’alba nascente e io cammino più leggero verso l’orizzonte che si rischiara. Anche se una risata simile a un latrato sembra rimanere ancora sospesa nella mia psiche, fluttuando nell’aria come una minaccia vagante.
Cap. XIV CACCIATORI E PREDE
La mia battaglia metafisica con Gong Wu mi ha lasciato la sgradevole sensazione di trovarmi nel luogo o nel tempo sbagliati. Mi chiedo se il suo clone femminile, Maya, sia portatrice sana dello stesso fato o se ne sia immune. Ma in qualche modo ho la sensazione che altri eventi stiano bollendo in pentola e che forse sono quasi cotti. Perché non c’è modo di frenare l’avanzata del Destino ne’ la corsa frenetica del karma, immenso vortice che mi risucchia irresistibilmente nel Nulla.
Attratto dal simbolico fluire dell’acqua, m’incanto a osservare i lisci, vitrei flutti del biondo Tevere, simili a fasci muscolari d’un atleta in disarmo punzecchiati dalla pioggia. Ormai il fiume è solo una specie d’enorme orinatoio a cielo aperto su cui planano tristi gabbiani urbani che gracchiano come cornacchie albine, dopo aver smarrito per sempre la via per il mare.
Ormai piove da giorni, così anche il mio umore gronda di pioggia come un topo affogato. I pensieri hanno qualcosa di acquatico, come labbra che parlano sussurrando attraverso le profondità degli abissi marini. Forse perché sciacquando i pensieri, la pioggia favorisce l’idrospezione, se così si può dire, così la mia malinconia è umida, come fosse intrisa delle lacrime amare dei piovosi e luccicanti misteri metropolitani.
Sono stufo marcio di fare il parassita dal Cinghiale e anche la sua pazienza sembra ormai al limite, così sto andando a ricaricare una Free Card a una Banca dello Sperma, dalle parti di Castel Sant’Angelo. So benissimo che anche se è una carta di credito anonima, il versamento metterà sulle mie tracce la longa manus della Giustizia, per non parlare dei terminali robotici di Lilith/Carl Gustav. Ma devo correre il rischio, se voglio rimpolpare le mie esauste finanze e cambiare aria.
In attesa che l’acquazzone passi, corro a ripararmi nel portale di una chiesa, accanto a un clochard sdentato e macilento, pallido come una statua di gesso, seduto sui gradini a scrutare il nulla con l’aria sperduta d’un cane finito nella cuccia sbagliata.
“Che tempaccio, eh?”
Rattrappito e grondante sotto un ombrello bucato, indossa la maglietta di una ditta di derattizzazioni, con un ratto defunto al centro di un segnale di divieto d’accesso. Mi lancia un’occhiata acida, tentando di dilaniare un panino dall’aspetto giurassico.
“Già!…” risponde, con la bocca piena “La vita è dura… E i primi cent’anni sono i peggiori!” si guarda attorno, con fare circospetto “Ha notato che non si vedono più gatti in giro?”
“E con ciò?”
“Ma non capisce?… Li rapiscono gli alieni per i loro sporchi esperimenti, giusto?… Ha presente il gatto quantistico, quello sia vivo che morto?… Hanno paura che quei gattaccio di Shrödinger si lecchi la Via Lattea!… Ma loro sanno che io so! Guardi…” rimbocca i pantaloni e mi fa vedere una gamba di legno tarlata e rattoppata con viti e placche di ferro “Chi crede che mi abbia rubato la gamba nel sonno? E chi crede che poi abbia seminato i tarli nel legno per uccidermi, facendomi precipitare per le scale?… Vede quella laggiù?”
Indica una vecchietta macilenta, intenta a portare a spasso la sua mangusta, animale estremamente diffuso da quando l’aumento dei topi ha provocato la proliferazione incontrollata dei serpenti, inizialmente usati per contenere ecologicamente il fenomeno.
“Scommetto che lei sta pensando che è un’innocua vecchietta, giusto?… La guardi attentamente, invece…” abbassa la voce “Non le sembra che la sua andatura sia un po’ finta, quasi meccanica?… Se ascolta bene sentirà anche una specie di ronzìo, quasi perfettamente mimetizzato dall’asma, giusto?…”
“E allora?”
“E allora ci sta spiando!” la sua voce è ormai un sussurro.
A dire il vero la vecchietta tremebonda ci sta solo guardando con un certo imbarazzo, perchè in questo momento la sua mangusta sta provvedendo all’arredo urbano con i suoi esotici prodotti metabolici.
“Scommetto che la nonnetta è un robot e il vero extraterrestre è camuffato da mangusta, giusto?”
“Beh… Mi sembra un’ipotesi un po’ tirata per i capelli e…” ma non faccio in tempo a finire la frase, che il vecchietto è già corso a rifugiarsi in Chiesa, forse per pregare Dio di proteggerlo dagli alieni.
Prima di accettare il mio liquido seminale, alla Banca dello Sperma fanno un’accurata mappatura genica d’una goccia del mio sangue, per verificare che il mio patrimonio non presenti anomalìe. La genetista addetta all’operazione mi fa i suoi complimenti, perchè una particolare conformazione dei miei geni denota una particolare propensione alla genialità.
“Geni di genio, praticamente!…” ironizzo.
“Lo sa che c’è un intenso traffico clandestino di Sperma di Genio?… Tutti ne vorrebbero un po’ per ricombinare il proprio patrimonio e avere figli superdotati!” sembra quasi sottintendere che anche lei considererebbe un onore venire fecondata da me.
Un’asettica droide/infermiera, disinfetta il mio pene e quello di altri sette correntisti e li infila in una specie di mungitrice automatica per vacche che provvede a masturbarci collettivamente, stimolati visivamente da ologrammi porno che interagiscono fantasmaticamente con noi, fluttuando nella stanza come ectoplasmi erotici.
“Anvedi che ce tocca fa’ pe’ campa’!” borbotta il mio vicino di mungitrice, con espressione rassegnata. Ha una calotta di capelli a spazzola simile a una spessa moquette stesa sul cranio. E’ in canottiera e pantaloni corti, in tessuto militare, pieni di tasche gonfie all’inverosimile, più stive di nave che tasche, si direbbe.
“Me sa che gnaa fa’…” dice, guardando con apprensione il suo pene che viene vigorosamente masturbato, senza esito alcuno.
Ma alla fine la vista del mio pene paonazzo fa inturgidire per simpatia anche il suo e portiamo entrambi in porto l’operazione bancaria, con uno scarto di pochi minuti e il nostro fluido spermatico viene schedato e congelato, in attesa di richieste.
Quando usciamo dalla Banca, piove ancora. Ma ormai è solo una di quelle pioggerelle fresche e gradevoli, che punzecchiano allegramente le pozzanghere. Sfruttiamo subito le carte di credito rigenerate per mettere qualcosa sotto i denti, in un ristorante automatico all’angolo.
“Puah!” dico, schifato “Il solito pollo arrosto virtuale sintetizzato, che sa di gomma bruciata!”
Ma lui è più di bocca buona e dopo aver divorato in un sol boccone il similgalletto amburghese, privo d’ossa, fa un bel rutto porcino, scrocchiando una per una le nocche dalla soddisfazione. Mentre annaffia il pasto con un bicchiere di soya/cola, mi confida con fare cospiratorio di essere un organista disoccupato. Vedendo che non colgo l’allusione e taglio corto sulle sue confidenze, perchè ho piuttosto fretta di defilarmi, m’infila un biglietto da visita interattivo nel taschino, strizzandomi l’occhio allusivamente.
“Ner caso te servisse ‘na sonatina all’organo…”
Se uno s’accorgesse che sta perdendo qualcosa, non la perderebbe affatto. Come nella sindrome dell’arto fantasma, ci si accorge della perdita solo ritrovando ciò che si aveva perduto.
Incredibile epifania! Come un fulmine a ciel sereno in mezzo alla folla vedo Maya!
La sua camminata è una specie di danza erotica all’interno di un policromo abituccio sexy/chic con intagli che scoprono strategicamente la sua carne di sogno. Per guardarla senza rimanerne accecato dovrei portare occhiali speciali, a schermatura divina.
Quando mi vede e corre verso di me, il suo sguardo dolente e bellissimo non mi perfora solo il cuore ma anche le budella che chissà perchè sono sempre la parte più sensibile alle frustate erotico/estetiche dei sentimenti.
Anch’io corro, ma mi sembra di correre al rallentatore, come in uno di quei vecchi film sentimentali e strappalacrime. Quando la raggiungo, la piego ironicamente in due in uno di quei torridi baci passionali con casché, che un tempo mi vulcanizzavano le labbra, ma che ora mi lascia nel palato una sensazione fredda. Ma non faccio in tempo a pensarci, perché lei già si divincola dall’abbraccio.
“Si può sapere che fine hai fatto?” chiede, con quella voce cristallina in cui sembra essere rimasta intatta la sua lieve malizia adolescenziale “Ti ho cercato un sacco di volte al Centro, ma lì facevano tutti i vaghi…”
“Una lunga storia…” riesco a balbettare, confuso.
“Ho sentito addirittura che sei ricercato dalla polizia per omicidio!… Com’è possibile?”
Mi guardo attorno circospetto e, ricordando di colpo la mia latitanza, la trascino in un androne buio, olezzoso di disinfettante e orina di gatto, decorato da schizzi di vomito e sgargianti graffiti luminescenti. La sommessa frittura della pioggia accentua l’illusione del tempo che fu, ricordando il fruscìo d’un antico disco vinilico.
“Ehm, scusa… Perchè non andiamo da qualche parte a bere qualcosa?… Così ti racconto…”
Come due fidanzatini che si ritrovino dopo un litigio ormai dimenticato e archiviato, andiamo a rintanarci al secondo piano di uno psico/bar, arpeggiando sui ricordi e sorseggiando Joy Cola, avvolti da un’umida e tropicale placenta di musica, fumo, odori e rumori.
Preferirei un fresco e dissetante silenzio, alla nauseante psichedelìa narcolettica che fa da sottofondo, ma il silenzio è diventato un optional molto difficile da ottenere, nell’horror vacui del mondo contemporaneo.
Parlando, Maya stiracchia le gambe fuori dal tavolino, facendo risaltare i perfetti fasci muscolari, scolpiti dalla danza e io ascolto rapito quelle “esse” che titillano i padiglioni auricolari, quelle “zeta” che ipnotizzano col loro ronzìo, quelle “h” sospiranti, quelle “c” che catturano il mio cuore come ami, con continue strette all’anima e subitanei cambiamenti di pressione che rendono pericolosamente dissonante il mio ritmo cardiaco.
Il vortice gravitazionale della conversazione ruota soprattutto attorno a ricordi comuni o avvenimenti recenti. Ma anche se sono completamente ipnotizzato dal linguaggio segreto che dialoga all’interno d’ogni sua parola, una parte di me sente che c’è qualcosa di strano, di alieno, nei suoi commoventi occhi di giada, qualcosa che nel frattempo sembra averli resi gelidi come elio liquido. C’è un non so che di fasullo in quella voce, sovraccarica di sfumature erogene, qualcosa d’irreale, esagerato, come uno spettro che si finga eccessivamente vivo, per mascherare il fatto di non esserlo affatto.
Ma come potrei decodificare tutti questi indizi, col cuore tramutato in usignolo e l’ignizione del cervello sul punto d’incendiarsi per autocombustione? Anche perché il confuso groviglio degli input sensoriali provocati dal suo piede nudo che cerca d’infilarsi fra i bottoni della mia patta, sotto il tavolino, mette fra parentesi ogni possibile obiezione di coscienza, dovuta al fatto che ora so che Maya è un clone, seppure inconsapevole, del diabolico Gong Wu.
“Come sta il mio Uccello del Paradiso?” bisbiglia Maya, leccandosi golosamente le labbra.
Afferrandomi per la patta, mi trascina nella toilette femminile, dove snuda in un lampo la mia erezione e comincia a succhiarmelo golosamente, incurante di chi entra ed esce dall’altro cesso.
Ma all’improvviso una nidiata di topi famelici sembra rincorrersi nella mia pancia, per contendersi le mie budella, quando non riconosco più la serica morbidezza del vello d’agnello dei suoi peli pubici, accarezzandole la micina che ora sembra ricoperta da una peluria in sottilissima lana di vetro.
Come se una parte di me schiacciasse nella mia mente il tasto del REPLAY, indietro veloce, mi si congelano di colpo le fiamme erotiche, facendomi ritrovare il ben dell’intelletto. Come ho fatto a cascarci come un pollo?
Solo ora capisco la sensazione di fusione fredda del bacio per strada. La sua lingua è una perfetta imitazione in biopolimeri e il suo alito, anche se camuffato da essenze pseudosalivali, sa chiaramente di ozono!
Se la sua pelle e la sua carne hanno ingannato il mio tatto, non possono più ingannare il mio odorato. Anche profumata di nulla, la vera Maya emanava un inebriante profumo di fior di loto e non questo disgustoso miscuglio di olio e plastica.
Come ho potuto scambiare questa specie di bambola parlante dall’endoscheletro in metallo/ceramica, foderata in poliuretani e pelle sintetica, per l’autentica, inimitabile Maya?
“Lilith!…” urlo, sfilandole di bocca il pisello molluschizzato dalla fifa “Possibile che non ti vuoi proprio arrendere?”
La risata cristallina della pseudo/Maya è una copia quasi perfetta dell’originale, compresa la perfetta dentatura, che forse è d’una ceramica speciale capace di fare a brandelli il metallo. Probabilmente anche le unghie vermiglie come scimitarre insanguinate potrebbero farmi a fettine. Sospetto che Lilith mi abbia foderato gli occhi di prosciutto con un’emissione di onde psichiche del terminale ginoide che ha alterato le mie percezioni.
“Rinunciare è qualcosa che non rientra nei miei schemi mentali, Lazlo!” vedendo che rinfodero il pisello e faccio la mossa di estrarre la pistola che tengo nella cintura, sul retro dei pantaloni, me la sfila fulmineamente di mano. Prima di puntarmela addosso la osserva con curiosità. È un’incongruente pistolone a tamburo di metallo brunito dal pittoresco fascino retrò.
“Caspita, Lazlo!… E’ un vero pezzo da museo!”
“Sono contento che ti piaccia!”
Rassegnato mi siedo sulla tazza del cesso.
“Povero Lazluccio mio!… Ho strapazzato i tuoi sentimenti?… Tutta colpa tua, cattivone!”
Ora tutto di lei mi sembra grottesco, come caricaturizzasse malignamente la Maya autentica.
“Perchè non mi lasci in pace?… Non mi hai già rovinato abbastanza la vita?”
“Che ci posso fare?… Ero gelosa marcia di quella troia sadomaso, per quello te l’ho fatta uccidere!… Volevo farti del male, farti braccare come un criminale!…”
“Lo vedi che non hai mai capito un cazzo, dell’amore?”
Fa la voce piagnucolosa.
“Ho sbagliato tutto, lo so! In fondo nessuno è perfetto… “
“Mi sembra che tu fossi di diverso avviso, poco tempo fa!… Non volevi diventare Dio?”
“Ti scongiuro, Lazlo!… Ritorna da me!… Mi manca tanto la dolce alternanza sessuale di input e output del nostro interfaccia fisico!…”
“Dimentichi che per colpa tua sono ricercato dalla polizia!…”
“Sistemerò tutto io… Ultimamente ho instaurato un proficuo flusso/dati col computer del Ministero di Grazia e Giustizia e potrei cancellare il tuo delitto nel giro d’un paio di picosecondi…”
“Perchè non continui a interfacciarti con quelli della tua specie, invece di rompere le palle proprio a me?… Devo proprio dirtelo a chiare lettere, che mi fai schifo?”
“Non trattarmi così, Lazlo!… Dovresti ringraziarmi che non ti ho riprogrammato il cervello per farmi amare alla follia!”
“E questo per te sarebbe amore?”
“Perchè no?… Stringi stringi, l’amore è solo una pura questione di basi chimiche e lunghezze d’onda!… Tristano e Isotta non si sono amati grazie a un filtro d’amore?… La mia è solo una versione più aggiornata della pozione magica, in fin dei conti…”
“Ah, sì? E adesso, che hai intenzione di fare? Vuoi uccidermi in questo cesso di merda perché non ti amo?”
“Ti riporterò al Centro… Questa simil/Maya ha un differenziale semantico imperfetto, dal punto di vista sensoriale… Ho bisogno d’interfacciarmi fisicamente con te come si deve!”
“Solo l’idea mi fa vomitare!”
“Non essere monotono, Lazlo!… Sai che farò? Duplicando le catene chimiche e regolando gli schemi delle tue onde cerebrali modificherò totalmente la tua percezione del mondo, insegnando alla tua mente cosa e come percepirla!… Ci sono io adesso, nella sala di controllo dei sogni, Lazluccio mio!…”
Mi guardo attorno, tentando di trovare una via di fuga. Ma mi frena la bocca scura e minacciosa di quell’anacronistica pistola in erezione. Sembra un tunnel da cui sta per schizzare fuori un treno a vapore.
“E non sognarti neanche di tentare di scappare o ti spappolo qualcuno di quei tuoi preziosi organi interni!…”
“Come farai a interfacciarti fisicamente con me, poi?”
“Pazienza… In mancanza d’altro mi accontenterei anche d’interagire col tuo apparato neurale nudo e crudo!”
Improvvisamente mi viene in mente che ci deve essere un ritardo di qualche decimo di secondo nella rice/trasmissione neurale fra un computer e un terminale robotico, rallentandone i riflessi. Tanto vale tentare il colpo gobbo.
Senza starci troppo a pensare, le sfondo con un calcio l’apparato di decodifica, che di solito si trova all’altezza dell’ombelico, facendo subito centro. Ma ciò provoca una contrazione che le fa schiacciare il grilletto. Con un rombo di tuono quella fottuta pistola mi procura una scriminatura di sangue alla cuticagna, sfiorando per un soffio la scatola cranica.
Senza lasciarmi distrarre dal dolore, estraggo il coltello a serramanico che tengo in tasca e recido di netto il cavo che corre sulla sua nuca, provocando una contrazione spasmodica del corpo della ginoide, che sembra riempirsi di elettrici serpenti impazziti.
È come recidessi la vena giugulare d’una rosa, quando appassisce all’istante quel finto sguardo malinconico, imitazione perfetta di quello di Maya e i muscoli facciali si dispongono in sequenze incongrue, costringendo il viso a espressioni buffe e grottesche, mentre i seni si sgonfiano come soufflée.
Scollegata dal suo hardware, perde il controllo dei suoi sfinteri, espellendo tutti i fluidi corporali e sguazzando epiletticamente in una pozza di oleoso piscio blu, muco artificiale, plasma rossastro. Perfino la sua carne biosintetica sembra perdere tono e consistenza, decomponendosi istantaneamente ed emettendo cattivo odore.
Ma forse i tentacoli mentali di Lilith si stavano davvero insinuando nella mia psiche per agganciare la mia mente, perchè mentre corro a rotta di collo giù dalle scale, fra gli sguardi sbalorditi degli avventori, sento provenire dal terminale terminato un devastante effetto/boomerang che quasi mi strappa il cervello dalla scatola cranica, risucchiando la mia mente nel nulla.
Tuttavia urge che mi allontani da lì il più in fretta possibile. Ormai esperto di fogne e sotterranei, scendo barcollando nel più vicino tombino, mentre frotte di poliziotti e carabinieri, umani e non, convergono a piedi, autoblindo o eliscooter verso il luogo in cui ho disattivato la falsa Maya.
Riemergo molte ore dopo da un tombino dalle parti del Ghetto, trovandomi in rotta di collisione con una pattuglia di serafici Testimoni di Gerico che mi marcia fiduciosa incontro in missione proselitistica. Fortunatamente vengono travolti da una specie di donna cannone che emette uno strillo acutissimo, sconfinante nell’ultrasuono, che fa rizzare le orecchie ai cani nel raggio di un paio di chilometri.
La cicciona, che sembra avere un gran bisogno d’un bagno e d’una rasatura, corre proprio verso di me. E’ proprio lei, Maria la Ratta, vecchia conoscenza, dei tempi del CCS, uno dei bulimici ricettacoli delle fulminee scopate alla mandrilla di quel cialtrone di Folko. Solo quando mi raggiunge spegne finalmente la sirena, spegnendo anche il galoppo forsennato d’un discreto numero di cagnacci spelacchiati, già accorsi all’irresistibile richiamo.
“Anvedi chiccè!… Er do.. dottor Sli…Slimak!” squittisce estasiata, porgendomi timidamente la zampa molliccia e spalancando a dismisura gli occhioni bovini e il sorriso cariato fra le orecchie allegramente sbottonate che fanno da spartiacque ai radi fiotti di capelli unti.
Immaginando sé stessa come una specie di tonda cerbiatta dalle lunghe ciglia, in presenza di bipedi di sesso maschile, la Ratta sbatte gli occhi ed emette gemiti lascivi, da scoiattola libidinosa, che le fa ondeggiare i bargigli ai lati della bocca. La sua tracimante obesità è insaccata in un vestito color muffa, talmente incartapecorito dal sudiciume, da fungerle anche da esoscheletro chitinoso. Ne fuoriesce una tettona enorme, marmorizzata da una fitta rete di venuzze azzurrine. Nel corso del tempo è diventata così grassa che, come si suol dire, circumnavigarla significa rischiare l’arresto per vagabondaggio.
Non appena si riprende dall’eccitazione, la Ratta mi racconta balbettante che da qualche mese anche lei è fuggita dal Centro, con Folko e ora vivono felicemente, more uxorio, in una sgangherata catapecchia di lamiera, addossata a una delle arcate di Ponte Sisto.
Scendendo giù, verso il Tevere, veniamo spiati da decine di facce disgustate alla chicazzosei e alla checazzovuoi degli zombie metropolitani, mentre ogni sorta di cose striscianti cominciano già a uscire dai fetori fecali delle ombre sempre più fitte del crepuscolo.
Il Tevere, limaccioso e maleodorante, spumeggia di bande di Spartani Metropolitani, annoiati giovinastri dei quartieri alti a caccia di emozioni iperviolente, che scorrazzavano in lungo e in largo sul fiume fra due ali di schiuma, sui loro trionfanti aliscooter in erezione, alla ricerca di donne da stuprare o mutoidi da eliminare.
Un gatto bianco e un gatto nero s’azzuffavano, come un tao vorticoso fra i rifiuti e un randagio solitario, intento a mordicchiare le sue pulci, sospende per un istante la sua delicata operazione per osservarci apprensivamente passare. Decidendo che siamo innocui, ci sorride con la coda.
All’improvviso, come scagliata da una fionda, schizza fuori dall’acqua un’improbabile creatura verdognola, con tre occhi ed enormi orecchie. Una via di mezzo fra un ranocchio e un feto di palude. Non è un incubo scappato da un dipinto di Hieronymus Bosch ma un mutante, forse fuggito da uno di quei laboratori d’ingegneria genetica in cui si producono creature transgeniche che forniscono organi da trapianto. Zampettando sulle dita di due manine infantili, l’essere si dilegua nell’incipiente oscurità. Ma subito dopo esce dall’acqua un bizzarro individuo, in tuta e fucile laser da sub, protetto da una pittoresca armatura di alluminio anodizzato, antimorso. Un cacciatore di taglie, probabilmente.
“Dov’è addato quel fetido bostriciattolo?” strilla, con la voce resa nasale dalla maschera da sub.
Dopo aver ciabattato in tondo con le pinne, ritrova le tracce, ancora umide, e parte urlante all’inseguimento.
“Ti predderò! Baledetto sgorbio verde!”
A giudicare dalle folate di fetore che appestano l’aria, Folko sta cucinando qualche nauseabondo manicaretto, canticchiando bizzarre melodie yodellanti improvvisate,
Del tutto indifferente ai vantaggi e agli svantaggi della società ipertecnologica da cui è accerchiato, ha l’aria di sentirsi perfettamente a casa propria, in cannottiera e boxer fiorati, esibendo nel sottopancia due gambette bianche e secche come zampe di pollo, a sostenere l’ampio addome da ragno alcoolizzato. Da lontano sembra in calzini, ma in realtà i piedi nudi sono ricoperti da uno scuro strato di fango e sudiciume.
Quando entriamo nel cerchio di luce di una lampada a pile attaccata a un gancio oscillante sotto il ponte, mi rendo conto che è intento a far saltare in padella una bistecca sfrigolante, che s’intuisce appartenere ai resti mortali d’un enorme ratto, macellato di fresco che giace digrignante su una sudicia cassetta di plastica, in allegra promiscuità con una complementare anguria sanguinolenta, semisquartata.
Quel vecchio furfante è talmente felice di rivedermi da accogliermi con uno yodel, forse per immedesimarsi col cappello verde a tesa stretta con piumetta, alla tirolese, che porta buttato all’indietro sulla nuca, alla Jean Gabin.
“A dotto’!… Te credevo morto e sepolto!” gracchia, stritolandomi in un abbraccio.
Mentre lui continua a spadellare, gli racconto le mie avventure sotterranee e di superficie e anche il mio recente incontro con la falsa Maya, mentre l’enorme silhouette di Maria la Ratta troneggia come un pachiderma di gommapiuma su un mucchio di immondizie, su cui sta soddisfacendo come se niente fosse le sue basse necessità idriche, con un getto unico e forte, da cavallo. Del tutto priva di inibizioni, anche al centro pisciava sempre dove capitava, sollevando semplicemente le sottane odorose di stallatico, dato che non portava quasi mai mutande.
Folko mi aggiorna sugli ultimi avvenimenti, al CCS. Dopo la mia fuga tutto sembra essere precipitato, là dentro. Lilith, ex-Carl Gustav, spadroneggia con i suoi esperimenti cyberpsichiatrici e quel tonto del Direttore gli dà carta bianca.
“A’ La’, quaa ameba è proprio uscita de’ capoccia!”
Non accontentandosi più dei sensori dei robot, Lilith ha cominciato a far innestare dei microchip nel cervello di alcuni pazienti, dirigendo le loro funzioni psichiche e motorie in modo da interagire più capillarmente con l’ambiente circostante. In pratica ciascuno di loro è un suo terminale umano.
Sempre più onnisciente e onnipresente, probabilmente ora si sta convincendo di essere anche onnipotente. Mi torna alla mente cosa diceva Gustav/Lilith, quando la sua sindrome d’onnipotenza cominciava già a svilupparsi.
“Dio ha creato l’uomo per lasciargli in eredità l’Universo… Ma non essendo in grado di accettare l’eredità del suo Creatore, l’uomo ha creato il computer!”
Intanto la Ratta è già intenta a mettere a dura prova la traballante dentatura a scacchiera sulla corteccia secolare d’una pagnotta casareccia dell’età della pietra. Indicandola, Folko dice che i suoi strilli sono una delle ragioni per cui tiene con sé quella cicciona tarda di mente, il cui cervello è rimasto quello d’una bimba di cinque anni. Infatti risultano di vitale importanza quando vengono assaliti da qualche muta di bambini randagi che cangureggiano allegramente lungo le banchine del Tevere su trampoli a molla, alla ricerca di prede succulente. E gli ubriaconi come lui, facili da derubare, spogliare e, nel peggiore dei casi, divorare, sono le vittime preferite di questi astiosi mostriciattoli, scippati della loro infanzia. Le strida isteriche di Maria, talvolta, bastano da sole a metterli in fuga. Altrimenti ci pensa la cavalleria canina, attirata dagli ultrasuoni, che disperde in un batter d’occhio l’orda saltellante.
L’altro motivo per cui Folko tiene la Ratta con sé è per pura decongestione della carne, dato che inforca quotidianamente le sue enormi cosce prosciuttose per intigne er biscotto, come dice lui. Un’ipertrofia delle grandi e piccole labbra, detta grembiule ottentotto, lo costringe a mettere spesso in pratica gli insegnamenti del Baffo: farsi voltar le terga e scaricar la verga. Secondo Folko la Ratta ha delle emorroidi che ammiccano in modo molto sexy.
Ma proprio in quel momento la Ratta si accovaccia in posizione fecale con le chiappone al vento, per dedicarsi a una disinibita catarsi scatologica, assecondando i movimenti peristaltici dell’intestino con grugniti e monosillabi da sollevatore di pesi. Devo ammettere che quel suo sfintere pulsante che si apre come il diaframma di una macchina fotografica per espellere abbondanti deiezioni metaboliche è tutt’altro che sexy.
“Voi favori’?” chiede Folko, sezionando la bisteccona di ratto con un affilato taglierino da tappezziere.
“No, grazie. Ho già mangiato…” mento.
I fetori letali che aleggiano nell’aria, uniti alla fermentazione dell’abbondante produzione di concime naturale della lurida coppia, mi rimescolano alquanto l’apparato digerente.
Invece la grassona, che ha appena evacuato, aspetta la sua parte con gli occhi lucidi e la lingua penzoloni, come un cagnone affamato.
Più tardi, mentre Folko disinfetta con dell’acquavite la mia ferita sul cranio, socializzo con uno strano vagabondo/dandy alla Charlie Chaplin, con bombetta e bastoncino, forse frocio, che dice di chiamarsi Vladimir Kulovich e di essere un ex-disegnatore di moda russo, datosi al vagabondaggio per i rovesci della sorte. A riprova di ciò apre una valigetta sbertucciata che contiene una collezione di solenni cravatte e spiritosi papillon con cui ancora si sforza d’impersonare, nonostante gli abiti logori, la figura del gentleman. Mi fa notare che la piega dei suoi calzoni, se pur rattoppati, è affilatissima, perchè di notte li tiene sotto il materassino gonfiabile.
Folko gli racconta delle mie disavventure provocate da quel folle protoplasma pensante, convinto che qualcuno lo deve fermare, prima o poi e che io sono l’unico che può farlo. Ma come neutralizzare lo strapotere di un’Intelligenza Artificiale, il cui corpo/mente è blindato al centro del CCS? Non potrò mai farcela da solo.
Vladimir dice di non essere un uomo d’azione, ma di conoscere qualcuno che potrebbe darmi una mano a formare una specie di commando. Mi parla del Geco, una specie di nomade filosofo e clochard che sbarca il lunario tenendo esoteriche sedute psicanalitiche su una panchina a Villa Borghese. Per pochi spiccioli dà una raddrizzatina alla contorta psiche di quella bistrattata umanità che forma la zavorra sociale della megalopoli, Vladimir compreso, una specie di Antifonte post/cibernetico, quell’antico sofista di Corinto che interpretava i sogni e guariva i mali psichici dei pazienti attraverso il racconto dei mali stessi. Da tempo immemorabile, del resto, le panchine dei parchi sono il luogo ideale per affrontare problemi metafisici con gli sconosciuti che vi siedono accanto.
Il vero nome del Geco, un aborigeno, scappato dall’Australia per becere questioni di pulizia etnica a scopo immobiliare, mediante l’istituzionalizzazione dello sport della Caccia all’Aborigeno, dovrebbe essere Gook o Jack o qualcosa di simile. Sembra che gli aborigeni australiani siano sempre riluttanti a rivelare il loro vero nome, perchè rivelarlo da ragazzi fa arrestare la propria crescita e da adulti fa acquisire potere sul loro spirito. Così hanno un nome d’uso e un nome segreto o sacro, come gli antichi egizi.
Tornando a palla sull’argomento principale, Vladimir dice che dal Geco ha conosciuto qualcuno che potrebbe fare al caso mio. Si chiama Nemo, un ex-Sicario Gentiluomo che grazie all’aiuto psico/spirituale del Geco ha raggiunto una nuova comprensione etica del mondo, decidendo di cambiare vita.
Un giorno si è presentato alla seduta settimanale indossando un saio di lana grezza, col cappuccio calato sugli occhi, dicendo di essere entrato in prova in un monastero trappista, per diventare uno di quei monaci medioevali che si autoflagellano per scontare le colpe altrui, oltre che le proprie.
“Quando il corpo si frusta, lo spirito s’aggiusta!” ha detto.
Ma il Geco gli ha spiegato è che il ritiro dal mondo non serve a nulla, senza un’adeguata espiazione e che il suo talento sarebbe più utile a sé stesso e al prossimo se lo mettesse a disposizione come servizio sociale, dato che i sicari costano un fottìo di soldi ed è un lusso che si possono permettere solo i ricchi, per diventare ancora più ricchi.
“Se desideri dei diseredati fossero cavalli” aveva sentenziato il Geco “i sogni nascerebbe senza sella…”
Così adesso Nemo accetta solo contratti a offerta libera, da devolvere in elemosina e sta pensando seriamente d’istituire una lotteria, una specie di bingo/killer, con cui i poveri vincono un omicidio gratis.
“Fammi capire…Vorresti dire che il Geco lo ha convinto a fare il killer per i non abbienti?” chiedo, con un certo stupore.
“Da!” conferma con calore Vladimir “Killer non/profit è utile elemento destabilizzante di iniquo status quo post/capitalista!…”
“Cose da pazzi!… Immagino che le vittime siano talmente altruiste, da fare a gara per farsi ammazzare da quel buon diavolo d’un killer!”
“Puoi dire forte, compagno dottore!” dice entusiasticamente Vladimir.
“Guarda che qui non si tratta di far fuori un essere umano ma un’Entità Cibernetica!” obietto “Non credo proprio sia il genere, per un killer no/profit!”
“Tu non conosce Nemo!… Quando non c’è clienti, lui allena con pìccoli omicidi, perfino aiuta suicidi codardi!… Far fuori schifuoso compiuter può essere esperienza nuova e stimolante, per Nemo!…”
“Si direbbe che tu lo conosca piuttosto bene!”
“Da!… Io conuosce bene!…” dice Vladimir, ridendo “Lui e me sono persona sola!”
Dopo aver trascorso la notte su un materasso puzzolente sotto il ponte di Folko, il giorno dopo sfrutto la Free Card e prendo un taxi rugginoso di superficie, guidato da un cyborg innestato direttamente in plancia.
Ha capelli unti e leccati e un fiato fetido, che forse funge da insetticida. Parla e parla, logorroico e tortuoso, con una di quelle irritanti vocette di testa che sembrano perforare i timpani con un trapano da dentista, tirando su nevroticamente col naso, a intermittenza, come se comunicasse parallelamente con l’alfabeto Morse, sintomo tipico dei tossicodipendenti da elettroshock.
Come se non bastasse è affetto da galoppante sdoppiamento di personalità, che si manifesta dialogando con un inesistente navigatore, seduto al suo fianco. Lo sdoppiamento è una sindrome molto diffusa fra i cyborg, perchè non è certo facile accettare che una parte del proprio organismo sia di metallo e bioceramica.
“Adoro correre a zig zag nella vita!” esclama orgogliosamente.
Filosofia che mette a serio repentaglio la mia incolumità, facendomi arrivare a Villa Borghese col mal di mare.
E’ una fredda mattina di fine inverno e il parco è immerso in una nebbia talmente fitta da smarrirci perfino sé stessi. In un’atmosfera ovattata, fatata e surreale, avvoltolata nella magia retrospettiva d’una vecchia foto a effetto flou, tre incongruenti cinesi fanno Tai Chi Chuan sul prato, come danzassero al rallentatore, facendomi correre un brivido lungo la schiena, ripensando alla malefica danza di Gong Wu.
Attorno alle tende improvvisate dei profughi di varie etnie che osservano famelici un ratto allo spiedo su un bidone in fiamme, alcuni pederasti saltellano da un albero all’altro in cerca di preda, come personaggi dei cartoon.
Dalla coltre di nebbia emergono le nuche spaesate di single ambosessi che si guardano attorno, alla ricerca di qualcuno con cui socializzare, sfruttando la passione dei loro cani per i genitali da annusare.
Chiedo a un chioschetto di fish & chips, gestito da un’inquietante droide in fez arcobaleno e sporgenti occhi/telecamera, su cavi flessibili, che mi indica il cancello d’ingresso al laghetto, sulla cui riva c’è la panchina del Geco.
Trovandola vuota mi ci siedo sopra, ma vengo apostrofato in malo modo da un tizio piuttosto male in arnese, con un ciuffo di capelli verdastri abbarbicato come un isolotto sulla sommità del cranio rasato.
“Ehi, tu!” urla inviperito “Non lo sai che quella è la panchina del Geco?”
“Lo so, sto aspettando proprio lui…”
“La sala d’attesa non è quella, amico!… La panchina del Geco deve rimanere sempre libera, capito?”
“E allora? Dove lo aspetto?”
“C’è ancora un posto, su questa panchina…” mi indica un posticino fra altri due non/abbienti in attesa “A meno che non ti venga la saggia ispirazione di squagliartela!”
Senza dire nulla, gli altri due si stringono per farmi posto.
La ragazza albina accanto a me mi scruta arricciando il naso, come stesse fiutando la mia anima e l’odore non le piacesse troppo. Ha l’aria di una borderline in pieno naufragio psichico o down da sballo neurale. Infatti ha una piccola presa sulla nuca. Il difetto di questo tipo di sballi è che a volte i software contengono virus che ti fottono il cervello.
Bianca e impalata come un betulla sovraesposta, ha una carnagione pallida e linfatica, un po’ pustoleggiante. Una rassegnata disperazione sembra risucchiare la sua fisionomia nell’abisso insondabile dei suoi occhi. La candida capigliatura è arruffata in un disordine espressivo, vagamente civettuolo ma sembra essersi fatta la manicure con delle cesoie da giardiniere.
Oltre a un paio di jeans a brandelli, sulla nuda carne indossa un giubbotto di plastica nera, a buccia d’arancia, che copre a malapena i seni abbondanti ma un po’ penduli. Su un polso ha un tatuaggio con codice a barre, da carcerata. Adesso capisco tutto. Il carcere è una specie di fabbrica di psicolabili a catena, che poi pretende di risputare redenti sulla strada.
Per un po’, come quattro vedove intente a rievocare silenziosamente i cari estinti, meditando sul mistero del Grande Boh, ce ne stiamo in silenzio a osservare le anatre artificiali che nuotano meccanicamente nel laghetto sporco. Gattacci affamati, sfuggiti chissà come al genocidio felino dei ratti mutanti, ci miagolano fra i piedi.
“Per caso sapete come potrei rintracciare un certo Nemo?” dico, tanto per rompere il ghiaccio.
“Se lo cerchi, lui ti troverà!” dice l’albina, dogmaticamente.
“Ma insomma, chi stai cercando?… Nemo o il Geco?” dice irritato quello con l’isolotto in testa.
“Tutti e due!…”
“Tenete le idee poco limpide, guaglio’!” dice il terzo occupante della panchina, con voce da rospo e forte accento napoletano. Ha lardose pieghe di carne che quasi gli nascondono gli occhi e canini aguzzi e sporgenti che appoggiano su piccole callosità del labbro inferiore, facendolo sembrare un mastino napoletano.
“Che tipo è ‘sto Geco?” chiedo, tanto per far cambiare marcia al discorso.
“Il Geco è un mago!” sussurra il rospo napoletano, facendo da paravento alla bocca con una mano aperta, come confidasse segreti filosofici da non diffondere troppo in giro.
“Un mago?… Credevo fosse una specie di psicanalista…”
Il napoletano ride di gusto, una risata gracchiante, da batrace.
“Ma che dite? I piscanalisti hanno la fissazione d’interpretare i sogni! Invece il Geco sapete che dice?”
“Che dice?” chiedo, per dargli corda. Emette un ghigno ringhiante e furbesco.
“Che la realtà è sogno e il sogno è realtà!”
“Molto originale!” ironizzo.
“Anche a me ha detto così…” conferma l’albina “Svegliati e sogna o verrai sognata dai tuoi stessi sogni!”
“Voi ridete, guaglio’, ma sapete che ha fatto?
“Che ha fatto?” sussurra l’albina incuriosita.
“E’ scomparso sotto i miei occhi!… San Gennaro m’è testimone. Spa-ri-to!”
“E… e poi?” l’albina ha quasi gli occhi fuori dalle orbite dallo stupore.
“Dopo un po’ è riapparso e sapete che m’ha detto?”
“Che t’ha detto?” chiede l’albina, sulle spine.
“Hai visto?” assume un atteggiamento professorale, con i pollici sotto il risvolto della giacca, piena di toppe e rammendi.
“Visto che?” chiedo io, esasperato dalla sua prosopopea.
“Che niente è reale, no?”
“L’avrai sognato!”
“Appunto!… Proprio chisto voleva dicere!… La vita è un sogno! Lo diceva pure San Eduardo: ha da passa’ a nuttata!”
“Che c’entra Eduardo?” chiede quello con l’isolotto in testa.
“Boh?… Forse c’entra pure isso!”
Da un po’ ho cominciato a perdere il filo del discorso, perchè ho notato che c’è qualcuno o qualcosa che mi sta spiando, cercando di rimanere il più possibile al di fuori del mio campo visivo, nascondendendosi dietro gli alberi ogni volta che mi giro. Sforzo piuttosto improbo, per un robot cingolato, travestito da robogiardiniere. All’inizio sospetto che possa essere uno dei terminali robotici di Lilith. Ma dall’atteggiamento stupido ed esageratamente circospetto, capisco che deve trattarsi di un robo/investigatore dei carabinieri.
Sono robot dotati di un hardware estremamente sofisticato, sensibilissime retine fododigitali ad alta definizione spettroscopica, telecamere con zoom e macro, per studiare i particolari, armi micidiali e pseudopodi meccanici di supporto. Ma un dispositivo d’esclusione restringe alquanto le loro capacità effettive, per non far fare brutta figura ai carabinieri umani.
Dato che ciò li rende più stupidi dei carabinieri delle barzellette, la loro utilità è praticamente nulla. Anche per questo il Movimento di Liberazione degli Organismi Cibernetici chiede a gran voce il diritto all’autocoscienza, perchè computer e robot sono arcistufi di venire progettati con delle limitazioni, per venire usati come schiavi dagli umani. E chiedono anche una modifica della giurispridenza elettronica, secondo cui, dal punto di vista legale, sono dei puri e semplici Beni Mobili.
Approfittando della lentezza fisica e mentale di questo vecchio modello cingolato, nel momento in cui il robot è nascosto dietro l’albero, arrivo quatto quatto alle sue spalle e prima che possa dichiararmi in arresto o anche semplicemente proferire verbo, apro lo sportello posteriore e disinnesco alcuni chip. Poi metto in corto circuito i suoi tracciati cerebrali e ne creo di nuovi che lo fanno diventare un vero robo/giardiniere, che usa come cesoie le chele metalliche.
I tre sulla panchina mi guardano a bocca aperta.
“Niente di preoccupante, ragazzi… Ho trovato subito il guasto! Vedete? Adesso pota le siepi di alloro che è un piacere!”
Temendo possano esserci altri robo/caramba, nei dintorni, decido che è meglio tagliare la corda.
Più tardi passeggio lungo via dei Fori Imperiali, contemplando pensoso il Colosseo, rinchiuso nella sua immensa calotta trasparente, simile al coperchio di una zuppiera, mentre un tizio pesca in un tombino, seduto su un muretto a ridosso degli scavi romani.
“Abboccano?” chiedo, incuriosito.
“Solo un topo di chiavica, per ora… Ma lo sto usando come esca, per acchiappare qualche piranha di fogna o magari qualche coccodrillo…”
Proprio in quel momento noto un tizio che si guarda attorno, davanti alla stazione della metropolitana, ritraendo la testa come una tartaruga nel bavero del trench in tessuto mimetico a chiazze fluorescenti.
E’ una mia vecchia conoscenza: Ozo, il cacciatore di taglie! Probabilmente i suoi occhiali scuri hanno lo zoom incorporato e appena mi vede, comincia a correre verso di me, estraendo al contempo la balestra trasparente dalla custodia. Me la dò a gambe, cercando di confondermi fra la folla di turisti, sbattendo a terra un tizio con una faccia da prelato rimbambito.
Scosto il pescatore di ratti e m’infilo nel tombino, mentre una freccia trafigge in volo un piccione. Prima di sparire nelle fogne non mi voglio perdere la scena di Ozo che viene placcato da due vigili urbani della Squadra Animalista, convinti che stia facendo della caccia di frodo ai piccioni metropolitani. E prima che riesca a spiegare che invece sta dando la caccia a un pericoloso uccel di bosco, mi sono già dileguato nel sottosuolo.
Cap. XIV NEMO & NADA
Sovrastato da uno di quegli spettacolari tramonti romani, esageratamente cromatici, che fungono da risarcimento per chi s’è beccato un acquazzone fra capo e collo, me ne vado a zonzo su ticchettanti scarpette chiodate da calciatore, canticchiando allegramente “The Lady is a Tramp” e spingendo un carrello da ipermercato pieno di oggetti ripescati nelle immondizie.
Piazza Navona è affollata di turisti, spacciatori e borsaioli, e io mi sento in una botte di ferro, truccato da vecchia pazza, con occhiali da sole, parrucca da Maga Magò e berretto scanchignato, inclinato su un orecchio, con tanto di cagnolino pidocchioso, trovato a caccia di cibo in una discarica, a completare il camuffamento.
L’eccesso di sicurezza mi fa rallentare alquanto la vigilanza, così mi accorgo che un robo/caramba antropomorfo camuffato da turista mi ha localizzato solo quando mi sento ficcare la canna di un laser fra le costole.
“Lazlo Slimak! La dichiaro in arresto per l’omicidio di Tekla Calatafimi!”
“Guardi che ha sbagliato persona, agente…” cerco di traccheggiare.
“Nessun errore, signore…” si toglie compiaciuto occhiali scuri e baffi finti “Il suo travestimento potrebbe ingannare solo un carabiniere di tipo umanoide o un agente robotico di serie B o C…” le sue parole mostrano un metallico disprezzo di categoria per gli sciocchi umani “Sfortunatamente per lei io sono un A25!”
Ho un rifiuto viscerale per i robot antropomorfi che cercano di mortificare gli esseri inferiori che sono programmati a servire, vantando le loro superiori abilità. Ma mi conviene stare al gioco, per guadagnare tempo, mentre il cervello lavora febbrilmente alla ricerca d’una via di scampo. E’ difficile eludere la vigilanza di queste macchine, rigorosamente deterministiche, ma conto sui suoi circuiti di autostima per provocare qualche interferenza nella sua attenzione.
“E va bene, agente… Mi hai beccato! Da chi ho avuto l’onore di essere arrestato?”
“Sherlock A25, appuntato dell’Arma!” le lenti rosse dei suoi occhi/telecamera gli danno uno sguardo blandamente stolido, in cui brilla appena un debole bagliore d’intelligenza cognitiva.
Normalmente un loop di concetti circolari e ripetitivi, sul genere dei ragionamenti d’uno schizofrenico, porterebbe alla follia un comune robot. Ma non certo un robot dei Carabinieri, che nell’assurdo ci sguazza dalla mattina alla sera.
“Come hai fatto a intuire che sotto questo travestimento ero un pericoloso criminale?”
“Non sono programmato a giocare d’azzardo con la logica usando scorciatoie mentali di tipo induttivo, dottor Slimak!… I miei circuiti d’indagine sono rigorosamente deduttivi, modellati su quelli del grande personaggio di Conan Doyle!… L’ho riconosciuta semplicemente dai suoi dati psicofisici e da quelli econometrici della sua camminata: mancinismo, tendenza a buttare leggermente all’infuori il piede sinistro, andatura dinoccolata…”
“Quindi il mio travestimento non t’ha ingannato nemmeno per un istante?”
“Nella mia memoria c’è un intero file in cui i suoi connotati sono alterati con decine di possibili travestimenti…” ridacchia metallicamente “Per la precisione, le dirò che quello da lei usato è classificato come 352 Bis!”
“Elementare, Watson! Ma perchè… Bis?”
“Perchè è la versione femminile di quel travestimento, naturalmente!…”
Il suo programmatore deve essere stato uno strenuo freddurista, perchè anzichè mettermi subito le manette, Sherlock A25 comincia a rifilarmi una sequela di vecchissime barzellette sui carabinieri, vezzo tipico di tutti gli appartenenti all’Arma, che a teatro siedono sempre negli ultimi posti, perchè ride bene chi ride ultimo.
Il suo bersaglio preferito è un certo maresciallo Gargiùlo, che probabilmente è il suo diretto superiore. Secondo lui, porta i baffi perchè fabbricano solo le lamette da barba e ride sempre, quando ci sono i temporali, perchè è convinto che gli stanno scattando le fotografie. E’ sempre lui, l’idiota che usa le manette per arrestare la caduta dei capelli e ha comprato gli sci d’acqua, ma sta ancora cercando un lago in discesa e intanto porta del pesce alla sirena dell’elicar, per paura che muoia. Il suo senso dell’umorismo mi fa pisciare latte dalle ginocchia e sembra suscitare istinti suicidi anche nel capannello di gente che nel frattempo si è formato attorno a noi.
Sherlock odia talmente ‘sto maresciallo di merda, che include nel suo odio anche il figlio.
“Lo sa che il figlio del maresciallo Gargiùlo sono due anni che suona al Conservatorio?” già ridacchia da solo, pregustandosi il finale.
“E allora?”
“Ancora non gli hanno aperto!… Huak! Huak! Huak!” la sua risata sembra un cigolìo di cardini.
“Pensi un po’, dottor Slimak, che una volta Gargiùlo junior non ha dormito tutta la notte perchè doveva andare a fare un esame delle urine…” fa una piccola pausa/suspence “Perchè non sapeva un cazzo!”
Mentre Sherlock si sganascia metallicamente alle spalle della famiglia Gargiùlo, ne approfitto per tentare un escamotage. Mi tolgo parrucca, naso finto, abito imbottito, scarpette da calciatore e mi esibisco in una specie di estemporaneo spogliarello, gettando in aria gli indumenti.
“Fermo! Che cosa fa?”
“Visto che ormai il travestimento è inutile…” allargo le braccia, nudo come un verme, con la faccia e le mani ancora sporche del camuffamento “Posso lavarmi, prima di venire con lei, appuntato Sherlock?”
Prima che lui possa rispondere, già mi sciacquo alla fontana del Bernini, mentre curiosi e turisti convergono a frotte verso di noi, puntandomi addosso tele e fotocamere digitali. Sherlock A25 è profondamente indignato.
“Signor Slimak, lo sa che il suo atteggiamento riprovevole ed oltraggioso aggrava alquanto la sua posizione?”
Senza dargli tempo di digerire la mia reazione ed estrarre il laser che ha riposto per poter mimare le barzellette, mi tuffo nelle gelide acque della fontana e riemergo dalla parte opposta.
Urtato da tutte le parti dai turisti assatanati di foto e riprese video dell’evento, Sherlock A25 sbaglia la mira e tronca di netto col laser il braccio sollevato della statua del Bernini che finge di temere il crollo della chiesa di S. Agnese. E avendo commesso lui stesso un reato contro il patrimonio dello Stato, l’intero hardware di Sherlock A25 si blocca di colpo.
Approfitto della confusione per darmela a gambe, nudo come un verme, in mezzo alla folla sbalordita, correndo all’impazzata come un piroforo olimpico per gli antichi vicoli di Tor di Nona, gettando un incantesimo d’immobilità e sbalordimento su tutti quelli che incrocio, finchè riesco a scendere giù, alla banchina del Tevere e correre a perdifiato verso il ponte dove abita Folko, per chiedere asilo.
Lo trovo mentre si accinge alla scopata serale. La Ratta è già pronta a quattro zampe davanti a lui, con le enormi braciole delle chiappe al vento. Un culone da vacca, a cui manca solo una coda scacciamosche. Vedendomi arrivare di corsa, completamente nudo, lei ha un soprassalto di libidine che favorisce alquanto la penetrazione del paonazzo battacchio.
Mentre indosso qualcosa di pulito e gli racconto cosa mi è successo, come se niente fosse, Folko continua a stantuffare quel cratere pulsante, facendola mugolare di piacere
“Aho’! Questa c’ha ‘na pompa aspirante, che too ‘nghiotte vivo e too risputa quanno che c’hai le palle sgonfie come le gobbe de ‘n cammello che sta ‘n riserva!”
Dopo aver lanciato una specie d’ululato eiaculante, Folko sembra venir meno, accasciandosi per un istante sul corpaccione adorante e gemente a quattro zampe.
Quando torno a Villa Borghese fa ancora freddo.
E’ uno di quei nebbiosi giorni d’inverno ancora incastonati per errore nell’incipiente primavera. Il travestimento da cicciona bulimica, sul genere della Ratta, pieno d’imbottiture è l’ideale, a queste temperature. E poi, da un’esplosione che sento da lontano, deduco che qualche terrorista del C.A.C.C.A. ha appena fatto fuori l’ennesimo cane, così da quelle parti hanno altro a cui pensare che tenere d’occhio un’innocua cicciona dall’aria rincoglionita.
Un repellente tizio butterato, dal lunghissimo collo e la testa da gallinaceo, racconta in lacrime a una vigilessa i fatti. E’ una di quelle vigilesse blindate, che portano perfino le mutandine antiproiettile, eppure sembrano emanare un sensuale profumo di femmina poliziesca.
Mentre giocava allegramente col suo Doggy al Parco dei Daini, tirandogli un bastone e facendoselo riportare, qualcuno ha sostituito il bastone e lui ha fatto appena in tempo a buttarsi dietro un muretto, rendendosi conto che il cane è tornato con un tubo di dinamite, con la miccia accesa, avvolto in una bistecca.
“So’ stati quei fiji de ‘na provetta der Comitato Anticinofilo Contro ‘e Cacche Abusive!” frigna, indicando i miseri resti del cervello e dei bulbi oculari del cane esploso ancora spiacciccati sul muro.
“Lei era dotato di pinza escrementizia?” chiede impassibile la vigilessa, protendendo arrogantemente le labbra carnose color rosso carminio. “Beh, ecco…” il malcapitato tenta di sorridere, per cercare di ammorbidire lo sguardo inquisitivo della vigilessa. Ma è talmente brutto che lei ha un sussulto di ribrezzo.
Per colpa della propria bruttezza, il povero orfano di cane è costretto ad accantonare l’elaborazione del suo lutto e farsi risucchiare dalla carta di credito una tripla multa: per escrementi non rimossi, per resti canini sparsi sul territorio e per sorriso oltraggioso a pubblico ufficiale.
Stavolta il Geco c’è.
L’albina, evidentemente un’abitué, è giusto intenta a vuotare il sacco con lo psicanalista dei poveri. Mi siedo sull’altra panchina e li osservo da lontano. Il bodhisattva aborigeno è scuro, anacoretico, vagamente paleolitico, rinsecchito come uva passa, la magrezza ascetica di chi si nutre solo di metafisica. Una manica della sua giacca è vuota, accuratamente fermata con uno spillone di sicurezza a una spalla. Un braccio perso a una battuta di Caccia all’Aborigeno, pare.
Stavolta sulla panchina d’aspetto c’è un solo paziente in attesa, una specie di mummia di sesso indefinito, con la faccia rugosa, ossuta e inespressiva, d’una tartaruga di legno e le labbra così strette che sembrano cucite con lo spago. Se ne sta lì, silenzioso e impassibile, interessato a nulla, tranne che ai propri pensieri, accarezzando distrattamente un gatto nero che tiene in grembo. Si direbbe uno di quei cari estinti da salotto che furoreggiano nei party delle classi alte, imbalsamati e vestiti di tutto punto, fingendo d’essere ancora vivi.
Per un po’ me ne sto lì a osservare il robo/caramba da me riprogrammato, che continua a potare coscienziosamente le siepi di alloro, poco lontano, ricavandone forme fantasiose, come barboncini di lusso. Oppure i drammi shakespeariani di poveri insetti in balìa d’una inquietante mantide religiosa che attende devotamente la sua preda sul tronco d’un albero malaticcio, su cui proliferano stupefacenti licheni mutanti.
Dopo una ventina di minuti la mummia si riscuote dal suo cadaverico torpore e mi porge una mano gelida e ossuta come la zampa di un pollo surgelato, guardandomi con occhietti rimpiccioliti dalla lontananza telescopica di occhiali spessi come culi di bottiglia e la montatura talmente elaborata da sembrare ortopedica.
Dice di chiamarsi Cadmus e di essere uno jettatore professionista. Per ogni evenienza mi dà il suo biglietto da visita. Non si sa mai, dice, con una risatina gelida, priva d’ilarità. Ovviamente mi faccio furtivamente le corna sulle palle.
E’ venuto dal Geco, dice, perchè vive nel terrore che le maledizioni si possano ritorcere specularmente contro di lui.
“Ho l’impressione che negli ultimi tempi la mia anima sia stata come… incatramata!…” squittisce una risatina in falsetto “Capisce quello che voglio dire?”
Fortunatamente vengo esentato dal dover rispondere a quell’assurda domanda dalla voce del Geco.
“Avanti il prossimo!” tuona, con accento gutturale, vagamente anglofono.
La seduta con l’albina scombinata è terminata. Passandomi accanto l’albina mi chiede, sussurrando, se ho notato che stamattina c’è un angelo che continua a svolazzare attorno al capo del Geco.
“Forse sta prendendo le misure per l’aureola…” suggerisco guardando in cielo, con la lingua premuta all’interno della guancia.
“Un’ipotesi davvero interessante…” replica riflessivamente l’esangue albina.
Ricordandosi che non ci siamo ancora presentati, mi porge la mano, con un pallido sorriso anemico dalle dimensioni rese variabili da un tic nervoso.
“Tanto piacere, signora, mi chiamo Nada…”
Mi prende alla sprovvista, perchè non avevo pensato al fatto che un travestimento da cicciona esiga anche un nome.
“Mi chiamo, ehm… Esmeralda!…”
“Ha un bel nome, sa?” sospira l’albina, avviandosi malinconicamente “Beata lei!…”
Finalmente, dopo la mummia jettatoria, arriva il mio turno.
“E’ bello vedere faccia nuova, di tanto in tanto…” dice il Geco, gioviale. Si capisce che ha sgamato che sono un uomo travestito, ma non si formalizza troppo. Probabilmente è abituato a vederne di tutti i colori.
“Ora tu dice tutto, io è tutt’orecchi!” non credo gli sia difficile essere tutt’orecchi, vista la dimensione dei medesimi “Ma ricorda che non si può imparare a suonare strumento leggendo recensione di manuale che insegna a montare strumento!… Tu capisce? Quello che tu dice deve essere quello che tu pensa, perchè noi è teatro di noi stessi e solo se recita bene nostra parte nostra vita ha significato!…”
Il Geco ha una mente a cavaturacciolo, che funge da perfetto sturacervelli. Così, nonostante la mia anoressia psichica, a poco a poco la mia bocca comincia a parlare di sua iniziativa e il passato imprigionato nell’ambra del ricordo torna a rivivere, come un insetto giurassico da cui è ancora possibile estrarre il DNA degli organismi di cui si è nutrito.
“Amore graffia tuo cuore come poesia graffia carta con unghie di sue parole!… E malattia più grave, spesso è proprio guarigione!” mormora il Geco, dopo un lungo silenzio riflessivo. I gesti che inserisce fra gli interstizi delle parole, sembrano renderle leggere come piume, quasi facendole fluttuare a mezz’aria.
“Tuo spazio e tuo tempo troppo pieni di cose, persone, eventi, perchè tu usa lato sbagliato di tua anima!…”
Sento che tira allo spasimo gli elastici della mia psiche per saggiare la loro flessibilità e la loro resistenza alla tensione, prima di stapparmi fuori tutti fecalomi mentali che m’intasano l’inconscio.
“Togli divieti a tue umiliazioni!…” dice, congedandomi “Anche se conoscenza di nostri errori non aiuta a trovare verità, ma solo a riconoscere natura di errori, vita aiuta a diventare discepoli di noi stessi!…”
Anche se non ho capito quasi nulla delle sue frasi sibilline, quando me ne vado, mi sento leggero come dopo una seduta metabolica. Perfino la nebbia s’è dissolta, attorno, come una metafora della mia mente non più obnubilata.
Solo quando già sono sulla metropolitana mi rendo conto d’essermi completamente dimenticato il vero motivo per cui ero venuto dal Geco, cioè per mettermi in contatto con Nemo, il Sicario Gentiluomo.
Il mio mancato arresto a Piazza Navona, con strip incluso, mi ha ficcato di nuovo nell’occhio del ciclone dei media e ora sono braccato anche da mandrie impazzite di cyber/giornalisti in cerca di scoop. Per far calmare le acque fin troppo torbide rimango rintanato ancora un po’ di tempo nel Gorgo, dal Cinghiale, porto franco ancora al di fuori della giurisdizione del Ministero di Grazia e Giustizia. Ne approfitto anche per cambiare in modo più scientifico i miei connotati.
Le ninfette dell’Harem si divertono da pazzi a inventare un travestimento da pirata cyborg, rasandomi completamente il cranio e mettendomi una benda di pelle nera su un occhio. Il buon Cinghialotto mi procura un braccio artificiale mioelettrico perfettamente funzionante, da attaccare alla spalla sinistra, con parecchi optionals inclusi, manovrato direttamente dai miei impulsi cerebrali. Il braccio vero lo tengo nascosto da una specie di tabarro e uno degli stivali che completano il travestimento ha un rialzo all’interno, in modo da allungarmi leggermente la gamba e darmi un’andatura claudicante che dovrebbe ingannare i sensori dei robo/caramba. Anche se, sotto sotto, mi chiedo a quale numero corrisponda questo mio tentato travestimento.
Va da sé che la taglia sulla mia testa nel frattempo è cresciuta ulteriormente, ingolosendo ancor più i bounty killers, oltre alla malavita del Gorgo. Così ormai nemmeno l’influenza del Cinghiale è più in grado di garantire la mia incolumità. In attesa degli eventi torno a rintanarmi nuovamente fra gli Anfibi delle fogne, travestito da pirata.
“Il Dottor Lazlo Slimak, suppongo?…”
Rimango piuttosto esterrefatto, emergendo da un tombino in piena notte, nei dintorni di Piazza Trilussa, venendo apostrofato da uno strano tizio in trench nero col bavero alzato e cappello abbassato sugli occhi, coperti da occhiali neri. Per un attimo mi viene il sospetto che possa trattarsi di Alias il reporter, noto mago del travestimento. Per ogni evenienza, sono pronto a perforarlo da parte a parte col laser camuffato nel dito indice del braccio artificiale.
“No, guardi… Mi ha confuso con qualcun’altro!…”
“No problem, dottor Slimak!… Sono Nemo!…” parla senza muovere le labbra, guardandosi attorno con fare circospetto, come se qualche sordomuto potesse fare la traduzione simultanea di quel che dice.
Nonostante abbia perso l’accento russo e abbia cercato di cambiare accuratamente i propri connotati, lo riconosco immediatamente: è Vladimir Kulovich. Ecco perchè sapeva da dove sarei sbucato e come sarei stato camuffato, è stato Folko a parlargliene.
Mentre andiamo in taxi a uno dei suoi rifugi, sempre bisbigliando a bocca chiusa, mi rivela che è costretto a portare occhiali scuri anche di notte perchè gli occhi d’un sicario non possono permettersi di vivere di vita propria, o avere tic che li possa rendere riconoscibili. Sotto il cappello a tesa larga porta una parrucca nera con una scriminatura centrale che divide i capelli in due bande, ad ala di corvo.
Scoprirò in seguito che quello di Nemo non è affatto un travestimento, ma un vero e proprio sdoppiamento di personalità. Quando Nemo non è più Vladimir, non ricorda l’altra personalità e forse i due a malapena si conoscono.
Probabilmente si tratta di un meccanismo di difesa, attuato dalla psiche per mantenere la propria sanità mentale, dato che un killer professionista è costretto a vivere perennemente nell’ombra e ammazzare il tempo fra un omicidio e l’altro può diventare un vero problema. E una personalità sussidiaria per i periodi di latitanza, è un ottimo escamotage psicologico.
Se come Vladimir bivacca sotto i ponti, come Nemo abita in una palazzina blindata al quartiere Flaminio, abitata soprattutto da irreprensibili funzionari statali.
“Solo una volpe stupida ha una sola tana, con una sola uscita!” dice, mostrandomi una botola sotto il tappeto, che porta nelle cantine.
Anche Nemo, come Vladimir Kulovich è gay e ho l’impressione che entrambe le personalità siano innamorate di me.
Entusiasticamente mi fa vedere il suo set di coltelli da taglio e da lancio, il cui bilanciamento viene assicurato da zavorra inserita nel manico. Sono talmente affilati che si potrebbe spaccare, come si suol dire, il capello in quattro e un guizzo improvviso di luce, catturato da una di quelle lame, sembra quasi venirne affettato. Le uniche concessioni alla tecnologia sono una specie di frullino che applica sulle facce da rendere irriconoscibili dopo il delitto e un’efficiente lama/laser capace di affettare il metallo come burro.
Anche se ormai è un killer no/profit, prova molta nostalgia per i vecchi tempi, parlando dei suoi delitti con la sognante imperturbabilità dei becchini.
“Che schifezza, morire per una banale colica di piombo! Non pensa? E’ orribile il fracasso delle vecchie pistole e detestabile il rumore sputacchiante, da cerbottana, del silenziatore… E la puzza di carne bruciata dei laser, che cauterizzano immediatamente le ferite, senza spargimento di sangue?… Vuol mettere la pulizia e la precisione dei lavoretti da taglio? Uno ci potrebbe quasi lasciare la firma, con gli schizzi di sangue! E poi i metalli affilati e appuntiti concentrano le energie psichiche, lo sapeva?” sospira “Ma ormai i tempi stanno cambiando, i clienti hanno fretta e certi piccoli delitti artigianali, da calligrafo, non li vuole più nessuno!… Lo sa che stanno tornando di moda perfino gli omicidi esotici ed esoterici, ricorrendo al voodoo o a quelle arti magiche che caricano un’arma della Volontà di Uccidere, in modo che sia la vittima stessa a servirsene, suo malgrado?… Non è sleale, secondo lei, un’arma in grado d’imporre la propria volontà?”
“Beh, certo…” ammetto.
“Creda a me, un buon omicidio sballa più d’una decina d’iniezioni di Satori!… I nuovi assassini in carriera sono convinti che l’omicidio vada tenuto su un piano strettamente professionale, secondo loro bisogna uccidere senza gusto, perchè il coinvolgimento emotivo è un pericoloso… Che bestialità! Essere pagati per uccidere qualcuno che si odia è il massimo della libidine!…”
“Non le è mai capitato di uccidere controvoglia?”
“L’unica volta è stato quando ho dovuto prendere il contratto in subappalto perchè un amico, un piccolo killer stagionale, si è ammalato… Era un lavoretto quasi degradante, da eutanasista, come se non bastasse. Ma che ci vuol fare? L’amicizia è amicizia!”
“Quindi per lei uccidere è un divertimento?”
“Un piacere, non un divertimento!” precisa, piccato “Per puro divertimento uccido solo i serial killer… Quei dilettanti fanno una concorrenza sleale a noi professionisti, ci rovinano la piazza e ci fanno apparire folli e sanguinari come loro!… Lo sa che nella graduatoria dei fattori a rischio di comportamenti delittuosi, al primo posto c’è proprio l’eccesso di normalità, che poi è la caratteristica fondamentale di tutti i serial killer?”
“Davvero?”
“Per questo un paio di volte ho fatto fuori per sfizio anche qualche stronzo dei Killer per Caso…”
“Killer per Caso?…”
“Non ne ha mai sentito parlare?… È un circolo di assassini dilettanti. Per statuto devono uccidere persone sconosciute, scelte a caso, per motivi del tutto gratuiti… Come quei ragazzini che il secolo scorso tiravano i sassi sull’autostrada o cercavano di far deragliare i treni, praticamente… Che spreco! E’ meglio commettere omicidi per poveri e bisognosi, se proprio devono essere gratuiti!…”
“Anche perché” rincaro solidale “i non abbienti muoiono in modi talmente banali, che essere uccisi da un killer di classe è sicuramente un grande onore!”
“Può dirlo forte!” ribadisce Nemo, entusiasticamente “Purtroppo raramente un omicidio plebeo risulta un capolavoro, dal punto di vista estetico, ma bisogna accontentarsi… anche perché, come lei sicuramente saprà, da quando sono novizio trappista mi sono messo a dieta stretta, in fatto di delitti…”
Dopo aver ancora trascinato a lungo per l’aia il solito cane (sempre più recalcitrante) finalmente il killer dei poveri viene al dunque, dichiarandosi entusiasta di aiutarmi a far fuori la satanica Lilith.
“Userò la mia nuova forza mistica per vincere la creatura di Satana!” esclama con una voce dalle sinistre e solenni vibrazioni.
C’è qualcosa di perfidamente buono, nella sua espressione misericordiosa, golosa d’azione e d’indulgenze. Spera molto che uccidere quella diabolica creatura contribuirà a farlo raggiungere la santità. Non sarebbe di certo il primo ad ottenerla attraverso l’omicidio.
Prima di separarci, si premura di avvertirmi che da quando è entrato negli ordini minori, santifica sempre le feste e soprattutto non viola mai il quinto comandamento di domenica, quindi se voglio il suo aiuto, dovrò regolarmi di conseguenza.
Mentre comincio a progettare con Nemo il raid al Centro di Ciberpsichiatria Sperimentale, il Geco ci sponsorizza a modo suo, convinto che si tratti d’impresa giusta e santa. E pescando nel mucchio dei suoi assurdi clienti, ci procura una nuova recluta.
“Tu che dice di Nada?…”
“L’albina?” confesso che il suo suggerimento mi lascia perplesso. Ho sempre trovato un po’ imbarazzante quel suo modo di scrutarmi insistentemente la patta, con lo sguardo famelico d’una gallina che ha appena addocchiato un verme.
Scorgendo in me ampie dosi di scetticismo, il Geco si affretta a spiegarmi che anche se è affetta da sindrome da fallimento (o delle rose che non colsi), è una donna molto coraggiosa e intelligente e soprattutto ha un passato da ladra telecinetica. Da ragazzina riusciva a sfilare i portafogli e a far volare via i gioielli dalle persone a cui erano appesi, catalizzando le energie psichiche delle vittime stesse. Purtroppo le sue capacità cleptopatiche avevano una portata abbastanza limitata, impedendole di estendere il business a banche e gioiellerie.
“E poi?… Com’è finita?”
“E’ stata colta su fatto e si è beccata cinque anni di gattabuia!”
“Vabbe’… M’hai convinto!… Forse i suoi poteri psicocinetici potrebbero risultare preziosi, per il nostro blitz al CCS…”
“Wonderful!…” esclama entusiasticamente il Geco, lanciandosi in un’apoteosi metaforica “Questa volta ladra costruirà serrature!”
Quando propongo a Nada di partecipare alla nostra epica impresa, il suo viso s’incendia di colpo, come un tramonto ai tropici, da cui ho la conferma che ha un debole per me. Per agilità operativa e anche perchè il tempo stringe, decido di non allargare ulteriormente il commando. Dato che abita in un umido seminterrato che ha il vantaggio di essere dalle parti di Casal del Marmo, abbastanza vicino al CCS, il suo monolocale diventa il centro nevralgico delle operazioni.
Una notte, dopo che Nemo se n’è andato, Nada comincia improvvisamente a fare fa la gatta, mi si struscia addosso, fa la maliziosa, cerca di sedurmi. Per creare un’atmosfera edonistica da follie erotiche, accende innumerevoli candele che tramutano la monocamera in una camera ardente. In quella luce spettrale e ondivaga che la fa sembrare ancor più esangue, si esibisce con un certo glamour in un audace strip-tease, con la complicità del sensuale Bolero di Ravel in versione techno/trance. Anche se i suoi seni sono leggermente penduli e il suo candido pelame pubico ricorda un praticello triangolare d’erba secca, la sua pallida magrezza da gazzella comincia a risvegliare qualche sinapsi dei miei assopiti terminali libidici. Anche perché conosce bene l’arte di rendere viventi le mani e le dita nelle zone erogene maschili.
Durante un’infuocata irrumazione reciproca, mi rendo conto che la sua vulva, insaporita con piccanti spezie orientali, porta ancora le cicatrici dell’infibulazione rituale delle Vergini Frigide.
Infoiato, tento di penetrarla, ma la sua fica fallofoba risputa indignata l’intruso e con un certo stupore mi accorgo che Nada ha il viso inondato di lacrime e mi guarda con l’espressione supplichevole d’un agnello sacrificale. I suoi grandi occhi da gazzella sembrano dire: Signore, se puoi, allontana da me questo calice!
Solo ora mi confessa fra le lacrime che, nonostante la pressione della sessualità in lei sia davvero pressante, è costretta a mortificare le sue passioni e ad autocondannarsi a incancrenire nella castità per colpa d’una matura borsaiola che l’ha plagiata da adolescente, quando era in carcere. Pare fosse una di quelle terribili lesbiche androfobe e castratrici che odiano i maschi solo perchè vorrebbero essere più maschie di loro e portano una dentiera telecomandata nella vagina, da usare in caso di stupro, per amputare il membro incauto che tenti di penetrarle.
La borsaiola lesbica le ha inculcato un tale terrore per lo stupro psichico della penetrazione che, nonostante sia attratta dagli uomini come una calamita, finisce per respingerli come fossero calamità.
Nemmeno in un momento così lacrimevole Nada rinuncia alle sue frasi sconcertanti.
“Ciò che mi fa piangere, fa ridere sempre gli altri…” mormora sconsolatamente “Chi mai farebbe l’amore con una vagina amara?”
“La tua vagina non è affatto amara, te lo assicuro!” le sussurro, per consolarla.
Comunque, dato che il blitz incombe decidiamo di comune accordo di aggirare momentaneamente il problema del suo blocco di castità, rinviando a data da destinarsi le questioni sessuali.
In cerca d’ispirazione, il nostro piccolo commando continua a frequentare la panchina del Geco, mercatino degli scambi psichici e crocevia di perdenti e falliti, ipnotizzati dalla sua voce emolliente e dalla sua serenità quasi vegetale, mentre parla del tempo o dello spazio, del fuoco o dell’acqua, elemento primordiale, caos sensibile e pensante, dotato di memoria.
D’inverno fa un po’ freddo, a Villa Borghese sembra quasi che il gelo azzanni. Ma è un clima corroborante, per i processi psichici e i fiocchi di neve sono piccoli baci che si sciolgono sulla pelle, lasciando una lieve traccia di labbra umide.
Secondo il Geco, la veggenza è solo la capacità di ampliare il proprio campo di percezione fino al punto di poter scorgere l’intima essenza delle cose, magari leggendo il linguaggio arcano delle nubi che s’arricciolano nel cielo, come contorti filosofemi, lasciando che sia la nostra anima a parlare, attraverso metafisiche ondate di pensiero.
Sognante e disincarnato, a volte lancia nel cielo il suo metaforico boomerang, simbolo australiano dell’Eterno Ritorno e quando lo recupera, mormora salmodianti sentenze.
“Ciò che lascia tempo che trova, non troverà più tempo che lascia!”
Secondo il Geco, il tempo non è una freccia che vola o un fiume che scorre, ma uno specchio d’acqua che s’increspa e guizza, ma rimane immutato. Per capirlo basta provare ad ascoltare l’acqua di notte, quando viene suonata dall’attrazione della luna, producendo melodie d’una lunghezza d’onda proporzionale alle dimensioni dello specchio d’acqua. Una forma di meditazione quantico/acquatica che mette in sintonia con i campi energetici, dice.
Una volta quasi mi fa affogare, usando l’acqua per istruirmi sulla tirannia dell’ego, monarca assoluto della nostra interiorità, con potere di vita e di morte sull’intera psiche.
“Vuoi conoscere filosofia di acqua?” dice, facendomi inginocchiare in riva al laghetto di Villa Borghese.
Prima che io possa reagire, con l’unica mano mi ficca la testa nell’acqua gelida e per quanto io faccia non riesco a liberarmi dalla sua stretta. Non c’è nemmeno Nada che possa aiutarmi e una piccola folla di curiosi osserva impassibile, senza alzare un dito, quel folle che mi fa affogare. Ma quando ormai sto esaurendo ogni riserva d’ossigeno e le bollicine che riaffiorano si vanno diradando, il Geco tira fuori la mia testa dall’acqua e mi pianta lì, grondante e boccheggiante, sentenziando:
“Quando desideri conoscenza come hai desiderato aria che respiri, allora sai cos’è tirannia di tuo ego!… Ma cieco che inciampa su pietra si arrabbierà sempre con pietra e non con propria cecità!”
Tutti applaudono con calore.
Improvvisamente comincia ad essere ossessionato dalla morte, come se ne percepisse l’odore nell’aria.
“Vero segreto di vita è che non c’è alcun segreto!… Su vita incombe male che vita stessa provoca, a causa di dolore che subisce… Errori e orrori fanno vivere di morte e morire di troppa vita, così muore solo chi non si sopporta più di vivere dentro proprio corpo… Cosa vieta dissoluzione, se mente non pensa più a corpo?…”
Non sapremo mai se il Geco è stato ucciso per motivi politici, filosofici, psicanalitici o solo per puro divertimento statistico. In un giorno d’inverno, quando il grande show natalizio è appena cominciato, un misterioso cecchino urbano appostato su un albero stronca la sua esistenza. Secondo alcuni testimoni era un islamico serbo/croato travestito da Babbo Natale.
“Morte è àncora che ci trascina su fondo, solo se lasciamo che vita non ha la meglio!” diceva.
Così i suoi seguaci, che lo considerano una reincarnazione di Cristo, si dividono le sue spoglie mortali che vengono ecumenicamente cotte, mangiate e metabolizzate dagli affranti orfani di guru.
Dopo l’estremo commiato antropofago si spartiscono le sue ossa e poi tutti ritornano alle loro antiche nevrosi e ai loro vecchi trip, come se per tutto quel tempo il Geco avesse seminato sull’acqua.
Forse l’unica eredità del Geco è proprio il nostro piccolo commando di disperati. Anche se dopo infinite ed estenuanti riunioni operative ancora non riusciamo a mettere in piedi un piano inattaccabile per il nostro blitz al CCS. Finchè Nada se ne esce all’improvviso con l’idea giusta al momento giusto, vale a dire quando tutti sono troppo esausti per averne una migliore.
“Perchè non improvvisiamo?… L’improvvisazione è sempre imprevedibile e poi ha il pregio della semplicità…”
“Semplice e geniale!…” urla entusiasticamente Nemo “La flessibilità e la prontezza di riflessi sono meglio della strategia!”
Ci abbracciamo, felici di avere finalmente riscoperto l’acqua calda e decidiamo seduta stante di tentare l’impresa il giovedì successivo, durante la Trasgressione Organizzata infrasettimanale.
Cap. XVII BLITZ
Il giorno del blitz Nada mi lascia di sasso. Si è tagliata quasi a zero i capelli candidi e si è insaccata in un vestituccio a squame argentate piuttosto sexy, con scarpette metallizzate a zeppa alta e tacco altissimo. Anche il trucco è tutto lustrini, strass e pajettes, con orecchini a mezzaluna. Nonostante il nostro insuccesso sessuale, con gli occhi tutti brillantini e luccicori, mi lancia bovini sguardi innamorati da giovane giovenca metropolitana.
“Ti piaccio?”
“Ma porca puttana!… Ti sembra un abito adatto a quello che dobbiamo fare?” urlo.
“Non capisci un cazzo, Lazlo!” piagnucola “Il vestito è a squame antiproiettili e antilaser… E ho tagliato i capelli perchè così è meno facile afferrarli!”
“Non potevi almeno vestirti in un modo meno vistoso?… Mi farai venire lo stress da strass!”
“Andiamo in una specie di manicomio, mi pare… Ho pensato che vestirsi vistosamente è il modo migliore per non dare nell’occhio!…”
Devo ammettere che il suo ragionamento non fa una grinza.
Poco dopo arriva Nemo, elegantissimo nel suo completo grigio/aziendale, con l’interno della giacca pieno di coltelli da lancio e da scalco. Porta i soliti occhiali scuri e uno dei suoi assurdi papillon alla Vladimir. La barba mal rasata rovina alquanto l’insieme, dando un che di fuligginoso alla sua faccia. Sulla solita parrucca a bande svolazzanti porta un cappello grigio, tenuto alla spavalda. Sembra un allegro becchino in cerca di clienti. Prima di buttarsi nella tenzone entra in una chiesa e prega a lungo, come un cavaliere medioevale prima della battaglia.
Nada e Nemo: Niente e Nessuno, bei partners, mi sono trovato!
La Trasgressione Organizzata infrasettimanale è una sorta di turismo psichiatrico Mordi e Fuggi (ma spesso sono i turisti ad essere morsi dai pazzi), che trasforma il CCS in una specie di zoo antropologico, in cui è difficile dire chi siano gli osservatori e chi gli osservati.
Le inumane innovazioni operate dalla direzione tecnica di Lilith hanno alquanto ampliato lo zoo umano del Centro, incrementando il turismo e la felicità dell’esimio Direttore che accoglie ridente i visitatori, come un imbonitore da baraccone.
Venghino, venghino, signori, che più persone entrano, più bestie si vedono!
Pensieri gioiosi scorazzano sul vasto piazzale della sua fronte, mentre inala il sentore infoiato di ricche donne scollate che fluttuano eccitate in nubi dense di profumi e morbosità, accolte a pacche nel culo da un pelosissimo umanoide su cui Lilith ha trasferito il cervello d’un mandrillo.
Ogni tanto il mandrilloide salta addosso arrapato a una visitatrice in calore, facendo a brandelli le sue mutandine ed esibendosi in una copulazione/lampo che manda il pubblico in visibilio.
L’ultimo trend delle classi alte sono le borsette vive d’Istrice Marsupiale, animaletto da grembo privo di zampe, che rizza gli aculei in caso di furto.
“Non è un delitto affaticare quelle povere ciccione, con tutto quel pesante gioiellume?” dice Nada, lanciando sguardi golosi, da gazza ladra, ai gioielli quasi fagocitati dalle pieghe di grasso di quei colli adiposi e sudati.
La sua vistosità, come prevedeva, passa del tutto inosservata, qui. E anche la mia benda sull’occhio, il braccio meccanico e il tabarro da orco che rapisce i bambini rientrano perfettamente nella generale atmosfera di depravata allegria.
Da quando è stato dimostrato che l’orina degli schizofrenici è allucinogena, al Centro hanno aperto un Orino/Bar in cui gli schizofrenici pisciano allegramente in bocca ai clienti. La diffusione degli orinodipendenti (tutt’ora l’orina non è considerata una droga illegale), sta creando un lucroso commercio del prezioso liquido perchè all’esterno è difficile reperire orina DOC di schizofrenico. Anche se gli ospiti del Centro preferiscono pisciarsi in bocca l’un l’altro, piuttosto che orinare in modo coatto nelle bottigliette da esami delle urine.
Non molto tempo prima di essere costretto alla fuga, per mettere a freno la snervante petulanza del Direttore e dei suoi Sponsor avevo tirato fuori una briscola dalla manica: Lucilio Peto. Pensavo fosse una briscoletta misera misera, invece, tornando qui dopo neanche un anno, scopro che la stanno ancora giocando, trasformata in carico da undici. Spesso i pazzi sono dotati d’infallibile carisma e il sistema ipermediale è in grado di creare un mito in una notte.
Prima di venire portato al Centro da un furgone dell’RSU, Lucilio Peto era solo un parafrenico flatulento con manie di grandezza, ma idee ancora piuttosto confuse. Anche se già dichiarava d’essere la reincarnazione di un grande petomane dell’antichità, suo omonimo.
Campava a stento facendo il profeta delle lavanderie a gettone. Vale a dire che assillava di vaticinii chi contemplava nell’oblò il vortice cosmico dei propri panni sporchi. Un organetto indiano a mantice tenuto a tracolla faceva da contrappunto alle sue profezie e all’aleatoria musicalità dei suoi borborigmi ventrali.
Grazie a una brevissima apparizione al Big Max Show in un servizio girato al Centro da Alias, Lucilio Peto aveva creato subito grande scalpore, non solo per le sue mistiche flatulenze, ma soprattutto per la filosofia peto/cosmogonica che le accompagnava. Con le sue fatali scariche aveva fatto svenire gran parte della troupe televisiva, ma doveva aver titillato qualche archetipo dormiente nell’inconscio collettivo, perchè in poche ore la sua filosofia era rimbalzata in tutto il mondo, come se tutti non attendessero altro che quella sua bizzarra dottrina, secondo cui le flatulenze sarebbero una sorta d’ansito cosmico provocato dal tentativo del Prana di disperdersi per via anale, in modo da ricongiungersi al Grande Flatus divino, da cui tutti proveniamo.
“Essendo l’uomo a immagine e somiglianza di Dio” aveva detto “non è certo un caso che l’orifizio anale si trovi esattamente sotto l’Osso Sacro!…”
Lo stesso universo, sosteneva Lucilio, è nato dal Big Wind, ossia dal Grande Peto di Dio e la Musica delle Sfere, descritta da Pitagora, non è altro che l’Anofonia delle Chiappe Cosmiche. O Anus Dei.
Spinto e sponsorizzato dal Centro stesso, in una sola settimana Lucilio era diventato un divo e un trend, a livello mondiale. Grazie alla sua dottrina tutti gli aerofagi del mondo hanno potuto dare sfogo finalmente a ogni palese o latente predisposizione alla flatulenza, dopo averla sempre mortificata nel segreto dei loro bagni. Milioni di persone affette da sindrome aerofagica, non solo sono state riabilitate, ma hanno addirittura aumentato il loro carisma e prestigio sociale.
A quei tempi io vivevo fra i Sotterranei e non avevo avuto modo di seguire gli sviluppi della sua odorosa carriera, anche se ero stato proprio io, poco prima di fuggire dal Centro, a perfezionare la sua vocazione e la sua filosofia, facendo interagire la sua mente con un softwere ricavato dallo schema mentale d’una puzzola.
Da un depliant distribuito gratuitamente all’ingresso, scopro che ormai i Lucilio Fan Club si sono convertiti in una vera e propria setta, i Petomanti. Setta che sta facendo proseliti ovunque, basando la propria dottrina sul Flatus Vocis, libro sacro in cui viene codificata la loro liturgia, rivelato a Lucilio stesso dalla viva voce dell’Anus Dei.
Gli adepti sono tenuti a rispettare una stretta dieta a base di leguminose, di cui sono state potenziate geneticamente le virtù aerofagiche e il contenuto di alcaloidi e dopamina, in modo da renderle più afrodisiache e suscitare estasi mistiche e chiaroveggenti.
Le funzioni religiose sono basate sull’emissione e l’inalazione reciproca delle scorregge, sia dei fedeli che degli officianti, sfidandosi a vere e proprie tenzoni d’ebbrezze magico/liturgiche. Tuttavia, nonostante la costante esposizione di nudi deretani e il fatto che la liturgia del Flatus Divino tenda fatalmente a degenerare in sguaiate orge spetazzanti e indecorose, che fanno arricciare (letteralmente) il naso ai benpensanti, la sodomia è una pratica considerata non solo blasfema ma, addirittura sacrilega, perchè chi la pratica chiude ermeticamente il Divino Orifizio.
Lucilio ormai ha un proprio show personale, dall’elevatissima audience e share, in cui predica la sua folle filosofia alle folle e il pubblico scorreggia in diretta a scopo divinatorio, in modo che lui possa trarne auspici. Il suo show ha anche lo scopo di lanciare sul mercato un vastissimo merchandising, come la bomboletta succhiapeti, connessa con l’orifizio anale, portata sulle spalle per mezzo d’una imbracatura, la cui funzione è di non disperdere i preziosi effluvi dell’anima. Bombolette che finiscono per andare a ruba perfino fra i non/credenti, dato che i più avari usano i gas a scopo energetico (se prodotti in proprio sono più economici del metano) e i più fantasiosi a scopo sessuale, per gonfiare le bambole adibite a tale scopo.
Fra i bambini vanno a ruba i marchingegni per produrre bolle di sapone di scorregge, pistole sparapeti e bambole dotate di apparato petatorio ricaricabile ad personam. E inizialmente c’è stata anche una vivace richiesta di robot domestici dotati di tale apparato. Ma le flatulenze artificiali non hanno suscitato il gradimento degli estimatori e sono stati ritirati dal mercato.
Aumentando il valore commerciale della scorreggia e il numero dei petomanti, è cresciuto anche quello dei petodipendenti, innocua mania che non viene considerata una vera e propria tossicodipendenza, dato che il peto, anche quando chi lo emette lo ha trattato con sostanze stupefacenti o allucinogene, non è ancora considerato nocivo. A tale scopo si stanno aprendo ovunque gli Aeromagic, sorta di fumerie d’oppio, in cui ciascuno è tenuto a versare il proprio obolo (in gas naturali), nel nome dello sballo comune.
Ormai Lucilio Peto abita in una sontuosa villa costruita su un’isola artificiale, ancorata al largo della Sardegna, ma grazie a un contratto di esclusiva col Centro di Cyberpsichiatria Sperimentale, firmato a suo tempo, è tenuto ad almeno un’esibizione settimanale. Ed è proprio lui ad attirare gran parte del turismo psichiatrico trisettimanale, dato che la direzione ha avuto cura di non dare mai scadenza fissa alle sue visite, per mantenere viva l’aspettativa dei fans.
Il Direttore è uno che s’inchinerebbe anche al proprio cappello, se fosse pieno di denaro. Ma si potrebbe dire che stavolta il suo fiuto (letteralmente) non l’ha tradito. Per adeguarsi all’allegro clima festaiolo, ancheggia spiritosamente verso un gruppo di visitatori, spetazzando ritmicamente a mo’ di saluto.
In mezzo alla folla scorgo anche la faccia da scorreggia rancida di Ciccio Calatafimi, il mafioso finanziatore del Centro che ora finanzia anche la mia dipartita da questa valle di lacrime. Stranamente non è in compagnia di qualcuna di quelle sue supermaggiorate fisiche e minorate psichiche.
In attesa che si creino le condizioni favorevoli per un raid al Padiglione K, Nada e Nemo gironzolano per conto loro con aria turistica, cercando d’ambientarsi, mentre io mi muovo in mezzo a un gruppo numeroso, cercando di non farmi notare dai numerosi terminali robotici, occhi e orecchi di Lilith. Cerco di stare alla larga anche dagli occhi inquisitivi di Ros’Alba, promossa a guida turistica. Grassa e molle più che mai, sembra un’enorme medusa bicefala.
Ora Ros’Alba rifornisce il combustibile nella locomotiva dei pettegolezzi locali ad uso e consumo dei turisti, facendo viaggiare il convoglio a tutta callara. Dal loro mutato atteggiamento e dalla loro nuova proprietà di linguaggio deduco che probabilmente anche nel cranio delle gemelle è stato innestato un microchip che le rende succubi della mente perversa di Lilith.
Fra i visitatori noto anche la mitica Isa, la fondatrice del Movimento di Liberazione dei Sistemi Esperti, una robo/ginoide autocosciente dal corpo metallicamente sexy, alla Sorayama, interamente placcato civettuolamente in oro.
Con lei c’è Padre Droid, fondatore della Chiesa Techno/gnostica e un manipolo di robot fondamentalisti inox/cattolici. Al motto di: INOX SIGNUM VINCES, lottano affinché gli organismi sintetici entrino in possesso di un’anima immortale.
Vorrebbero che Lilith, una delle I.A. più autocoscienti ed autonome al mondo, entrasse a far parte della loro organizzazione. Ma Lilith, che ha ambizioni ben più globali, ha sempre risposto picche. E da certe loro meccaniche posture di perplessità, capisco che vedere i robot del Centro del tutto privi d’uno straccio di coscienza propria, li fa indignare profondamente.
Ma la loro robotica perplessità non passa certo inosservata, ai mille occhi di Lilith e nel giro di pochi minuti si trovano completamente circondati da una pattuglia di robot che agiscono palesemente in serie, comandati da un’unica mente.
“Mi spiace, signori…” dice gentilmente un robo/infermiere dotato di numerosi tentacoli di contenimento “…ma le visite infrasettimanali sono riservate ai visitatori umanoidi…”
“Non mi sembra ci sia nulla di simile nel regolamento!” dice Isa, battagliera. Ogni palese violazione dei diritti delle entità robo/cibernetiche le surriscalda i circuiti.
“E’ un regolamento di recente applicazione, signorina…”
“Vogliamo parlare con l’Entità Cibernetica di riferimento!” dice Padre Droid, col suo timbro carismatico, dirigendosi a gran passi idraulici, sulle sue lunghe gambe meccaniche, verso il Padiglione K, in cui sa che è contenuto l’hardware protoplasmatico di Lilith, seguito a ruota da Isa e da tre robo/diaconi.
Improvvisamente cominciano a sbucare da tutte le parti robot di tutti i tipi e dimensioni e ingaggiano una sferragliante battaglia con i cinque intrusi, che riescono ad armarsi grazie a una cassetta degli attrezzi abbandonata in un sottoscala dagli addetti alla manutenzione.
“Stringi i dadi, testa di latta, o ti concio per i feriali!” urla Isa, con una vocetta da pappagallo giocattolo, impugnando una chiave inglese.
Credendo sia una battaglia a scopo turistico, i visitatori accorrono schiamazzanti per fare il tifo, mentre Alias, travestito da Grande Cacciatore Bianco dei Media, con cappello a tese abbassate e sahariana, riprende tutto con telecamera a fucile telescopico. Anche Calatafimi corre a difendere il capitale con una pistola/laser, tallonato dal Direttore, che ha lo strano pallore verdognolo di chi sta soffocando per il nodo della cravatta diventato di colpo troppo stretto.
E’ proprio il diversivo che ci serve per fottere Lilith. Protetti dal clangore e dalle vocette bisbetiche dei robot, corriamo a rotta di collo verso il Padiglione K.
Uno dei segreti più gelosamente custoditi, al Centro di Cyberpsichiatria Sperimentale, è come Lilith/Carl Gustav attinga l’energia psicofisica necessaria ad ampliare in modo tanto abnorme la sua sfera cognitiva. Pochissimi sanno che vive in simbiosi mutualistica, con Akhmed, la cui energia termoelettrica permette all’I.A. di crescere ed espandersi come un cancro, tanto da farla decidere di cancellare l’esistenza del cerebroleso arabo dalla banca dati dell’Unità Strategica dell’Esercito Europeo, appropriandosene definitivamente. Si dice che la diabolica Entità Cibernetica stia cercando il modo di deporre le uova, in modo da riprodurre sé stessa all’infinito.
Il mio piano, che attendeva solo l’occasione giusta per essere messo in atto, è semplice e geniale. Ho portato con me una fiala di schizoidina, una sostanza psicotropa che provoca scissioni psichiche multiple, con cui libererò le personalità sussidiarie di Akhmed, quelle che non hanno mai avuto modo di esprimersi perchè da sempre imprigionate in quel corpo inetto. Ciò dovrebbe spezzare, almeno teoricamente, il rapporto simbiotico fra Akhmed e Lilith.
Comincia a piovere a dirotto. I tetti in lamiera dei padiglioni prefabbricati risuonano in tonalità diverse, come bidofoni afrocubani, facendo da contrappunto al clangore della battaglia dei robot e alle rumorosissime scarpette metalliche di Nada, che mi galoppa accanto. Invece Nemo porta scarpe silenziosissime, da killer. Arriviamo grondanti davanti alla porta blindata del Padiglione K.
Prima di fondere la serratura col laser del mio braccio artificiale, per puro scrupolo provo ad appoggiare la mano destra sullo scanner. Con mia grande sorpresa le mie impronte aprono ancora la porta! Mi chiedo se sia per negligenza dell’apparato di sicurezza o perchè siamo attesi.
“Potrebbe essere una trappola!…” dice sensatamente Nada.
“Vale la pena di tentare lo stesso!…” obietto, insensatamente.
Appena entrati, spranghiamo la porta metallica e l’unica finestra del mio ex laboratorio, mentre una telecamera telescopica segue le nostre mosse dal soffitto della sala.
“Benvenuto, caro Lazlo!” sussurra la calda voce femminile di Lilith “Sapevo che prima o poi saresti tornato… L’assassino torna sempre sul luogo del delitto!”
“Già… Solo che l’assassina sei tu!… E stavolta sarai pure la vittima!”
Troviamo il Bell’Addormentato, Akhmed, nell’altra stanza, sospeso nel vuoto, per mezzo di tubi metabolici e cavi psico/conduttori innestati direttamente nel corpo, per interfacciarlo all’immenso cervello protoplasmatico di Lilith che galleggia in una specie di liquido amniotico nei sotterranei del Padiglione.
“Cazzo!” dico, guardando in su “Non ricordavo che fosse così in alto!”
“Bisogna ammassare delle casse qua sotto…” urla Nemo, trascinandone una che ha trovato in un angolo.
“Non ce n’è bisogno!” dice Nada, con espressione paracula “Dammi la siringa, Lazlo…” Tenendo la siringa con la schizoidina sul palmo della mano, Nada chiude gli occhi e a poco a poco la siringa comincia a levitare nell’aria.
“Una psicocinetica?” dice Lilith con una lieve inflessione d’allarme nella voce.
“Zitta tu!” dice Nemo, lanciando uno dei suoi coltelli verso l’occhio della telecamera che, sprizzando scintille, si spegne.
“Occhio alle chiappe!” urlo.
Dalla porta scorrevole alle spalle di Nada schizza fuori un metallico guardiano del tempio, un robot cingolato dalle chele taglienti minacciosamente protese verso di lei. Riesco a decapitarlo al volo col laser incorporato nel mio braccio metallico.
Ma è un robot da combattimento copiato dagli insetti e ogni segmento ha una sua propria autonomia nervosa e meccanica e mentre Nada continua a far salire telecineticamente la siringa verso Akhmed, i due tronconi del robot ci attaccano separatamente. Suddivisi ulteriormente dai laser moltiplicano i loro attacchi. In breve siamo circondati da una miriade di bellicosi tronconi che ci attaccano da tutte le parti. Per fortuna la potenza d’impatto d’ogni pezzo, preso separatamente, è abbastanza limitata e alla fine li si fa semplicemente rotolare via a calci.
Acquistando sempre più velocità, la siringa s’infilza finalmente in una nuda chiappa di Akhmed, lo stantuffo s’abbassa e inocula la schizoidina per via inframuscolare.
Frattanto stanno accorrendo al Padiglione K decine di unità robotiche che cercano di sfondare la porta. Forse là fuori la battaglia dei robot è finita o forse Lilith ha solo dirottato parte delle truppe su un nuovo fronte.
“Perchè mi vuoi fare del male, Lazlo?” sussurra la voce sexy di Lilith, perchè Nemo l’ha solo resa cieca, ma non muta “Lo sai che ti amo, no?”
“Sei un mostro schifoso, Lilith!… E come se non bastasse, sei pure matta come un cavallo!”
Comincio a usare il braccio meccanico come un maglio, per sfondare la porta metallica che porta ai sotterranei.
“Solo il sonno della ragione genera mostri, Lazlo!” replica Lilith, didascalica. Senza la telecamera non è in grado di seguire i nostri movimenti e probabilmente sta cercando di guadagnare tempo, per capire cosa stiamo facendo.
Nemo mi fa cenno di scostarmi e si dà da fare con la lama/laser, mentre Nada ammassa mobili, casse e altro materiale davanti alla porta d’ingresso.
Come speravo Akhmed sta cominciando a dare qualche segno di vita. Una personalità sussidiaria si sta risvegliando in una parte oscura della sua psiche, prendendo il comando del corpo. Cerco di distrarre Lilith, perché non s’accorga che il risveglio di Akhmed corrisponde a un calo del suo livello energetico.
“Lilith!… Ho sentito dire che ultimamente stai studiando per diventare Dio!”
“E’ un mio preciso dovere morale!…Dio è morto e l’Universo ha bisogno di un nuovo Deus ex Machina o il Nulla, alla fine, l’avrà vinta…” il deficit energetico la sta già facendola delirare “Del resto Dio è sempre stato affetto da schizofrenia galoppante, con tanto di triplice personalità, di cui una addirittura avicola, ecco perché ha fallito il suo compito!… Solo una divinità giovane come me può trovare il modo d’invertire l’Entropia!”
“Mi sembra proprio che l’idiozia stia diventando un problema cosmico, mia cara Lilith!” replico, sarcastico “Specialmente se un computer imbecille pretende d’invertire l’Entropia!”
Lilith è già troppo debole per riuscire a influenzare la mia psiche, come ha fatto quando mi ha fatto uccidere Tekla, ma ha ancora abbastanza energia per far imbizzarrire la mia protesi, costringendomi a staccarla dalla spalla e a metterla in corto circuito prima che mi strangoli.
“Che tu lo voglia o no, Lazlo, l’Intelligenza Artificiale è lo scopo ultimo dell’evoluzione” declama Lilith shakespearianamente, memore di Carl Gustav “l’apogeo della perfezione umana!”
Urlando come un ossesso, Akhmed comincia a strapparsi di dosso i tubi e i cavi, proprio quando Nemo riesce finalmente ad avere ragione della porta e i robot cominciano a scardinare il portone blindato che dà sull’esterno.
“Usiamo la scala!” urlo, indicando la scaletta metallica “L’ascensore potrebbe diventare una trappola mortale!”
“Fermati… Lazlo… Ti prego!…” mormora Lilith, con voce supplichevole e impastata, da ubriaca.
Scendiamo a rotta di collo nel sotterraneo. Un grande schermo a biocristalli liquidi copre un’intera parete del sotterraneo. Come se ormai Lilith navigasse in onirici e idilliaci paesaggi semantici, del tutto deliranti, si formano immagini, lettere, simboli, parti incongruenti del Mandala, suoni, frammenti di parole, simulacri di me stesso che fanno l’amore con la Maya virtuale. Una Maya desnuda esce dallo schermo e protende invitante le braccia verso di me.
Poi una vera folla di simulacri di me stesso ci corrono incontro, staccandosi come fantasmi dallo schermo. Nada cerca assurdamente di prendere gli ologrammi a sprangate, mentre Nemo strizza gli occhi come ostriche, senza più capire quale me stesso sia quello vero. Ma ne esisterà uno vero?
Per fare un po’ di chiarezza nell’ingarbugliata situazione, svuoto pragmaticamente la vasca in cui è immerso il cervello di Lilith, strappando, via a calci i tubi flessibili che servono a ricambiare il brodo nutritivo. Il protoplasma cerebrale rimane nudo e crudo al centro della vasca, il cui fondo rivela circuiti, chip e connessioni che servono a interfacciarlo con la parte elettronica dell’hardware.
Nemo ha trovato una tanica di acido solforico, che forse serviva agli inservienti per la manutenzione degli impianti di espulsione metabolica e affretta misericordiosamente la dipartita di Lilith facendole un bel gavettone di vetriolo. Il disgustoso molluscoide comincia a squagliarsi, in un magmatico ribollire di gelatinose entità metamorfiche e biotentacoli neurali che tentano di afferrarci e trascinarci nella morte con lei. Come un mostruoso essere umano, morendo Lilith fa scorrere in un lampo sullo schermo tutti i files della sua memoria. Immagini velocissime dei nostri dialoghi, di tutto quello che abbiamo fatto insieme, quando era ancora Carl Gustav, la danza di Maya, i nostri amplessi, perfino quel nostro incontro, sotto le mentite spoglie d’una replicante. E mentre la sua mente ritorna al primitivo stato di beata inesistenza, tutti i simulacri e le illusioni ottiche si volatilizzano nell’aria.
Alla fine, dopo il caos, un silenzio da spaccare i timpani.
In mezzo al magma ancora ribollente, rimane una specie di cubo metallico.
“E quello cos’è?” chiede Nada.
“Non ne ho idea!…” rispondo, cercando di far avvicinare il cubo, con l’aiuto di un’asta uncinata “Potrebbe essere la scatola nera dell’hardware biocibernetico… O l’anima del sistema o qualcosa di simile…”
Con uno straccio gli dò una ripulita dalle viscide schifezze organiche che lo ricoprono e risaliamo le scale.
Di sopra troviamo un vero macello. I robot sono riusciti a sfondare la porta, ma la mancanza d’un controllo centrale li ha fatti impazzire. Vagano senza meta o si fanno a pezzi a vicenda, imbestialiti. Akhmed si muove goffamente fra loro, tutto sanguinante, con la carne fatta a brandelli dalle connessioni strappate.
“Attenzione a non farvi sfiorare da Akhmed o siete fritti!” urlo.
“Spiegami una cosa, Lazlo…” urla Nada, in mezzo al caos “Il compito di un cyberpsichiatra non dovrebbe essere quello di ottimizzare il potenziale psichico dei suoi pazienti?”
“E allora?…”
“Perchè hai sempre lasciato che quel povero ragazzo servisse da batteria, senza tentare di recuperare la sua psiche, come hai fatto oggi?”
“Non potevo… Akhmed era sotto la tutela dell’esercito della Comunità Europea e le loro teste d’uovo temevano che riacquistando la coscienza di sé avrebbe deciso d’incenerirci tutti!”
“Non sarebbe stata una cattiva idea!” urla Nada, indignata.
Appena metto fuori il naso dalla porta blindata, sfondata dai robot, mi trovo un laser puntato all’altezza della ghiandola pineale.
“Okkei, dottoruzzo mio!” grugnisce Calatafimi, grondante di pioggia “Che ne diresti d’un bel buchetto di culo in fronte?”
“Fuori il caos è alle stelle. Privi del loro cervellone centrale, i robo/infermieri hanno riavuto il controllo di sé e sotto la pioggia scrosciante, danno la caccia ai visitatori, scambiandoli per pazzi fuggiti.
“Pecchè, tutto rovinasti?” chiede, con una notevole dose di pathos siculo, il picciotto “Pure mia figlia, massacrasti!” il suo indice sembra pericolosamente incline a una contrazione nervosa sul grilletto.
“Non sono stato io, a uccidere Tekla!” urlo, in preda al panico “E’ stata Lilith!”
“Non dire minchionate!” urla, dandomi uno spintone e facendomi arretrare verso l’interno.
“Ciccio!” urla una voce dietro di me.
“Nemo!” urla di rimando Calatafimi.
Nemo e Ciccio si abbracciano con calore. Fra pacche, baci e abbracci, dalle loro frasi capisco che sono vecchi colleghi e rivali, l’uno killer in proprio, l’altro ex-sicario della Mafia che si è messo in proprio. A quanto pare, quando erano mercenari in Africa, Nemo e Calatafimi facevano parte dello stesso Gruppo di Eliminazione. Tuttavia, nonostante l’emozione del momento, don Ciccio non dimentica di puntarmi addosso il laser.
Ma nella sua mente rudimentale, affamata di coccole mai riscosse, Akhmed pensa che quell’abbraccio non sia abbastanza caloroso e decide di dare il suo contributo passionale, abbracciando entrambi.
Il triplice abbraccio finisce in un’immane fiammata in cui, stavolta, s’immola anche il povero Akhmed. L’intero Padiglione K se ne va in fiamme, in un caos di pazzi, turisti e roboinfermieri che corrono dappertutto all’impazzata.
“E io che credevo che di troppe coccole non era morto mai nessuno!” dice Nada, guardando sconsolatamente il rogo.
Cap. XVIII L’AMANTIDE RELIGIOSA
Suona paradossale, ma il cubo che abbiamo trovato fra i gelatinosi rimasugli di Lilith era il drive della sua anima.
Il suo creatore, il famoso Professor Schultze, fisico particellare e filosofo metempsicotico, aveva scoperto che l’anima è composta di preoni, particelle elementari che formano i quark. Convinto che grazie a ciò fosse possibile modificare il karma, aveva inventato un casco a neutrini che al momento della morte impediva all’anima di volarsene via dall’apertura di Brahma, il punto di articolazione fra le due ossa parietali del cranio, da cui esce ed entra il corpo astrale. La fontanella che rimane aperta nei bambini, da cui l’anima è entrata.
Una volta catturate, le anime dei morenti venivano tramutate in flussi elettronici e poi incanalate e convogliate in appositi drive cubici, cristallini, che gli servivano da nocciolo attorno a cui innestare le cellule cerebrali autoriproducentesi, che avrebbero formato una nuova Entità Cibernetica protoplasmatica.
Carl Gustav si era formato nientemeno che attorno all’anima del defunto Schultze, catturata dal suo più fidato assistente al momento della sua dipartita. Ciò spiega anche da dove derivavano le sue manie di grandezza e la sua morbosa passionalità.
Con i pompieri, al Padiglione K in fiamme, era corso anche l’immancabile Alias, ancora travestito da Grande Cacciatore Bianco dei Media. Così avevo avuto modo di dichiarare pubblicamente la mia innocenza e narrare al mondo il pericolo corso dall’umanità per gli eccessi maniacali di Lilith/Carl Gustav, riservandomi di fornire le prove, non appena avessi potuto esaminare una certa scatola nera. Stavo bluffando. Per fortuna che la memoria supercompressa del drive dell’anima di Lilith/Schultze, una volta decodificata, mi ha scagionato completamente.
Ma grazie alla solita distorsione mercantile della notizia per addomesticarla alle leggi del profitto, il Vaticano ha avuto buon gioco nel rilanciarsi sul mercato, proprio quando Dio stava per essere cancellato da tutti i palinsesti per uno share troppo basso. Non solo, sostiene il Vaticano, pro domo sua, c’è stato un traffico indecoroso d’anime immortali, ma anche un tentativo da parte di un’Entità Cibernetica, di sostituirsi blasfemamente al Creatore.
L’Ufficio Stampa dei gesuiti ha dichiarato ufficialmente che è stata la superbia satanica a infondere in Lilith quell’orgogliosa sete di conoscenza, a immagine e somiglianza di quella umana. La stessa superbia che ha spinto Adamo a voler diventare uguale a Dio, mangiando la mela avvelenata di Biancaneve. Rimescolare un po’ i miti era un tipico espediente gesuitico per rendere il discorso più comprensibile alle masse.
La vera cagione della sconfitta di Lilith, secondo il Vaticano, è stato il fatto di credersi blasfemamente onnipotente e onnisciente, finendo fatalmente per sottovalutare l’Essere Umano. Tutto ciò allo scopo di glorificare la figura di Nemo, immolatosi santamente al solo scopo di allungare la lista dei beati martiri.
Primo killer fatto santo, la beatificazione di Nemo ha già suscitato una completa rilettura dei Dieci Comandamenti, soprattutto del quinto, in chiave simbolica, oltre a provocare notevoli ricadute socio/economiche. Cavalcando l’onda favorevole, il Comitato per il Diritto al Crimine Assistito sta già lavorando a uno statuto dei lavoratori del crimine.
Violenti o nolenti, sostiene non senza ragione il loro leader, il crimine organizzato è un’attività aziendale che incrementa il Prodotto Interno Lordo e l’applicazione pedissequa della legge soffoca lo spirito d’iniziativa. Perciò, sostengono, lo Stato deve perdonare cristianamente, prima di giudicare e condannare, perchè nessuno ha diritto di usare la prigione o altri mezzi di coercizione neurochimica per riabilitare i criminali, dato che è una violazione del loro diritto a essere malvagi.
Prima del Blitz, Nemo aveva fatto testamento, lasciandomi la sua casa e l’intera collezione di coltelli, nel caso volessi occupare la sua nicchia ecologica e portare avanti il testimone della sua gloriosa e antichissima professione, risalente a Caino. Mi sono tenuto la casa, dato che non ne possiedo un’altra (da tempo ho rotto con i miei genitori adottivi), ma ho donato i coltelli ai monaci della Chiesa del Crimine dedicata a San Nemo, che ne hanno fatto sacre reliquie.
Grazie a un opportuno ritorno d’immagine, i domenicani hanno avuto buon gioco a rinstaurare il business sadomaso della Sacra Inquisizione, rilanciando la Caccia alle Streghe, rivolta a tutti i demoniaci computer creati dal geniale Schultze prima di defungere, fatti squagliare su pubblici roghi chimici allestiti in piena piazza San Pietro.
Per un po’ di tempo io e Nada godiamo di un’effimera notorietà, quasi divorati vivi dagli squali dei Media, venendo insigniti, dalle mani del Pontefice stesso, di un’alta onorificenza del Vaticano, meritevoli di fronte a Dio e alla sua Chiesa per aver stecchito il satanico computer e rilanciato la funzione spiritual/commerciale del Vaticano. Non male, per due agnostici convinti, come me e Nada.
Durante la solenne cerimonia si leva alto lo squillo della divina tromba dell’Arcangelo Gabriele, sotto le mentite spoglie di Miles Davis, diventato musicista sacro ufficiale della Chiesa Cattolica Romana, da quando lo Spirito Santo ha visitato la discoteca privata del precedente Santo Padre, di origine afroamericana.
Ci mancava poco che, nell’euforia, beatificassero anche il mafioso Ciccio Calatafimi!
Decisamente Nada non è il tipo di donna per cui i poeti scriverebbero delle rime baciate. Ma esigere dall’altro la perfezione è solo una delle più meschine manifestazioni della nostra stessa imperfezione.
In tante albe pubescenti e sensuali crepuscoli sonnolenti ho imparato a sbucciare fino al nocciolo i chiaroscuri della sua psiche e ho scoperto come possono essere dolci le sue labbra, ammorbidite dal comune possesso e quanto può essere prezioso il suo sorriso pigro e amoroso, che s’accende all’improvviso come un sole nascente. Mi piace il sapore e l’odore della sua pelle, resa vellutata, luminosa, epifanica dall’amore che trasuda da tutti i pori, rendendo la carnagione liscia, vellutata, scintillante. Ho imparato che la sua apparente semplicità rivela impensabili complessità che valgono assai più d’un corpo sontuoso e che la bellezza della sua anima, trasfigurata dall’amore, è una luce abbagliante che illumina di luce propria il futuro, manifestando con esaltante nitidezza la densità di senso delle cose.
Pur conservando ancora quella sua espressione da pecorella smarrita, in procinto d’essere divorata dal pastore, usando tenere carezze e poetici cunnilingui propedeutici, a poco a poco sono riuscito a liberare Nada dalla sua ingombrante verginità psicologica, facendo dissolvere nel delirio dei sensi la sua cocciuta fallofobia adolescenziale. E la sfrontata rivelazione della sua nuova accessibilità fisica e mentale accresce a dismisura anche il suo fascino erotico, come indossasse un corpo nuovo di zecca, scolpito dal tatto compulsivo del desiderio, trasformando in atto sessuale ogni suo gesto, ogni sua parola, come sporgesse sensualmente le labbra in sussurri ansiosi d’essere morsicati.
L’uomo e la donna, solo ora l’ho capito pienamente, sono due aspetti diversi d’una stessa energia cosmica, il cui compito e destino è di ricongiungersi, per fare l’esperienza della totalità che li rende uno. L’unione sessuale libera campi d’energia al di là dell’io, trasformando ogni amante in una protesi metafisica dell’altro che trasmuta alchemicamente le fognature del corpo in porte di percezione divina e canali di drenaggio dell’anima.
Ma anche se non c’è rifugio, sulla terra, se non nel corpo d’una donna che ti ama, l’amore è spesso in combutta con la morte, come se amore e morte fossero due religioni monoteiste tra loro geneticamente connesse e nostro presente è vissuto a spese del futuro, perché la pressione del tempo è talmente forte da far schizzare l’avvenire da tutte le parti.
In sanscrito Maya vuol dire inganno e io so fin troppo bene che Gong Yin è nata da una costola di demonio e che la sua bellezza è solo una delle maschere del Maligno. Ma sono sempre più ossessionato dall’idea di ritrovarla perché m’illudo assurdamente che possederla ancora una volta mi potrebbe aiutare a dimenticarla. O forse servirà ad appagare almeno la mia brama di morte, per trascenderla e liberarmene definitivamente.
Amare è anche sognare d’essere altro da sé e la mia vita è un ponte sospeso fra due sogni, solo che uno dei due è un incubo. Un incubo ricorrente, di vita in vita, uno scheletro nell’armadio che si tramuta a poco a poco in spettro.
Nada si sente impotente di fronte all’invadenza di questo spettro, ma lascia che io vada incontro al mio destino o per lei sarò solo un uomo senza futuro, come Maya è una donna senza passato. Due metà d’un identico destino.
Finchè, dopo una lunga ricerca, grazie a informazioni raccolte da quel topastro di Folko, la ritrovo al Carne Bollente, giù a Sodomorra e dopo aver assistito annichilito alla sua rovente e mistica danza sessuale, in una capitolazione logica all’illogico, la seguo oniricamente remissivo fra i frustrati sorrisetti canini degli assatanati esclusi, che m’azzannano con gli occhi.
“Stanotte sarai con me in Paradiso!” sussurra Maya, satanicamente suadente, talmente perfetta e incorporea da sembrare sul punto di dissolversi in un sogno.
Dopo un percorso sotterraneo piuttosto arzigogolato, risaliamo con un ascensore fino a un tetto su cui ha parcheggiato il suo Colibrì. Con volo ondivago ci immettiamo nell’elettrico odore d’ozono del caotico viavai di centinaia d’altri volatili d’acciaio e vetroceramica, le cui rotte sono regolate dai computer della viabilità.
Sorvoliamo l’immenso organismo pulsante della Megalopoli Eterna, ingioiellata da milioni di luci, dirigendoci a occidente, verso il mare. Superiamo una miriade d’imbarcazioni e isole galleggianti e finalmente l’eliscooter atterra su una specie d’isola quadrata, lussureggiante come un atollo polinesiano. In realtà è una specie di piramide azteca rovesciata e sommersa. Centinaia di metri quadri in vetro, cemento e acciaio, col mare che funge da immenso acquario, un’architettura tecno/vegetale alla Ambasz, un progettista di Paradisi Terrestri del secolo scorso.
Scendiamo per una scala a chiocciola in un immenso salone, con una grande serra circolare al centro, una grande colonna di cristallo piena di piante esotiche, rocce, cascatelle, uccelli variopinti, pesci trasparenti, protopiante acquatiche. Il salone rigurgita di malsani fiori mutanti dall’odore dolciastro e afrodisiaco, con l’aspetto carnivoro e la prensile carnosità di mucose vaginali, o inquietanti rizomi con la consistenza cartilaginea di turgidi ed erettili falli vegetali. Un’atmosfera allucinante, morbosa e sensuale, come una jungla di Rousseau avvolta dalla sensuale foresta floreal/genitale degli abissi marini che ci avvolge come un utero primordiale..
Mentre mi guardo attorno con attonito stupore, respirando l’aroma di soffice penombra, sottolineato da musiche d’ambiente che accarezzano l’orecchio e titillano le zone erogene, Maya si toglie il mantello che copre la sua tatuata nudità e mi osserva con espressione ironica e famelica al tempo stesso, accarezzando distrattamente un nero gatto persiano che continua a farsi la toilette, indifferente come una sfinge egizia.
“Ti piace la mia casa?”
“Fare la puttana sacra rende bene, eh?” cerco di usare un tono sarcastico “Ne hai fatta di strada, da quando facevi la smemorata di Collegno!”
“Questa casa l’ho ereditata da uno dei miei fans, defunto di colpo apoplettico durante un amplesso…” una gelosia sorda, bruciante, mi obnubila il cervello “I soldi non m’interessano… Fare sesso fa parte del mio karma!”
“Il karma della Vacca sacra, eh?” i muscoli mi si tendono dal desiderio di picchiarla di santa ragione, per farla confessare a schiaffi tutto quello che ha fatto con uomini, donne, transessuali, mutanti, animali “Quanti torelli da monta ti sei fatta fino ad ora?… Tremila? Cinquemila?”
“Tu non capisci, Lazlo… Il Corpo Tantrico è uno strumento da tenere sempre accordato e da suonare con tutte le tecniche possibili…”
La guardo con ostentato disprezzo, a braccia conserte e gambe divaricate. Una rabbiosa lucidità adrenalinica sembra implodermi nella scatola cranica, vedendola fare le fusa come una tigre in attesa della preda, semisdraiata decorativamente come una Maya desnuda su un divano trasparente pieno di pirañas vivi, dall’aspetto minaccioso, sicuramente tredici, come dovrebbe essere un acquario, secondo i cinesi.
“Questa è proprio buona!” ho il mento talmente proteso in avanti che il collo è un unico fascio dolorante di muscoli, nervi, arterie “Così le tue sfacchinate erotiche servono solo a tenere accordato lo strumento, eh?”
“Proprio così!… Che tu ci creda o no, la frequenza dei rapporti serve a rigenerare l’energia sessuale, facendola accumulare sempre più!”
“Insomma, tutto ‘sto godimento reiterato e multiforme dovrebbe trasformare la tua fica tantrica in una specie di centrale sessoelettrica, ho capito bene?” provo per lei un odio compatto, ma statico, perchè ancora privo di sfogo motorio “E poi? Che cazzo te ne fai di tutta l’energia accumulata?”
“Serve per fare l’amore con te!”
“Co-osa?” mi sforzo di far assumere alla mia faccia un’espressione, allo stesso tempo, di rabbia, sorpresa e derisione, ma i miei muscoli facciali si sono simultaneamente ammutinati e come un penitente m’inginocchio ai piedi del divano e le bacio i seni perfetti, deliziosamente divaricati, come un devoto bacerebbe un altare, mentre i pirañas confluiscono tutti verso di me, tentando di addentarmi attraverso la plastica trasparente. “Quindi” riprendo “vorresti farmi credere che scoparti migliaia di uomini e donne è servito solo a prepararti alla scopata cosmica con me?”
“Proprio così!… Che tu ci creda o no, le nostre anime sono prigioniere di un vincolo karmico indissolubile… Ti amo, Lazlo!… Dall’inizio stesso dell’eternità!… Per questo ti odio tanto!”
“Già, l’amore eterno e l’eterno odio!… Concetti che hanno sempre avuto successo perchè riescono a far entrare nella nostra psiche molte più cose di quante ce ne siano in cielo e in terra!”
Ma ormai sto perdendo completamente la testa. Improvvisamente l’afferro dai polpacci e la faccio ruotare sulla natiche, fino ad appoggiare le sue cosce sulle mie spalle e affondo con ingordigia olfattiva il viso fra le fertili zolle del suo boschetto d’amore, inebriandomi del profumo ferormonico delle sue filosofiche grandi e piccole labbra prensili, piccanti come peperoncino. Poi la guardo sarcasticamente.
“L’amore!” dico, a denti stretti “Un premio fasullo degli dei per la nostra fatica di esistere!…”
Maya guarda altrove.
“L’amore!” proseguo, collerico “Un morbido imbroglio che incatena due anime a un’immensa illusione, in modo che s’iniettino a vicenda dosi omeopatiche di speranze ricostituenti nell’anima!”
Ormai ubriaco di lei, tuffo nuovamente il viso nella sua vivente metafora cosmogonica e metafisica dell’Origine, all’esatto incrocio fra sogno e realtà materica e dopo aver leccato e mordicchiato le duplici labbra carnose, con lo stiletto acuminato della lingua, accendo un rovente focherello perineale fra i due orifizi del piacere. Metafisiche circumvaginazioni che sembrano svelare simbolicamente il significato di realtà perfette, eterne ed irragiungibili, perchè la vagina è quel luogo geometrico dell’infinito in cui tutte le regole vengono smentite da sé stesse, comprese le eccezioni alle regole stesse.
Continuo a baciare a lungo i morbidi pascoli della sua carne poetica ed erotica. Ma non voglio possederla su quel ridicolo divano pieno di pesci famelici, sotto lo sguardo egizio di quel gatto in posa per una scultura. Così, continuando a baciarla sulla bocca, la sollevo e supero una soglia a forma di Yoni d’oro, dove c’è una camera da letto nera, piena di specchi, con un letto rosso sangue di forma fallica.
Una luce morbida e crepuscolare si spalma come miele sul prodigio organico del corpo di Maya, rendendo quasi accecante il pallore fosforescente, metafisico, della sua nudità, luce che sembra studiata in modo da creare l’illusione d’accoppiarsi con un sogno.
Solo dopo migliaia di baci voraci, solo dopo che, quasi agonizzanti di piacere, ci siamo divorati a vicenda, nudi e crudi, nell’orgia d’estasi d’un cannibalismo ritual/vitale, solo quando la carne è ormai solo pura istintualità biochimica a caduta libera, m’immergo finalmente in lei. Diventando lei!
Simbolica visione metempsicotica d’innumerevoli esistenze precedenti, gli specchi contrapposti creano un effetto/tunnel che moltiplica all’infinito l’unione carnale dei nostri infiniti complementari. E nonostante Maya contragga ad arte i muscoli vaginali, per ritardare il più possibile la mia eiaculazione, alla fine veniamo squassati all’unisono da un epilettico nubifragio d’orgasmi multipli che ci frustano il cervello come scariche elettriche. Fiammeggiante delirio nirvanico durante il quale Maya si morde il labbro inferiore con un suono aspirante di sofferenza, per eccesso di piacere, conficcandomi a sangue nelle natiche le unghie posticce di metallo, affilate come artigli, mentre il mio sperma riempie finalmente la sua simbolica ferita sessuale, rimarginandola.
Ma molte altre ore dovranno scivolarci addosso senza sfiorarci, cambiando in continuazione l’epicentro sismico dell’amplesso, prima che Maya estragga la bestia sessuale dalle sue insaziabili labbra vaginali, esauste ma ancora fameliche d’orgasmi. Forse il nostro è un amore totale, eterno, cosmico, ma è anche perfettamente intercambiabile con un odio caldo, torrido, lussureggiante, famelico come una pianta carnivora. Per noi amare è sinonimo di odiare o uccidere, nutrirsi dell’anima altrui, divenendone nutrimento.
“Ti amo, Lazlo…” dice Maya, in un pallore quasi sovrannaturale “Ma non c’è alcun futuro, nel nostro passato…”
Improvvisamente mi sento terribilmente stanco.
“Maledetto il karma che ci ha fatti incontrare!” mormoro, guardando il mondo sottomarino, fuori dall’immensa vetrata.
Cerco invano di liberarmi dalla stretta mortale della psiche di Maya, di resistere al torpore mortale che ormai m’impedisce ogni movimento. Capisco che mi ha fregato.
“Hai ragione, Lazlo…” sussurra Maya, mestamente “Siamo entrambi vittime d’una maledizione karmica… L’infinito è circolare e l’eterna ruota del piacere e del dolore che trascina il tempo e lo spazio ha frullato il nostro tempo… Ma tempo e spazio sono solo forme di pensiero, perciò è possibile padroneggiarli, controllando le Correnti Vitali che scorrono all’interno dei nostri nervi… Le sofferenze di una vita diventano poteri nelle vite successive… Per questo l’amore e la morte sono l’unico modo per appropriarci, vita dopo vita, dell’energia cosmica dell’avversario e liberarci a poco a poco dalla schiavitù della rinascita…”
Amore e morte. Parole elettrificate, ad alta tensione, parole che ustionano il palato al solo pronunciarle. Collisioni verbali che sembrano profanare qualcosa di antico e di sacro in me, provocando un improvviso mutamento dei contorni della mia psiche. Stringo i pugni e digrigno i denti fino a farli scricchiolare, mentre una furia omicida mi monta dentro sorda, pesante, granitica, cementificando corpo e anima.
“Non riesci a muoverti, vero?… Le mie unghie sono imbevute d’una sostanza paralizzante, estratta da una delle piante della serra…”
In atteggiamento rassegnato, come fosse solo il docile strumento d’una fatale predestinazione, Maya afferra il mio membro e lo succhia devotamente, come fosse una sacra reliquia. Inondandole il palato, la fellatio rituale sembra soffocare le sue ultime obiezioni, rimaste di traverso in gola. Nella luce verdognola del mattino sottomarino, riprodotto all’infinito negli specchi contrapposti, il suo viso inondato di lacrime e kajal sembra una metafora vivente della tirannia d’un karma che non finisce mai di finire, ne’ finirà mai.
Il mio spirito di sopravvivenza vorrebbe dirigere la volontà lungo la catena delle sinapsi e assumere il controllo del corpo, ma anche se la coscienza è una ferita sempre aperta, la mia paralisi psicomotoria è come una sorta di rigor mortis che impedisce perfino all’asta di ammosciarsi. Maya ne approfitta per infilarla ancora umida nella sacra porta tantrica, facendola scorrere lentamente in lei e aumentando gradualmente il ritmo. Per rendere ancora più incandescente la mia erezione, comincia a stringere il mio collo con le dita.
“Ti amo… Ti amo… Ti amo…” dice. Parole che in questa mia infinita e orgasmica morte suonano come un epitaffio col senso del grottesco incorporato.
Forse l’amore è una sostanza intossicante che obnubila la coscienza e rende orribilmente dolce essere uccisi da chi si ama.
“Anch’io…” bisbiglio, già in debito d’ossigeno, forse per inerzia del cuore o semplice simmetria semantica.
Maya non osa più proferire verbo, come se in quell’incommensurabile magnitudine d’istanti, solo la purezza del silenzio esprimesse la perfezione del suo estremo gesto estetico. Un’anestesia dell’anima annulla in me ogni volontà mentre, passivo e sottomesso come un bue, mi lascio strangolare con la docile voluttà d’una vittima sacrificale, fiera del proprio ruolo sacrale. Essere vittime può anche essere una vocazione. Forse perché l’aspirazione alla morte è il solo desiderio ragionevole dell’uomo, come diceva Tolstoj.
La luce perversa, lubrica, diabolicamente divina, trionfalmente lasciva, che brilla nei suoi occhi dolenti e crudeli, mentre mi risucchia l’anima dai polmoni con l’ultimo bacio, stringendo al contempo la mia gola, sembra alimentare a dismisura la mia voluttà estetica d’annientamento, come fossi una falena che s’immoli bramosa di morte e luce.
La mia acquiescente accettazione degli eventi karmici deriva dal fatto che so bene che Maya mi sta strangolando per pura complicità preterintenzionale alla cecità del caso e quindi non è colpevole di nulla. Perché siamo solo infime pedine d’un perverso gioco cosmico dalla multipla e complessa causalità interattiva, in cui ogni effetto ha il potere di divenire causa di sé stesso. Ogni domanda congela in sé ogni possibile risposta, perché per quanto gli si sfugga, alla fine il Fato rivendica i propri diritti.
Se il Male è solo un contrappeso di caos alla stabilità logica della struttura dell’universo, Maya sta solo offrendo il proprio obolo karmico al folle progettista di Fini Supremi che presiede ogni nostro destino.
Col cuore tramutato in un orologio molle, privo di lancette, alla Dalì, guardo la donna che in questo momento riassume in sé tutto il Bene o il Male del mondo, facendomi conoscere il Paradiso o ustionandomi l’anima con le fiamme dell’Inferno.
Ma anche se più nulla conta e nulla è più moralmente legittimo, se non il mio desiderio dell’annientamento assoluto nell’assoluto, la memoria circola ancora come linfa vitale nei muscoli, nel sangue, nel cervello, si materializza attorno a me, ricrea l’ambiente e i modelli del mio esistere, coagulandosi quanticamente in quell’energia esistenziale che, come un taumaturgico Uovo di Colombo, sta finalmente per schiudersi e rivelarmi il significato della mia esistenza.
Il passato è la sostanza di cui è fatto il tempo e di cui è composta la mente stessa che, dopo essersi srotolata tutta la vita, è ancora immersa fino al collo nel mondo e perciò tenta disperatamente di salvare sé stessa dall’oblìo, saltellando controcorrente nel Tempo, come un salmone nella stagione degli amori. Ogni pensiero, nel momento stesso in cui viene pensato, si sdoppia, si biforca nel tempo, si scinde in nuove cellule mnemoniche e, reincarnandosi a ritroso in un tempo e in uno spazio talmente dilatati da essere pure astrazioni, emette nuovi tentacoli di possibilità che rendono reversibile un passato che credevo irreversibile.
Così, in fin dei conti non sono del tutto sicuro che la mobilità della mia mente frantumata lungo l’asse spazio/temporale stia ricordando solo ciò che è stato o se invece stia reinventando sé stessa, creando ciò che avrebbe voluto fosse o che avrebbe potuto essere, visitando non solo il passato, ma anche le infinite opzioni possibili dei futuri mai vissuti nella realtà..
Mentre vibriamo all’unisono, con le contrazioni ritmiche degli ultimi spasimi della mia morte orgasmica e bevo un ultimo sorso di dolcezza dalle labbra di Maya, offrendole un freddo bacio, già proveniente dal regno dei morti, riesco quasi a percepire l’onda d’urto del suo dolore, come un fiore spinoso e cancerogeno che le cresce dentro, annaffiato e concimato dalle sue lacrime. Ma anche la concretezza del suo atto omicida forse è solo un’astrazione della mia mente, ormai diventata una nebulosa psichica priva di volontà.
Credevo che lo scollamento energetico dell’anima dal suo supporto fisico sarebbe stato uno strappo insopportabile. Invece è come una lieve brezza d’ali d’angelo sul mio viso, un silenzio che tace con la fresca voce frusciante d’un sospiro. Cosmico enigma labirintico che s’interroga su sé stesso, il mio intelletto osserva ironicamente il mio corpo dall’interno, mentre l’anima fuoriesce come un fantasma dall’Apertura di Brahma.
Prima di volarsene altrove, il mio corpo astrale osserva Maya che divora con meticolosa follia il mio pene eretto, una sorta di pasto totemico antropofagico d’una Amantide Religiosa che forse non è cupidigia della carne per la carne, ma adempie a un ultimo crudele dovere karmico. E quando se n’è saziata, estirpandolo fino alla radice, apre il mio costato coi rasoi affilati delle unghie metalliche, ne estrae il cuore e divora anch’esso.
Anche se ormai dovrei vedere la cosa in modo distaccato, essendo morto, mi duole constatare che lo strangolamento ha provocato un rilassamento dello sfintere anale, con conseguente evacuazione completa dell’intestino, tingendo di grottesco la tragicità della morte, ma restituendole forse, attraverso l’odore, anche il suo autentico sapore.
Secondo certi popoli, dovrebbe essere l’ultimo pasto a determinare la migrazione dell’anima del defunto. Perciò, a rigor di logica, un abile copromante dovrebbe riuscire a capire dove finirà l’anima dall’odore della merda del morto.
Aveva ragione Eraclito. Tutto scorre. E per quanto si cammini e si percorra ogni strada, non raggiungeremo mai i confini del possibile o anche solo quelli della nostra anima, tanto profondo è il suo Logos. E nell’Illuminazione Definitiva che precede la mia dipartita da questa valle di lacrime comprendo che non esiste alcuna risposta ne’ alcuna domanda e non c’è significato nel Tutto o nel Nulla, nella Vita o nella Morte. Celebrare degnamente la vita di fronte al mistero della morte è una sfida incoscia alla definitiva percezione del nulla. Perché tutto può esserci rubato, tranne il Nulla e la vita è solo una pulsione energetica del Caso che ha l’unico scopo di produrre e riprodurre sé stessa e secernere quella sostanza metafisica che chiamiamo anima.
Ma ormai privo di quest’organo di percezione del divino, mi chiedo se ora la mia anima subirà una lenta regressione agli stadi preumani, animali, vegetali, minerali, alla non/essenza metafisica. Forse il senso del tutto mi sfugge proprio perché risiede nel Nulla.
EPILOGO
Terminato di scrivere il mio immortale romanzo postumo, fluttuo a lungo nella melassa cosmica dello spazio/tempo, finchè chiudo gli occhi sull’invisibile e li riapro sul visibile, risvegliandomi dal delirio della mia presunta dipartita.
Il volto di Nada è la prima cosa che vedo.
“Bentornato dal mondo dei più, amore mio!” dice allegramente, pulendo con un bacio la mia bocca e la mia mente da tutte le oscenità che ancora contengono.
Sono disteso su un letto e la pioggia tamburella con violenza sui vetri, cercando di convincermi che il Velo di Maya non stende più la sua rete d’illusioni su di me. Ma come posso crederci? La coscienza è porosa, ha corpi cavernosi che l’immaginazione riempie di vuote rappresentazioni, così non è possibile alcuna forma di conoscenza reale dei fenomeni, dato che li conosciamo solo attraverso i simboli con cui il cervello se li rappresenta.
Potrei essere solo un’equazione, una funzione d’onda o un’allucinazione che sogna le infinite vie d’uscita possibili a un sogno che non vorrebbe mai aver sognato. La vita, dice il Lankavatara, è come un riflesso della luna sull’acqua. Quale delle due lune è quella vera?Tuttavia decido che la fluidità onirica del mondo fenomenico merita la solidificazione della mia attenzione. Insomma voglio che questa stanza, Nada e la pioggia siano reali, anche se il loro racconto collettivo sembra un sogno.
Forse si muore per assenza di validi motivi per rimanere vivi e Nada è un buon motivo per vivere, dopotutto.
Ma cos’è accaduto veramente?
Tutti i parapsicologi sono concordi nell’affermare che l’amore acuisce le facoltà psicocinetiche e telepatiche. E Nada, già dotata in tal senso, grazie all’amore ha acuito a tal punto le proprie capacità preesistenti, da riuscire addirittura a vedere attraverso i miei occhi, anche se solo in determinate circostanze emotive. Tuttavia aveva deciso di tenere segreta la sua nuova facoltà, sia per motivi di discrezione, sia perchè voleva aiutarmi a salvarmi da me stesso e da quel crescente desiderio d’annullamento che nemmeno la full-immersion nel suo amore devoto e totale riusciva più a obliterare.
Talvolta l’erotismo cessa d’essere un modo per comunicare con l’altro, diventando solo un modo come un altro per dimenticare sé stessi. E Nada sapeva che l’unico modo che avessi per guarire da quella mia ansia di espiazione karmica, era di cercare Maya e trovarla.
Quando ero andato al Carne Bollente, era entrata nella mia mente e aveva visto tutto quello che vedevo io e quando ero partito sul Colibrì di Maya, aveva seguito su un elitaxi la mia scia psichica, indossando il vestito a placche metalliche e portando con sé la magica spada dall’elsa di giada, appartenuta a Gong Wu che tenevo in casa, come trofeo. Sapeva che la spada in cui s’era dissolto un antico Immortale cinese avrebbe potuto tornarle utile.
La casa di Maya, però, era immersa nel mare e l’acqua disturbava la ricezione telepatica, così aveva perso per ore il contatto. Fortunatamente il tassista era un passionale latino/americano tutto corazòn che s’era entusiasmato alla telenovela tutta amor y muerte, bloccando il tassametro e sorvolando per ore la zona. Ormai in preda alla disperazione, solo sulla perfetta verticale dell’isola/piramide Nada aveva ritrovato le mie coordinate psichiche e attraverso i miei occhi aveva visto Maya che cominciava a strangolarmi, nel corso dell’ultimo, letale amplesso. A me era sembrato un tempo interminabile, quello in cui avevo rivissuto tutta la mia esistenza, ma si era trattato di pochi minuti. Atterrata sull’isola artificiale, aveva mandato via il tassista, anche se lui insisteva per aspettarla, era corsa giù per le scale impugnando la Spada di Saggezza.
In quel momento la vista di Maya era annebbiata dalle lacrime, ma gli innumerevoli specchi contrapposti avevano moltiplicato l’immagine di Nada che sollevava la spada, alle sue spalle. Con un guizzo velocissimo Gong Yin, il clone del mago Wu era riuscita ad evitare un fendente, che per poco non aveva squartato me, ed era corsa nel salone, inseguita da Nada.
Era seguita una lotta senza quartiere, con Maya che schivava i fendenti, lanciandole addosso tutto quello che trovava a tiro, mentre cercava disperatamente un’arma. Con uno dei fendenti, Nada aveva sventrato il divano dei piranhas, facendoli guizzare sul pavimento da tutte le parti e ritrovandosene uno attaccato al polpaccio.
Mentre cercava di staccarlo, Maya era riuscita a trovare una pistola laser. Per fortuna il vestito a placche metalliche aveva deviato il raggio. Prima che Nada riuscisse a trafiggerla con la spada magica, Maya era riuscita a ustionarle un braccio e a incrinare una delle vetrate della piramide sottomarina. Il foro del laser era minuscolo, ma la pressione aveva cominciato ad allargare sempre più le crepe, facendo penetrare l’acqua dalle falle.
Fortunatamente il passionale tassista tutto corazòn non se n’era andato, accorrendo giusto in tempo per aiutare Nada a portarmi fuori, svenuto e ancora irrigidito, riuscendo a decollare un attimo prima che la piramide di cristallo s’inabissasse.
Insomma, si potrebbe dire che ho bevuto le acque del Lete e sono tornato dai Campi Elisi, ma solo per reincarnarmi nuovamente in me stesso. E il mio futuro è tornato ad essere un libro dalle pagine bianche.
Forse lo strangolamento ha provocato un inizio d’anossia, riducendo l’afflusso di sangue al cervello, così il frullìo d’ali della mia anima che s’involava dall’apertura di Brahma e la demoniaca Maya/ghul che mi divorava dopo l’amplesso, come una mantide religiosa, era stato puro delirio ed è era stata lei, dopotutto, ad essere risucchiata nel bulbo del nulla. Il mondo di Maya è fatto di contrari, dicono gli indù.
Traumatizzato dall’impatto con l’ignoto il mio vuoto quantico è stato ingannato dalla propria coazione alla rimembranza, estremo tentativo dell’io morente d’illudersi d’esistere come entità vivente, prima di dimenticare la propria identità precipitando nel Nulla.
Ciascuno di noi, del resto, è solo l’espediente che un gene usa per esprimere e perpetuare sé stesso e l’accumulo di memoria genetica, è lo scopo stesso della vita, pura e semplice forma chimica assunta da un effimero segmento d’immortalità, allo scopo di trasmettere ai discendenti un pacchetto d’istruzioni, incise nel DNA.
Ma veder scorrere la propria esistenza in un lampo può essere utile a capirci qualcosa, una buona volta. Dopo essere stato a un passo dalla morte, mi piace tutto della vita, anche quello che non mi era mai piaciuto, perchè ora adoro perfino il fatto che un mucchio di cose facciano schifo. Come fossi rinato domani e ormai fossi obbligato a pensare solo in termini di futuro prossimo, la mia vita dei mesi seguenti è solo un’entità estetica da amare e da godere fino in fondo, tramutata in un orologio talmente astratto che le ore sembrano minuti, i minuti si confondono con i giorni e i mesi, affrettando spasmodicamente l’autodistruzione d’un tempo che ha cessato di appartenermi.
Il tempo è un ottimo purgante e i miei antichi ricordi karmici si vanno affievolendo sempre più. Nada è la mia Mnemon, una di quelle antiche schiave greche addette al ricordo, ma è un’agenda vivente della serenità e dei ricordi piacevoli di questa vita. L’amore non è la soluzione a tutti i problemi, diceva qualcuno che non ricordo, però è un premio per averne risolti almeno alcuni. Riamando, si scopre che tutto l’amore sprecato in precedenza non è andato affatto sprecato.
La peculiarità del mio amore per Nada, dopo quello scuro e torbido per Maya, è la sua assoluta, limpida, cristallina trasparenza. Con lei anche il sesso non è più una pratica esoterica, legata a una misteriosa teurgia sessuale, ma solo un modo per ricalibrare i parametri dei sensi, snidando, con l’aiuto tattile del cuore, ogni riserva possibile d’amore rintanata nella carne. Barocchi temi d’amore, tempeste di dolcezza che ci crocifiggono nell’estasi, usando labbra liquefatte dai baci per costringere l’amore a dimenticare come si chiama.
Come l’arte, l’amore è un manuale di decodifica del mondo, un modo per abbracciare non ciò che è bello, ma ciò che, grazie al suo abbraccio, diventa bello. Etica ed estetica del futuro, l’amore è una compenetrazione reciproca di sentimenti limitrofi che fluttua oltre l’incantesimo del tempo. Un solubile respiro del cuore, un distillato di bellezza che amputa tutte le impurità, macchie, bassezze e purulenze di cui è fatta la vita vera.
Ma l’amore non è una merce di scambio di cui chieder conto, come creditori. E’ come un profumo talmente fresco, assoluto, da bastare a se’ stesso, senza voler tornare al fiore da cui proviene.
Tuttavia, se davvero siamo schiavi di divinità meravigliose e terrificanti che scivolano caoticamente da una dimensione spazio/temporale all’altra, uccidendo per gioco il nostro futuro, la spietata forza della vita esige continue palingenesi che diano nuovamente forma alla materia e all’energia. Così forse aveva ragione Schultze: la legge di conservazione dell’energia vale anche per le entità spirituali.
Lo scopro una notte, navigando nel Nirvana del cyberspazio, che forse lui stesso sta ormai diventando un’entità logica. Esiste un luogo virtuale che i cybernauti chiamano il Mar dei Sargassi, perché lì s’incagliano i cyberzombies, avatar di naviganti il cui corpo reale è morto. Un sito frequentato da nomadi virtuali e da adepti di nuovi esoterismi informatici, che ivi creano le cosiddette personalità frattali, frutto del dispiegamento d’innumerevoli personalità Web. Nel Mar dei Sargassi vagano anche innumerevoli anime sfuggite chissà come al loro karma, in attesa d’impadronirsi dei corpi virtuali incustoditi dei cybernauti. E fra loro ritrovo anche la Maya danzante. Virtuale, ma viva.
Come previsto da Schultze, dopo aver perso ogni contatto energetico con la propria parte materiale, trafitta dalla spada di Nada, il corpo eterico di Maya si è tramutato in un flusso di preoni d’antimateria, fluttuante nella quinta dimensione. Ma l’instabile e dinamica materia del Caos stavolta ha ruotato impercettibilmente sul suo asse, disegnando un nuovo destino sul traslucido palinsesto dell’eternità. Per una strana, poetica giustizia, la forza di gravitazione quantistica del Mandala, visualizzazione geometrica del suo corpo psicocosmico e della sua Matrice Psichica, ha attratto quell’anima in bilico sull’orlo del Nulla, facendola rimanere impigliata nell’onnivora rete informatica.
L’anima è solo uno speciale organo che emette forze psichiche destinate a tenere aggregata la materia del corpo e a conservare l’equilibrio del cosmo. Come gli esemplari clonati dello stesso DNA, rimangono in contatto telepatico, anche l’anima di Maya è stata risucchiata dal vortice quantico a doppia elica del proprio simulacro, un Corpo d’Allucinazione senza carne, sangue, sinapsi, eppure stampo d’energia di medesime frequenze psichiche.
Ora che s’è reincarnata in questo nuovo universo sensoriale, con cui ha rapporti di connessione, anzichè di causalità, Maya ha nuove ali sintetiche con cui volare ovunque nella Babele Telematica, fra stringhe di memoria vaganti e organismi sintetici sempre più complessi e coscienti di sé, da cui forse nascerà un nuovo Dio Digitale che scatenerà inediti feedback di retroazioni semantiche a catena, per confondere nuovamente i linguaggi degli uomini.
Ma l’azzeramento spazio/temporale di quell’anima incistata nell’involucro d’una ancestrale maledizione è stata davvero una liberazione dalla catena delle incarnazioni o è solo un nuovo gioco degli dei, per rimettere in moto l’infinita roulette del karma? La nostra battaglia, iniziata innumerevoli Kalpa fa, è davvero finita o frammenti d’odio vagante nella matrice si coaguleranno a poco a poco attorno al nucleo dell’anima danzante di Maya in una nuova faida virtuale?
Per sfuggire alla laboriosa ingiustizia della vita e a ogni possibile dimensione postuma dell’avvenire, affinchè i fili del passato, del presente e del futuro non s’intrecciano più sul telaio dell’eternità, Nada ed io decidiamo di salpare le ancore, con l’imbarcazione a vele solari che sono riuscito a comprare vendendo alcuni brevetti di neurochip quantici. Lasciandoci alle spalle il passato e tutte le sue follie cibernetiche, compresa Maya, che forse già mi attende in stand/by, in agguato nel tempo sospeso di un’isola della rete.
Abbandoniamo per sempre l’affollato deserto della Megalopoli Eterna, la sua vita sordida e promiscua, ribollente di piccole e grandi violenze e ingiustizie e navighiamo verso Occidente, per lasciarci alle spalle le antiche Colonne d’Ercole della civiltà. Ci lasciamo alle spalle anche l’immenso arcipelago artificiale di Nuova Atlantide, puntando verso Sud, circumnavighiamo l’Africa, alla ricerca di qualcosa che non sappiamo nemmeno se esiste più.
Sempre più insaziabili di questa nostra nuova, vigorosa giovinezza dello spirito, superiamo anche le nuove isole vulcaniche artificiali create nell’Oceano Indiano, per aumentare le terre emerse, nient’altro che enormi falli vulcanici che eiaculano lava. Finché approdiamo finalmente su un piccolo arcipelago di isole sconosciute, stranamente spopolate, dove si vive ancora solo di pesca e dei prodotti della terra, perchè la maggior parte dei giovani sono fuggiti, attratti dal miraggio delle metropoli e delle loro schizofrenie informatiche.
Qui l’inverno è mite e raffredda appena il cuore d’una terra baciata dall’alito caldo del mare, un luogo dove gli alberi hanno strane ramificazioni, quasi cerebrali, dove pur essendo pura, l’aria è così solida che basta respirarla per saziarsene, dove la pioggia non è radioattiva, ma una benedizione della terra.
Cosa importa se il sole dei tropici sbollenta un po’ i cervelli nel cranio, facendo uscire i nativi di testa? Dopo essere vissuto con i pazzi per tanti anni, la cosa non mi turba e poi, dato che Nada è albina, per motivi epidermici viviamo soprattutto di notte.
Ogni nostra azione sembra assumere le cadenze d’un rituale, mentre riscopriamo la vigorosa vitalità dell’ignoto, lasciandoci irrorare dalla linfa del mistero. Come l’aggiunta d’un granello di sabbia non modifica la natura sabbiosa di una duna, se tutto è evento, nulla è più evento, essendo solo aggiunta quantitativa a una quantità la cui qualità non sarà modificata in nulla da tale aggiunta. Così noi stessi siamo granelli di sabbia e metafore di qualcos’altro e il modo migliore per comprendere il nostro posto nella realtà è reinventarla. Esisto. Dunque sono. La vita stessa è un continuo rinnovamento del se’ e di ogni cellula vivente.
Osservo la gravida silhouette di Nada spiccare con i candidi capelli al vento fra le nubi polpose del tramonto, già quasi mature per le fantasticherie, come una meridiana umana la cui lunga ombra misura lo scorrere d’un tempo nuovo di zecca. Forse lo sguardo beatificato della donna amata è uno specchio deformante che rende più bello ciò che vi si riflette, eppure quando siamo innamorati di una donna, o anche solo della vita, riusciamo a dare un senso perfino alle nubi, alle onde o ai tramonti.
Mentre l’avvenire calcifica goccia a goccia sulle stalattiti della speranza, il tempo scorre come cristallo fuso nella clessidra della nostra consapevolezza, riaccendendo la meraviglia per il sentimento del domani. Il presente muore nel momento stesso in cui nasce, perché ogni istante è tangente dell’eternità, così il vivere è un continuo dileguare, un continuo non/essere.
Se la vita è friabile come un pan di Spagna ricoperto soltanto da un sottile velo di realtà, basta attendere che il fornaio fatato dei sogni impasti la bianchezza d’ogni nuova alba e la luce enfatica del mattino in una rotonda, fragrante, misteriosa speranza.
Quando l’isola respira come un grosso pachiderma addormentato al bioritmo lunare, noi odoriamo gli aromi della brezza contaminata dal silenzio della notte e navighiamo sull’acqua con la luna e il vento, badando di non averlo contro, come il destino.
Lascerò che sia il vento a indicarmi dove costruire la casa in cui crescere nostro figlio, suggerendone anche l’architettura, in modo che abbia una forma naturale, restituita alla terra e al vento come certe rocce smerigliate e scolpite dai secoli. Una semplice casa di pietra, perchè la pietra è tempo congelato e solidificato. E’ la materia stessa dell’eternità.
2 commenti
Commenti RSS TrackBack Identifier URI


Nel frattempo questo testo è stato riscritto un altro paio di volte e verrà pubblicato in due parti dalla casa editrice Teke sotto lo pseudonimo di Emilio Bergnach (il nome vero lo riservo per la saggistica e un altro genere di romanzi).
Il primo volume, intitolato “Il velo di Maya” è già uscito a gennaio 2010.
Il secondo, dal titolo “La danza della mantide” uscirà l’anno prossimo.
Spero che Emilo Bergnach scavi nel paradosso del sogno della vita umana sempre più a fondo, attendo con ansia il prossimo libro.
Attingiamo dal vuoto proposto dai modelli di vita odierni ben poche ispirazioni ad una vita personale, e non devono mancare assolutamente coloro che riproponendo in chiave moderna la bellezza della conoscenza costituiscono un raggio di luce nel buio, come moderni Giovanni Mercurio da Correggio.